Banca etica: L’interesse più alto è quello di tutti

di Andrea Baranes1

incontro con Goffredo Fofi e Nicola Villa

illustrazione di Frank Ash

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 48 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

La Fondazione culturale responsabilità etica è nata 15 anni fa; l’idea iniziale di Banca etica era quella di raccogliere risparmi ed erogare credito. Banca etica, fin da subito con una forte identità politico-culturale, nasce dal basso sulla scia di esperienze quali ad esempio quelle del mondo delle ong o delle Botteghe del Commercio Equo e da migliaia di singoli. Per alimentare la dimensione culturale e politica la banca ha creato una fondazione che potesse seguire campagne e iniziative della società civile, quale quella per l’introduzione della cosiddetta Tobin tax, e che più in generale potesse essere una sorta di “Casa dei Soci”. Tra le principali iniziative, per 10 anni abbiamo organizzato Terra futura, promossa da noi insieme ad Arci, Caritas, Legambiente e altre realtà. Era un evento enorme, nella Fortezza da Basso di Firenze negli ultimi anni siamo arrivati a 8090mila visitatori nei tre giorni. Insomma, la Fondazione aveva il compito di seguire il rapporto con i soci sul territorio, le campagne culturali e politiche, e l’organizzazione di Terra futura. Due anni fa abbiamo rivisto lo statuto, costruendo un percorso condiviso e partecipato con i soci, e abbiamo cominciato a lavorare sempre di più sulle campagne, sull’educazione critica alla finanza, sulla formazione in ambito finanziario e su una dimensione europea. Ormai se parli di regole non ti rivolgi al Governo italiano, perché quasi tutto è deciso a Bruxelles o Francoforte, soprattutto nel nostro ambito. Questo nuovo modello di fondazione, secondo noi, ha una vocazione europea, e promuove l’idea di fare ricerca, formazione, capire la finanza. Abbiamo anche aperto un blog, “Non con i miei soldi”, dove pubblichiamo articoli e analisi sulla finanza privata. In qualche modo quello che fa “Sbilanciamoci!.info” sulla finanza pubblica e analisi delle politiche economiche, solo che noi ci dedichiamo alla finanza privata. In questo momento, quasi tutti parlano di formazione finanziaria, anche dopo gli scandalosi disastri delle banche e nonostante l’accusa di aver venduto i subordinati a persone totalmente digiune di finanza, cui le banche rispondono: “Sì, ma adesso stiamo investendo sull’educazione finanziaria”. Quello che diciamo noi è che ci deve essere non tanto una educazione alla finanza, quanto un’educazione critica alla finanza: dire alle persone non come avvicinarsi ad alcuni strumenti, ma come starne alla larga; capire perché derivati e subordinati non sono adatti a determinate persone e situazioni, spiegare i meccanismi, cosa non funziona, e proporre possibili alternative, ovviamente ponendo al centro l’idea di finanza etica.

Finanza etica

Forse il punto principale è domandarsi se la finanza è fine a sé stessa o se è uno strumento. Oggi la finanza domna l’ambiente e la società. È al centro dell’agire. Mi verrebbe da dire questo come slogan, per poi declinarlo nella pratica: Be opera come una Banca normale, dall’Internet banking, carta di credito, bancomat, però per alcune cose è l’unica in Italia, e una delle poche al mondo, che pubblica sul proprio sito tutti i finanziamenti che eroga. Quindi se io metto i miei soldi in una banca normale non so se finiscono alle Isole Cayman, in mine antiuomo o non so dove, mentre in Be vado sul sito dove c’è il link in homepage che rimanda ai finanziamenti e puoi vedere nel dettaglio come vengono utilizzati i risparmi e a chi sono stati prestati: sfatare il mito del segreto bancario.
Be rifiuta ovviamente i paradisi fiscali e le attività speculative. Dico ovviamente anche se purtroppo più del 90 % della Finanza si basa su di questo. Be è nata come quella del no alle armi, no al nucleare, con attenzione agli impatti sociali e ambientali. Certo è che è tutto questo, ma è anche molto di più. Consideriamo che oggi gran parte di ciò che chiamiamo finanza in realtà è assimilabile a un Casinò, appunto a un fine in sé stesso per fare soldi dai soldi. Già togliendo questo resterebbe la finanza che presta all’economia reale. Alcune specificità forti di Be sono, per esempio, che è l’unica banca che svolge una doppia istruttoria; tutte le banche fanno una istruttoria economica: se tu mi chiedi un prestito devo vedere se i soldi torneranno indietro, se non altro perché i soldi sono quelli dei correntisti quindi, giustamente, devo fare questa valutazione economica. Be ne fa una in più, di carattere socio-ambientale. La peculiarità è che come per tutte le banche l’istruttoria economica è svolta dai dipendenti, ma quella socio-ambientale è fatta dai soci sul territorio. Qui a Roma c’è l’assemblea dei soci del Lazio, che elegge i propri rappresentanti. Alcuni di loro fanno un corso di formazione per la valutazione sociale e ambientale. Grazie a ciò, quando qualcuno chiede soldi a Be, parte la doppia istruttoria. In dettaglio, alcuni dei soci (ormai sono più di 40mila tra persone fisiche e giuridiche) seguono un apposito corso di formazione per l’analisi ulteriore da fare in caso di prestito. Non è per fare le pulci, ma serve a conoscersi, capire perché qualcuno vuole rivolgersi a Be, qual è la tua storia, da dove viene e una serie di domande su partecipazione, parità di genere, impatti ambientali, impatti sociali, come sei radicato sul territorio… Solo se le due istruttorie sono positive, allora il prestito viene erogato. Tra l’altro, in questi anni, in base a una ricerca che abbiamo fatto, è emerso che la metà di quelli che arrivavano in Be erano stati respinti almeno da un’altra banca, spesso anche da 345 altre banche. Banca etica in qualche modo è riuscita a erogare credito anche a soggetti spesso considerati non bancabili dal sistema tradizionale. Quindi uno penserebbe: “Be finanzia quelli respinti da altre banche, quindi siete molto più rischiosi, e quindi avrete tassi di sofferenza molto più alti”. Invece a oggi Be lavora con tassi di sofferenza che sono 4 volte più bassi della media del sistema bancario. Secondo l’Abi in questo momento le sofferenze nette delle banche italiane sono 4 (e qualcosa) %, Be sta all’1%, o poco sotto delle sofferenze nette.

La cosa molto forte in questo momento è che non è solo migliore dal punto di vista ambientale, sociale, ma funziona meglio come modello meramente bancario-economico-finanziario. È cresciuta come capitale, come prestiti, come raccolta in tutti gli anni della crisi. In un momento in cui tutte le banche stavano col Credit Crunch e non prestavano, noi crescevamo. Quindi il nostro modello sta funzionando molto bene, probabilmente anche perché c’è un rapporto diretto di conoscenza. D’altronde l’etimologia di fido bancario è fiducia e la struttura del nostro mondo di riferimento è innegabilmente più resiliente. La cooperativa si arrangia, fa salti mortali, ma cerca di stare in piedi. più di quanto facciano le imprese profit. È chiaro che le S.p.a. hanno un capitale sociale più forte, invece la piccola associazione ha 500 euro di patrimonio. Che garanzie potrà darmi? Eppure quando c’è l’idea, il progetto, la rete territoriale, questa analisi aiuta anche ad avere dei risultati economici che poi sono migliori della media delle banche. Abbiamo appena pubblicato una prima ricerca sulla finanza etica e sostenibile in Europa. Abbiamo messo a confronto le 25 esperienze di banche e istituti finanziari etici alternativi con le banche e i sistemi del Too big to fail.

Il risultato è che sono due mondi inconciliabili. Tra i diversi dati, è emerso che a parità di dimensione, le banche etiche e sostenibili erogano quasi il doppio di crediti rispetto ai gruppi di maggiore dimensione. Pensavamo a una differenza, ma ci ha stupito vedere una tale distanza tra i due gruppi studiati. Il rapporto tra attivo e prestiti erogati è il 38% per le banche sistemiche e il 75% per Be. In altre parole le banche etiche e sostenibili sono molto più efficaci nel fare ciò che la finanza dovrebbe fare: sostenere l’economia reale e produttiva, l’occupazione. In qualche modo è paradossale, ma oggi una delle principali caratteristiche che differenziano la finanza etica da quella tradizionale, è che la prima fa “semplicemente” quello che dovrebbe fare la finanza, ovvero mettere in contatto chi ha dei soldi con chi ne ha bisogno per le proprie attività. È gran parte della finanza ad avere perso di vista il proprio obiettivo sociale e a essersi trasformata da strumento al servizio dell’economia e della società in un fine in sé stesso per fare soldi dai soldi. In queste condizioni fa rabbia vedere che in Europa quasi sempre le regole siano disegnate sui grandi gruppi bancari. Non solo ma in risposta alla crisi è stata prodotta una regolamentazione enorme sull’attività creditizia, molto meno riguardo quelle speculative. Quindi ci sono banche che fanno di tutto sui mercati speculativi, e lì è tutto meno controllato. Invece chi è legato all’economia reale e fa prestiti si trova soffocato da regole che sono sempre più stringenti.

Riguardo la finanza etica e sostenibile, parliamo comunque di dimensioni molto ridotte rispetto al totale del sistema bancario, però c’è una crescita. Be ha superato il Miliardo di attivo, ora ci cominciano a guardare con più attenzione . Da un lato è una cosa buona, perché anche grazie a questo è cresciuto il dibattito sulla sostenibilità in ambito finanziario. Il problema è che sono cresciute anche le iniziative di marketing, e dietro poi c’è poco o nulla. Ma qualcosa si sta comunque muovendo, anche grazie alla crescente attenzione dei clienti e dei risparmiatori.

Banca etica è nata come banca per il mondo no-profit, poi si è aperta ad altri settori (come le energie rinnovabili e l’agricoltura biologica). Negli scorsi anni ci sono state esperienze molto interessanti con il Workers Buyout, cioè lavoratori che recuperano la fabbrica, spesso investendo col proprio TFR e rischiando in proprio per sostenere queste attività. Stiamo cercando adesso di ragionare su una logica di impatto, cioè andiamo a vedere il prestito che facciamo che ricadute ha dal punto di vista ambientale, sociale, occupazionale, se serve sul territorio. Alcuni principi, in particolare riguardo le attività finanziabili, sono iscritte direttamente nello Statuto della banca, in particolare l’art. 5 fissa dei criteri per guidare l’attività. Al momento la Banca ha circa 300 dipendenti e una ventina di filiali, oltre a diversi promotori chiamati banchieri ambulanti che svolgono alcune operazioni sul territorio. È una struttura molto leggera, il che potrebbe anche essere un vantaggio nel prossimo futuro, considerato che il sistema si sta muovendo verso una sempre maggiore disintermediazione, ovvero con alcuni servizi svolti in assenza di intermediari, e con lo sviluppo delle tecnologie informatiche e dell’internet banking.

Educare alla finanza

Svolgiamo diverse attività di educazione critica alla finanza, anche se dobbiamo tenere conto delle nostre limitate dimensioni e possibilità. Abbiamo iniziato a pubblicare da diversi anni alcune schede informative per capire la

finanza: cosa sono i paradisi fiscali, cosa sono i derivati, come funziona una banca mondiale a fondo monetario? Quindi schede per provare a spiegare in maniera semplice diversi argomenti finanziari. Parliamo di finanza etica e informiamo le persone cercando di far passare l’idea che la finanza non è solo un argomento per esperti. Il paradosso è che c’è pochissima educazione sull’argomento, anche se poi tutti noi usiamo conti correnti, prodotti finanziari. Questo per clienti e risparmiatori da luogo alla cosiddetta asimmetria informativa: quando andiamo in banca o ci rivolgiamo a un gestore finanziario, una delle due parti ha molte più informazioni dell’altra, ed è quella che sta vendendo un determinato prodotto. Anche senza arrivare alle truffe e problemi per migliaia di piccoli risparmiatori, come mostra purtroppo la cronaca recente, un problema centrale è che i soldi non sono neutri. I miei soldi, depositati in banca o affidati a un gestore finanziario, vengono poi utilizzati, ma non so quasi ma come e perché.

Quando io apro un conto corrente, poi che cosa fa la banca con quei soldi? Li usa per alimentare l’economia del territorio o finiscono in qualche paradiso fiscale? Spesso anche noi guardiamo unicamente al rendimento che producono i nostri soldi, e non ci domandiamo se per ottenere quel rendimento sto correndo rischi enormi, sto inquinando, sfrutto il lavoro minorile o altro. Non è che in qualche modo sto alimentando la finanza speculativa, ovvero sono complice inconsapevole dello stesso sistema del quale sono vittima? Indirizzare i propri risparmi verso la finanza etica significa da un lato sottrarli a un’economia caratterizzata da impatti negativi sull’ambiente e la società, e al contrario alimentare un modello alternativo, che è proprio quello che mi interessa nella mia vita quotidiana (commercio equo, biologico, rinnovabili…). Abbiamo il diritto, ma in una certa misura anche il dovere di sapere che fine fanno i nostri soldi, però spesso non ci viene in mente neanche di chiederlo. È strano che ci sia così tanta attenzione sulla finanza pubblica (“gli sprechi”, “la corruzione”, “l’inefficienza”, …), poi apriamo un conto in banca e non ci domandiamo quale modello stiamo sostenendo, non ci domandiamo nemmeno se i nostri risparmi sono a rischio a causa di comportamenti al limite – e anche oltre il limite – del legale. Troviamo normale indignarci per l’uso dei soldi delle nostre tasse, ma per l’uso che viene fatto dei nostri risparmi incanalati nel sistema della finanza privata, questo passaggio quasi sempre non c’è.

Tornando alla ricerca che mette a confronto le banche etiche e alternative con quelle sistemiche: in tutti i dati abbiamo osservato un comportamento nettamente migliore delle prime, tranne in uno, in cui le banche sistemiche hanno la meglio è il Roe, Return on equity. Sarebbe – semplificando – il rendimento per l’azionista. In qualche modo è la conferma che per molte grandi banche l’unico ossessivo obiettivo è massimizzare il rendimento per gli azionisti. Le anche etiche e sostenibili cercano di realizzare utili, ma da un lato la gran parte sono reinvestiti nell’attività stessa, per rafforzare la banca, e soprattutto l’utile è uno dei molti parametri a cui guardare. Lo slogan su cui è nata Banca etica è “l’interesse più alto è quello di tutti”.

Prospettive europee e globali

Viviamo un paradosso quasi incredibile. Da un lato non ci sono mai stati tanti soldi sui mercati – basti pensare che molti titoli di Stato italiani offrono a inizio 2018 un rendimento negativo – ma dall’altra parte mancano disperatamente risorse per investimenti di lungo periodo, per l’occupazione, per la ricerca, per una riconversione ecologica dell’economia. In altre parole, da un lato un eccesso di soldi su mercati finanziari, dall’altro una mancanza nell’economia reale. Se lo scopo principale della finanza è quello di garantire una “allocazione ottimale delle risorse” come recitano i libri di testo, ci troviamo di fronte al più macroscopico fallimento di mercato dell’era moderna.

Con il “quantitative easing”, La Banca centrale europea ha “creato” una montagna di soldi, ma questi solo in minima parte sono entrati nei circuiti economici. Sono stati utilizzati in buona parte per comprare titoli di stato. Quest’operazione va a livellare lo spread che c’è stato in Italia qualche tempo fa tra Bund e Btp. Semplificando, c’era poca domanda di titoli italiani, ora che la Bce interviene sul mercato e li compra, aumenta la domanda di titoli di stato; se ci sono più soldi che girano sui Titoli di Stato italiani, allora possiamo avere un tasso di interesse più basso. In realtà il discorso sarebbe più complesso, e uno degli obiettivi del quantitative easing era anche quello di fermare il rischio di deflazione in Europa. L’inflazione negativa, per l’economia, è un disastro: semplificando anche in questo caso, se i prezzi diminuiscono e io devo comprarmi un’automobile o un frigorifero, magari aspetto che i prezzi vadano giù, quindi rimando i consumi. Ma meno consumi significa un calo della domanda, il che tende a fare scendere i prezzi, Insomma tutto quello che voglio comprare lo procrastino. Il problema è che se spostiamo in avanti i nostri consumi, i consumi crollano, e se ciò accade le imprese sono costrette a offrire a prezzi più bassi, e quando accade questo la deflazione aumenta. In questo caso la Bce interviene immettendo soldi nell’economia in modo che girino più soldi, e se girano più soldi a parità di beni prodotti, i soldi valgono di meno, che è in pratica la definizione di inflazione.

Il problema però, come accennato, è che buona parte dei soldi immessi con queste “politiche monetarie” sono rimasti “incastrati” in circuiti puramente finanziari, e non sono arrivati nell’economia. Impropriamente si potrebbe parlare di “inflazione sui titoli finanziari”, ovvero di un sempre maggiore scostamento tra il valore dei titoli finanziari e i fondamentali dell’economia. Questa è la definizione stessa di una nuova bolla finanziaria, alimentata dalle politiche monetarie delle banche centrali.

Per questo dobbiamo cambiare radicalmente rotta. Bisogna riportare la finanza a essere uno strumento, il che significa interrogarci prima sugli obiettivi sociali, ambientali poi economici che vogliamo raggiungere, e solo alla fine capire quale sistema e strumenti finanziari sono i migliori per accompagnare tale modello. Oggi la finanza pretende di piegare l’economia e l’insieme della società ai propri desideri e bisogni. Dovrebbe essere l’esatto opposto. È la finanza che dovrebbe adattarsi ed essere in grado di sostenere l’economia. È questa in qualche modo l’idea alla base della finanza etica: la finanza può e deve essere una parte della soluzione, non come avviene oggi uno se non il principale problema.

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