Crisi ecologica e crisi della politica

di Marino Ruzzenenti

illustrazione di Fabian Negrin

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 49 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Nonostante tutto torniamo ad affrontare il grande tema della crisi ecologica: nonostante il negazionismo sfacciato di Trump utilizzato da troppi potenti come alibi per gridare allo scandalo, continuando, nel contempo, sulla vecchia strada di uno sviluppo distruttivo degli umani e dell’ambiente; nonostante una campagna elettorale nel nostro Paese pressoché afona su questo tema, in modo così sconcertante da apparire incredibile; nonostante siamo sommersi da una miriade di messaggi suggestivi, con un profluvio di prefissi eco e di suffissi green, con promesse di sostenibilità e circolarità dello sviluppo, che illudono lo sprovveduto di trovarsi ormai oltre la crisi ecologica, abbondantemente lasciata alle spalle.

E invece la crisi ecologica, inscindibilmente intrecciata con la crisi sociale, si va sempre più approfondendo, minando le basi su cui poggiano gli equilibri naturali del Pianeta e le condizioni di vita, o addirittura di sopravvivenza, dell’umanità.

Vi sono segnali ogni giorno più inquietanti che non sempre vengono colti dall’opinione pubblica, anche se riguardano i cosiddetti “fondamentali”, non tanto dell’economia, quanto delle basi della nostra esistenza. L’acqua, come tutti sanno, è all’origine della vita sul Pianeta ed è una matrice ambientale preziosissima per la conservazione della nostra specie. L’importanza di questo bene naturale comune l’hanno colta anche gli italiani quando nel 2011 sostennero il referendum per la proprietà e la gestione pubblica dell’acqua (meno gran parte della politica che in omaggio agli affari privati sta facendo l’impossibile per aggirare quel referendum). Ebbene, sappiamo di situazioni di inquinamento acuto di questa risorsa e di penuria per interi popoli. Poco risalto ha invece avuto sui media una recente scoperta, davvero sconvolgente, sui guasti che l’industrializzazione novecentesca ha provocato. Uno dei simboli della moderna società dei consumi è la plastica, prodotta dalla rivoluzione petrolchimica di metà del secolo scorso, che ha contribuito a cambiare profondamente le condizioni di vita nei paesi sviluppati. Negli ultimi sessant’anni si valuta siano state prodotti nel mondo ben 8,3 miliardi di tonnellate di plastica, temporaneamente utilizzata dagli umani per essere in gran parte scaricata come rifiuto nell’ambiente, per terminare infine nelle acque e nei mari. Qui, ed è un fenomeno abbastanza noto, le plastiche sospinte dalle correnti si sono in certi casi agglomerate in vere e proprie grandi isole artificiali, orribili monumenti della stupidità umana. Ma – e questo fenomeno è meno conosciuto – micro residui di plastica si sono diffusi in tutte le acque superficiali e di falda fino a contaminare la stessa acqua che beviamo. Giunge a questa inquietante conclusione uno studio condotto a livello mondiale da Orb Media, un’organizzazione no-profit specializzata in giornalismo d’indagine, la quale ha condiviso i risultati dell’analisi pubblicati in esclusiva da “The Guardian” (www.theguardian.com/environment/2017/sep/06/plastic-fibres-found-tap-water-around-world-study-reveals).

Si tratta di uno studio che ha analizzato un totale di 159 campioni, con il più alto tasso di contaminazione registrato negli Stati Uniti, pari al 94%, con fibre di plastica trovate nell’acqua del rubinetto degli edifici del Congresso, della Trump Tower e del quartier generale dell’Agenzia Usa per la protezione ambientale. Leggermente migliore la situazione in Europa, con il 72% della nostra acqua potabile contaminata, e dove, per ogni bottiglietta da mezzo litro, ingeriamo in media 1,9 fibre di plastica. Il fatto di bere quotidianamente queste micro fibre di plastica, sostanza di sintesi per sua natura estranea al vivente, non è dato sapere che effetti possa avere sulla salute, anche se sembra difficile possa essere benefica al nostro organismo. Di certo ha un valore altamente simbolico di come l’inquinamento ambientale abbia assunto una diffusione ubiquitaria e irreversibile, intaccando la fonte primaria della nostra vita.

Sull’aria che respiriamo è superfluo soffermarsi perché sui danni alla salute indotti dallo smog che attanaglia le nostre città l’informazione passa abbastanza, anche se poi non si fa nulla per porvi rimedio.

Ma oggi, sempre più, diventa estremamente critica anche l’altra base su cui poggia la nostra vita, l’alimentazione e quindi la terra naturalmente fertile. Dopo tanta ubriacatura sulle mirabili promesse di artificializzare una grande tecnosfera capace di sovrapporsi e sostituire la stessa biosfera, molti stanno riscoprendo il valore primario dell’agricoltura. Recentemente papa Francesco, nel corso del suo ultimo viaggio in America Latina, ha detto: “Non c’è sviluppo in un popolo che volta le spalle alla terra”. Ebbene la moderna agroindustria ha voltato le spalle alla terra, ridotta a puro supporto fisico, illudendosi di sostituirne la fertilità naturale con la chimica, con i fertilizzanti di sintesi, con gli ogm e i relativi antiparassitari inevitabilmente tossici anche per l’uomo. Il cortocircuito, a ben vedere, è impressionante: da un canto ci si rende conto che forse l’agrochimica ha il fiato corto e che non si può fare a meno di una terra integra, ricca di vita e fertile, spingendo paesi sviluppati e grandi potenze emergenti come la Cina all’accaparramento di immense estensioni di terra in Africa e in generale nel cosiddetto Sud del mondo; dall’altro ci si illude di poter ulteriormente rilanciare ampliando i confini dell’artificiale, producendo cibo a prescindere addirittura dalla terra. In verità non si tratta di una novità assoluta, anche se ora l’operazione si ripresenta con maggiori ambizioni e investimenti da capogiro. Già agli inizi degli anni settanta seriamente si progettò di produrre bistecche a partire dai cascami del petrolio: gli animali, invece di nutrirsi con fieno e vegetali provenienti da pascoli o da colture dedicate, sarebbero stati alimentati con mangime di bioproteine ottenute da colture di microrganismi su frazioni commercialmente povere del cracking del petrolio. Vennero costruiti, con finanziamenti pubblici, due grandi impianti per la produzione di bioproteine, la Liquichimica a Saline Joniche in Calabria e l’Italproteine del gruppo Eni a Sarroch in Sardegna, i quali avrebbero dovute produrne 100mila tonnellate l’anno. Di fatto non entrarono mai in attività perché si scoprì l’inevitabile tossicità di questi “mangimi” sintetici, mentre l’oil shock del 1973 ne aveva addirittura fatto schizzare i costi ben al di sopra dei mangimi tradizionali (Le bioproteine: esperienze e ricerche per una fonte alimentare alternativa di Paolo Bellucci, Feltrinelli 1980).

Ora un progetto simile viene lanciato dalla startup californiana Memphis Meats, che per sviluppare il business della carne sintetica ha già raccolto 22 milioni di dollari (circa 18,5 milioni di euro). La lista dei finanziatori può vantare, oltre al capitale di rischio di Google Ventures e Khosla Ventures, anche il prestigioso apporto del fondatore di Microsoft Bill Gates e di Richard Brandson, il miliardario fondatore della Virgin. La carne sintetica viene creata interamente in laboratorio attraverso un processo di estrazione e cultura delle cellule: in una prima fase vengono prelevati dei campioni dai tessuti muscolari di anatre, galline e mucche; queste cellule vengono poi “coltivate” su delle apposite impalcature fino a formare filamenti di tessuto sufficienti a creare una polpetta o un hamburger. La fibra muscolare cresce grazie all’aggiunta di siero fetale bovino che permette alle cellule di moltiplicarsi. Che il gusto di questa carne evochi quello di una fiorentina per ora sembra improbabile (www.corriere.it/tecnologia/cards/carne-sintetica-entro-2021-tutto-quello-che-c-sapere/).

Insomma è evidente che l’alimentazione sta diventando un grande problema ecologico e sociale, sia perché enormi estensioni di terreno sono state degradate, con la cementificazione invadente e con l’inquinamento, sia perché l’agrochimica dipendente dai fossili in esaurimento e le grandi monocolture hanno indotto la sterilizzazione dei terreni, sia perché la crescente disuguaglianza globale ha aumentato gli sprechi di cibo dei ricchi e ha escluso dalla sicurezza alimentare vaste fasce povere della popolazione mondiale.

Dunque, oggi parlare di crisi ecologica significa riferirsi al pericolo che mina le basi fondamentali dell’esistenza umana, ovvero la disponibilità per tutti di acqua, aria e cibo sufficienti e di qualità.

Non vi è dubbio che negli anni recenti vi sia stata in Italia un’esplosione di comitati, associazioni di cittadini, movimenti locali per la difesa dell’ambiente e per costruire dal basso forme di economia meno distruttive. Diverse recenti pubblicazioni, ben curate, ne hanno dato conto con dovizia di informazioni: P. Cacciari, 101 piccole rivoluzioni. Storie di economia solidale e buone pratiche dal basso, Altreconomia 2016; M. Boato, Quelli delle cause vinte. Manuale di difesa dei beni comuni, Libri di Gaia 2017; V. Cogliati Dezza, Alla scoperta della green society, Edizioni Ambiente 2017; le pratiche virtuose in www.italiachecambia.org; i conflitti ambientali nell’atlante italiano atlanteitaliano.cdca.it e nel giornalismo civico di www.cittadinireattivi.it.

Queste esperienze di contestazione e creazione di alternative dal basso hanno diversi pregi. Intanto esprimono spesso una forte radicalità che mette in crisi la gestione accomodante della normale prassi politica e istituzionale. Inoltre promuovono un’inedita partecipazione dei cittadini, che produce protagonismo e crescita culturale.

Scontato, ovviamente, il dato della frammentazione con la conseguente oggettiva difficoltà a unificare, anche solo territorialmente, queste esperienze. Scontato anche il loro localismo che, comunque, è tutt’altro che una sindrome negativa bollata dal potere con l’acronimo spregiativo di Nimby: nell’attuale contesto di diffuso degrado, è sacrosanta la resistenza delle popolazioni a ulteriori manomissioni di un territorio ovunque già disastrato.

Il vero limite attuale di questi movimenti è l’incapacità a cogliere il livello del conflitto potenziale che una vera alternativa alla crisi ecologica evoca, conflitto strettamente intrecciato con la crisi sociale, ovvero con il contestuale acuirsi dell’ingiustizia tra i popoli e perfino all’interno dei paesi sviluppati e con il crescere vertiginoso delle disuguaglianze.

Lo scontro con il potere pervasivo delle grandi concentrazioni finanziarie e delle multinazionali, nonché con l’apparato militare e poliziesco al loro servizio richiederebbe una forza d’urto immensa in termini di cultura alternativa, di mobilitazione consapevole di massa e di forme organizzative capaci di attingere la dimensione globale.

Il problema è che allo stato attuale in generale neppure si coglie questa esigenza. Il pensiero dominante, tra le altre cose, è riuscito a depotenziare se non azzerare innanzitutto appunto il conflitto, associandolo a qualcosa di vetusto, di superato, anacronistico.

L’orizzonte che da ogni parte viene proposto, da destra, dal centro, dalla sinistra, in Italia, in Europa, nel mondo, è quello della crescita quantitativa dell’economia, rispetto alla quale le questioni qualitative dell’eguaglianza e della salvaguardia dell’ambiente sono pressoché irrilevanti.

La teoria del gocciolamento, per cui da una crescita della produzione e della ricchezza tutti a cascata ne trarrebbero vantaggio, è passata nel senso comune come una verità rivelata e si è estesa anche alla questione ecologica, con il sottinteso che lo sviluppo avrebbe di per sé le risorse per rendersi “sostenibile” beneficiando l’ambiente.

In questo orizzonte, descritto come privo di alternative, nei fatti matura una sorte di neo – interclassismo, favorito dal risorgente nazionalismo, tra ricchi e poveri e tra inquinatori e inquinati: siamo tutti nella stessa barca, battente una bandiera in competizione con altre, la quale si muove verso la meta comune, la crescita, e i contrasti sono ammessi purché non danneggino la navigazione e la corsa a essere first, i primi.

Uscire da questa trappola riscoprendo il conflitto appare un’impresa ciclopica, tuttavia necessaria perché quella barca, lo dobbiamo sapere, si trova su una rotta che è destinata a sbattere, prima o poi.

Trackback from your site.

Leave a comment