Delinquenza giovanile. Quella baby gang che ho nel cervello

di Giovanni Zoppoli

illustrazione di Mara Cerri

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Sono più o meno 30 anni che mi interesso di periferia e bambini, e se la maggior parte delle mie sicurezze sono svanite, di una cosa posso andare certo: almeno una volta all’anno mi arriveranno puntuali come un equinozio almeno due telefonate da giornalisti, curiosi e esperti: “Ma che ne pensi delle Vele? Fanno bene ad abbatterle?” e “Che ne pensi delle baby gang? Come sconfiggerle?”.

Nel dibattito sulle “baby gang” come Mammut (progetto che coordino, nato a Scampia nel 2007 attorno alla possibilità di costruire una scuola nuova e una città nuove a partire dalle sue marginalità) siamo stati tirati in ballo più volte su social e giornali. Sempre in maniera lusinghiera, il che non può che farci piacere. Il Mammut come esempio di fare sociale, “i buoni”, quelli capaci di “salvare” dalla deprivazione e depravazione tanti giovani sfuggiti alla giustezza di un sistema che per lo più funziona. E se fosse questo modo di vedere le cose il primo vero problema? Se parte del disastro derivasse proprio da questa prospettiva comune ai “buoni” (quelli che vorrebbero più sociale, più scuola/ luna park, più anime belle) come ai “cattivi” (quelli che chiedono l’abbassamento dell’età penalmente imputabile, toglierei i figli agli immeritevoli, più polizia…)?

Nell’ultimo secolo non sono stati in pochi quelli che hanno tentato di cambiare questa mentalità, anche nel lavoro diretto con insegnanti e operatori napoletani, dove abbiamo avuto la fortuna di poter contare su psicoterapeuti della Gestalt come Mario Mastropalo o della bionergetica come Margherita Semeraro. Con un messaggio chiaro: finché ci sarà chi gioca a fare il ruolo della vittima, del persecutore e del salvatore la situazione non può mutare (Karpman mise bene in evidenza questa dinamica nel suo famoso “triangolo drammatico”). Perché qualcosa cambi è necessario che il gioco venga interrotto. Eric Berne, fondatore della psicologia transazionale, inseriva questo schema in quello più generale dei giochi sociali (resta impareggiabile il suo “A che gioco giochiamo?”). Non è difficile scovare nei tanti articoli sfornati per commentare il fenomeno delle baby gang la costruzione di trame tese a mettere in scena ciascuno di questi ruoli.

Se siamo riusciti a ottenere qualche risultato nelle decine di percorsi realizzati con i ragazzi considerati “disperati”, come nelle giornate di scuola con maestre e educatori delle elementari di Scampia, è proprio perché abbiamo imparato a rompere questo gioco. I ragazzi con cui lavoriamo non sono bulli da salvare, ma persone che a partire dalle proprie abilità e passioni possono fare qualcosa di utile per sé e per un territorio. Abbiamo tentato di documentare e dare conto dei risultati della nostra ricerca azione in diverse pubblicazioni, ma ben più ampia e accreditata è la letteratura capace di avvalorare queste considerazioni.

“Rompere il gioco” passa ovviamente per un lavoro profondo su di sé, dalla capacità di essere in contatto con le parti più profonde di noi (comprese quelle che non vorremmo e che condanniamo), con i nostri bisogni e la nostra autenticità. Requisiti indispensabili per correggerci ogniqualvolta proiettiamo sull’altro noi stessi o che ci sostituiamo a lui, rendendolo ancora più incapace. Presupposto per cui sono indispensabili risorse economiche e ruoli sociali riconosciuti rispetto a chi è chiamato a occuparsi professionalmente di queste vicende. Rottura del gioco che necessita quindi prima di tutto di una regia sapiente a ognuno dei livelli deputati a governare i processi sociali, dal presidente del Consiglio alla maestra dell’asilo nido. E perché questa regia possa esserci a fare la differenza è ancora una volta l’approccio di fondo, la visione di società a cui si vorrebbe tendere, i valori e le credenze che ne sono alla base. Se si pensa che la società prevalente con i suoi equilibri vada bene, servirà solo qualcuno (non importa se esercito o sociale) capace di assicurare il controllo e la repressione. Se invece l’auspicio è quello di una società più giusta e felice, le cose cambiano. Qualche anno fa guidammo una ricerca azione tra gli assessorati del Comune di Napoli attorno ai nodi della questione rom. Il risultato, pubblicato in “I rom in Comune”, fu che non servono politiche speciali per i rom, ma un riaggiustamento di ciascuno degli assessorati chiave (lavoro, educazione, casa….) a partire dai problemi sollevati dai rom. I rom, come le altre categorie (o categorizzati) sociali che pongono dei problemi non sono il problema, ma una lente di ingrandimento che ci permette di vedere meglio quello che non va nella città di tutti. Quando questo è stato l’approccio (come nel caso della scuola Pisacane di Roma, ma anche delle tante scuole di Scampia con cui collaboriamo) ne hanno guadagnato tutti. Quando invece si è tentato di spegnere l’incendio prendendo a martellate il campanello di allarme che lo segnalava, il problema si è ingigantito (come nel caso dei rom appunto, visto che il Comune di Napoli ha fatto tutt’altro che seguire le indicazioni del suo stesso studio).

In questi trent’anni abbiamo assistito a un graduale accanimento sulla distruzione del campanello di allarme. La possibilità per bambini e ragazzi di viversi la città senza il guinzaglio degli adulti è andata via via sfumando (macchine, cemento, fobie collettive, educatori demonizzanti la strada… sono alcuni dei fattori per cui Napoli non è una città per bambini e ragazzi) mentre è andato aggravandosi il divario tra le due città: per chi può permettersi (culturalmente ed economicamente) un certo tipo di sanità, casa, trasporti, scuola, alimentazione, tempo libero Napoli è una città completamente diversa rispetto a chi non può permetterselo. Quasi due vite parallele. Del resto questioni come quelle delle baby gang riaffiorano sempre nei momenti in cui settori economici basati sull’immagine hanno sussulti positivi. Le stesse considerazioni le facevamo ai tempi del rinascimento bassoliniano, quando cominciarono a vedersi i primi flussi sostanziosi di turisti. Centri sociali come il Damm portarono più volte all’attenzione pubblica quanto l’opera di maquillage stesse sempre più relegando i ragazzi dei quartieri nella parte di “impresentabili”, da non far più fuoriuscire dai loro vicoli. E quelli uscivano e si ribellavano. Se ci penso mi fa ancora male la fronte colpita dal famoso “pacchero” di due ragazzini in motorino scorazzanti per Spaccanapoli in una amena sera d’estate degli anni novanta.

Ieri come oggi si vorrebbe che di tutte queste spiacevoli disfunzioni si occupassero ambiti come il sociale e la scuola. Negli ultimi anni la scuola è stata oggetto di molte attenzioni e riforme, pur rimanendo pressoché immutate (se non aggravate) questioni storiche come quelle del ruolo sociale degli insegnanti (basti confrontare lo stipendio di un maestro con quello di un professore universitario), del sovraffollamento delle classi, del miglioramento di metodologia e contenuti dell’insegnamento. Una scuola ancora sostanzialmente basata sul concetto di autorità e gerarchia, dove il vissuto prevalente dei bambini (sin dal nido) è quello di segregazione dietro a una banco, di scissione profonda tra esperienza e apprendimento. Dal tentativo di collegare il normale sviluppo fisiologico dell’alunno con le radici della conoscenza, si è tornati a preferire il patologico (la medicalizzazione di massa) e un metodo basato su premi e castighi, stelline e richiami disciplinari. Dove il collegamento tra meriti effettivi e premialità è meno oggettivo che mai. I più elementari portati della pedagogia attiva sembrano essere stati liquidati attraverso burocrazia, racconto narcisistico e meccanismi di concorrenza per la rincorsa a fondi e onoreficenze. A noi arrivano richieste di aiuto continue soprattutto da insegnanti delle medie, dove la quotidianità è davvero un inferno. Dopo dieci anni di castrazioni e sottomissione all’autorità di un adulto, alle medie il gioco non funziona più, la frittata è fatta. Magari anche perché cessa la superiorità fisica del docente. Del resto sono in tanti ad aver messo in luce l’insensatezza di una scuola, come quella media inferiore, incapace di cambiare modi e contenuti così come cambiano i ragazzi dai 10 ai 13 anni. È forse questo il momento in cui più che in altri l’alunno decide se farsi annientare una volta per tutte o ribellarsi, magari diventando un “cattivo”. I primi spesso non fanno una fine migliore dei secondi, andando a incrementare le file dei Neet (giovani che non fanno niente, né studiano né lavorano. Problema che sembra essere ben più corposo e difficile da risolvere delle baby gang). “Anche io avevo voglia di andarmene, come biasimarli se appena potevano a scuola non ci venivano? Qua stanno malissimo, come del resto stanno malissimo gli insegnanti”. È uno dei gridi di disperazione raccolti qualche giorno fa da una maestra neo assunta alle elementari, dopo che per decenni aveva sognato di potercela fare. Del resto criteri come quelli della dispersione scolastica (i cui dati sembrano tra l’altro esser migliorati negli ultimi anni nella nostra città) non sono stati molto d’aiuto per cambiare le cose. A caccia di premialità varia, i dirigenti hanno imparato molti espedienti per far risultare un incremento di presenze. Non importa se solo formalmente presenti e se appena finisce l’età dell’obbligo si fugge via, non importa se deportati in gruppi speciali a fare laboratori che niente hanno a che vedere con la didattica. La scuola, per una difficoltà oggettiva a farsi carico di tutti quelli che la società gli ha scaricato, sta spesso finendo per essere il primo luogo di malessere e spartiacque tra la città che può permetterselo e quella che non può. Le classi speciali esistono e come.

Discorso diverso, ma non meno infelice, riguarda il sociale. Faccio parte del gruppo di attivisti che negli anni ’90, assieme a riviste come lo “Straniero”, guardavano con occhio molto critico all’esternalizzazione dello stato sociale e al progressivo passaggio al mercato di servizi essenziali nella cura di persone e territori. Già prima della crisi, il terzo settore è stato molte volte complice del disastro sociale, talvolta addirittura artefice di molti progetti che hanno aggravato, più che risolto, le sorti di chi era in difficoltà. Nel contempo spinte politiche e religiose preesistenti sono state via via soppiantate dalle esigenze di autosostenersi delle organizzazioni del terzo settore, in una grave collusione tra bisogno economico e tipologie caratteriali degli operatori. Come prima accennato a proposito del triangolo di Karpman, la necessità di far recitate il ruolo di vittima ai disagiati perché gli operatori potessero continuare a impersonare quello di salvatore, ha colluso con la necessità di assicurarsi uno stipendio. Se per un certo periodo questo meccanismo è stato mitigato da una relativa stabilità dei fondi (in parte destinati a supervisioni psicologiche e metodologiche) oggi nemmeno più questo. In balia di sistemi ipocriti più che equi nell’assegnazione dei pochi e soprattutto incostanti fondi pubblici, le sorti di molte organizzazioni del privato sociale sono oggi nelle mani di fondazioni private. La scarsità di risorse ha insomma contribuito a esasperare i meccanismi già prima malsani e ad azzerare i pochi moti virtuosi, lasciando sul terreno bande di disperati, dove la maggior parte delle risorse stabili sono destinate ai settori burocratico amministrativo e promozionali delle organizzazioni. Gli educatori hanno finito per essere un esercito di bisognosi (la cui condizione è molto più vicina a quella dei presunti assistiti che a un qualsiasi normale lavoratore del secolo scorso), con tutela del lavoro senza uguali, nemmeno paragonabili a quelli della scuola. Un sistema assolutamente dopato, dove capricci e velleità dei capi di fondazioni e cordate varie (per lo più riconducibili alle banche) fomentano spesso le peggiori passioni dei “salvatori”. Meccanismi indispensabili come quelli della cooperazione vengono quotidianamente demoliti dalla necessità di inseguire criteri formali per l’assegnazione dei fondi. Modalità che anche nel pubblico sempre più colludono con il populismo dei capi politici, dove i progetti stessi vengono in parte sostituiti da interminabili tavoli di concertazione tra terzo settore, scuola e altri soggetti chiamati a elaborare percorsi capaci di tenere davvero conto dei bisogni reali (come se ogni buon progetto non dovesse riuscire a farlo a prescindere). Il mercato è diventato talmente prevalente in questo settore, che la tendenza degli ultimi anni sembra suggerire la sostituzione della relazione di aiuto con start up d’impresa. Tutto questo ha portato a un sociale fatto di gang in lotta, preoccupate di difendere e vendere territori per garantirsi la sopravvivenza, spinti da meccanismi molti più simili a quelli dell’accattonaggio e della camorra che ai personaggi che hanno fatto la storia dell’impegno civico, come Danilo Dolci e Don Milani.

Ma la categoria dei “buoni” non finisce certo qua, molti altri sono gli inquietanti ritratti dei paladini della giustizia. Di cavalieri e dame della carità sono ad esempioben farcite le nostre città. Non importa se di destra o di sinistra, giovani e anziani, uomini e donne che in nome dell’aiuto spesso finiscono per fare veri e propri disastri. Con il “Mito del Mammut” dedicammo uno degli anni del lavoro con le scuole proprio all’aiuto / sgarrupo, a quella particolare abilità dei tanti che vanno per aiutare e finiscono per peggiorare notevolmente la situazione del povero mal soccorso.

Ci sono i rancorosi, seminatori d’odio, convinti che la vita sia una partita a scacchi col mondo da controllare e plasmare a propria immagine. Arroccati in una cortina intellettuale senza posto per affetti e debolezze umane, pontificano dispensando sacre bolle e anatemi. “Buoni” che il più delle volte hanno rifiutato un lavoro su di sé, preferendo continuare a proiettare sugli adulti (specie se potenti) le stesse dinamiche di rivendicazione e colpevolizzazione di quando erano piccini. Non di rado capaci di contornarsi di fedeli proseliti, da coltivare con premura o da buttare senza pietà non appena si discostano di qualche millimetro dal paranoico piano in cui erano stati inseriti.

Ci sono poi i veri sacerdoti della società dello spettacolo: cineasti, produttori, letterati, videomaker di successo o falliti. I più convinti convertiti al narcisismo globale, corruttori senza scrupoli dei tanti ragazzi da illudere con il miraggio di un ruolo di successo nella tv, nel cinema, nella musica, in un libro o articolo. Ne abbiamo visti tanti di adolescenti caduti nelle maglie di questa categoria, pochi istanti di effimera notorietà per poi precipitevolissimamente crollare a picco. Come un giorno mi disse uno dei ragazzi che frequentavano il Mammut e che aveva avuto a che fare con una serie tv: “Questa è gente peggio dei criminali, sono capaci di passare sopra a un cadavere senza nemmeno vederlo”.

C’è la categoria dei genitori, quelli che a Milano vanno a fare i colloqui scuola famiglia con un avvocato e a Napoli gestiscono la loro incontinenza in maniera più variegata (dalla minaccia fisica a dirigenti e docenti poco compiacenti, alle micidiali chat vortice d’odio e idiozia di gruppo). Incapaci di lasciare andare il figlio per la propria strada, di separarsi da lui, ci provano in ogni modo a insinuare i propri robustissimi tentacoli in ognuno degli spazi che dovrebbero essere di libertà del figlio (la scuola in primis). Questo è l’anno in cui con il Barrito dei Piccoli stiamo lavorando proprio attorno a questo tema della separazione/individuazione, che si sta rivelando davvero potente e ricco.

E ci sono quelli che dopo tante batoste e difficoltà si ritirano a vita privata. Avendo messo una pietra sopra a ogni tentativo di cambiare il mondo, si rintanano nel cantuccio di un’esistenza condotta con assennatezza. Quelli che si dicono che svolgere la propria professione con coscienza è forse il modo migliore per fare qualcosa di buono (o almeno di limitare i danni).

Parti teatrali che dai fenomeni (veri o presunti) come quelli delle baby gang ricevono non pochi vantaggi. Ruoli che noi dannatamente “buoni” recitiamo in maniera ostinata e a volte alternata. Io per primo non avrei difficoltà a riconoscermi in ciascuno di questi tristi modi di stare al mondo. Con un’attenuante, valida forse per tutti i “buoni” per i quali ci fu un comune inizio: il sentimento autentico di ingiustizia a cui ribellarsi. E una differenza non secondaria: la scelta. Farsi per sempre vittima del proprio copione di vita, o a un certo punto tentare con tutte le forze di liberarsene, smantellando schemi comportamentali e caratteri tramandati di generazione in generazione. Prendersi insomma la responsabilità della propria vita e tentare di cambiarla per davvero, senza più alibi e rimandi, rompendo la catena di passività esistenziale a cui sembriamo essere destinati. Scelta che non ha età, l’unica su cui possiamo far leva ogni volta che cerchiamo di aiutare davvero i ragazzi, gli adulti, i bambini che incontriamo.

Relativamente ai “cattivi” non penso possa servire aggiungere granché. Come è possibile non riuscire ancora a vedere che il nostro sistema penale rimane basato sulla pena e poco ha che fare con la rieducazione? E che dubbi ci sono sul fatto che la maggior parte dei ragazzi che finiscono nelle maglie della giustizia ricevono pesanti rinforzi ad andare avanti nella carriera criminale? Purtroppo non abbiamo qui la possibilità di dare conto delle giornate di studio (con docenti come Pino Ferrara) sulle analogie tra sistema carcerario e scuola.

Restano le tante eccezioni, nelle associazioni come nelle scuole, nelle parrocchie, nelle famiglie, nei finanziatori e addirittura in qualche politico. E in qualche raro passante che non sta zitto di fronte a ammiccamenti razzisti o prepotenti di adulti e ragazzi, non rinunciando al fondamentale ruolo di controllo sociale dal basso. Prove e incoraggiamenti rispetto al fatto che anche nel marcio prevalente si può fare qualcosa di utile. Il Mammut in quest’ottica è uno dei tanti che ci provano. Siamo passati da circa 30 lavoratori del 2007 ai 4 (più o meno stabili) di oggi. Il colpo è stato duro (abbiamo dovuto trovare lavoro altrove per sopravvivere e a molte attività abbiamo dovuto rinunciare) riuscendo però in alcuni casi, come nel lavoro con le scuole con il Barrito dei Piccoli, a quintuplicare il numero dei bambini con cui lavoriamo in continuità, con risultati anche per noi sorprendenti in termini di miglioramento del benessere in classe per inseganti e alunni (e incremento della presenza del 90%). Altri riescono a fare molto meglio (come l’Associazione Davide Bifolco – il dolore non ci ferma, di Soccavo), senza nemmeno poter contare sui fondi (pubblici e privati) che il Mammut continua invece a intercettare. Almeno per quanto riguarda noi, se ci riusciamo non è per particolare bravura, ma per la bellezza e il grande privilegio di portare avanti un lavoro che cambia se stessi cambiando il mondo.

Tentativi come quelli del Mammut e degli altri che ci provano, seppure apprezzabili, non possono certo cambiare granché, almeno finché autorità e cittadini non smetteranno di confondere il campanello di allarme con l’incendio. Finché l’impermeabilità tra le due Napoli, il solco tra due dimensioni parallele e opposte continuerà crescere, e la città dei “sani” continuerà ad aver bisogno di mostri da cui difendersi e eroi da cui farsi salvare, possiamo solo tentare di limitare il danno. Solo un processo autentico di giustizia sociale e recupero della sanità mentale potrà davvero portare a qualche cambiamento. Magari a partire dalla presa di coscienza che la parte di città che pensa di essere a posto, quella che spende le sue giornate rinchiudendo i propri figli in fortini dorati e virtuali, tra una serie tv e una chat, non è forse meno malata di quell’altra parte che si approfitta di chi è solo e quindi più debole, costringendolo a subire i cumuli di cattiveria e di idiozia sedimentanti nella città di tutti.

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