70 anni fa Ganhdi, 50 anni fa Martin Luther King

Il 3 gennaio di settanta anni fa, 1948, il mahatma Gandhi veniva ucciso a Nuova Delhi da un hindu come egli stesso era, contrario alla sua apertura verso i musulmani. Il 4 aprile di cinquanta anni fa, 1968, il pastore nero Martin Luther King veniva ucciso a Memphis, Tennessee, da un fanatico bianco. King era partito per le sue convinzioni di lotta dall’esempio gandhiano, ma alle spalle di entrambi c’erano le indicazioni di Thoreau sulla disobbedienza civile, quelle di Tolstoj sulla nonviolenza e altre ancora. Non c’è vera nonviolenza se non è accompagnata dalla sua applicazione pratica, la disobbedienza civile. Non c’è nonviolenza che incide sulla realtà collettiva se non si fa disobbedienza civile. È per aver portato la nonviolenza nella politica che sia Gandhi che King sono stati uccisi, per il loro messaggio universale contrario a ogni razzismo e settarismo, a ogni tipo di violenza militare, sociale, culturale, e ovviamente economica. Vogliamo ricordare i due grandi esempi di Gandhi e di King invitando a pensare a modi di lottare oggi, che possono trovare nelle loro esperienze e convinzioni i riferimenti più attuali e più necessari. In un mondo di ingiustizia e di violenze sempre più mostruose, in un’Italia sempre più ottusa, servile, egoista e ferina dobbiamo sperare in una ripresa di azioni nonviolente, di pratiche di disobbedienza civile, dobbiamo agire per il possibile perché si ritorni a lottare. Il solo modo per uscire dalle secche di un sistema politico in putrefazione e dalla miseria morale di un popolo che non è più niente e che si dimostra spesso e volentieri capace del peggio, c’è tanto da imparare da Gandhi, da King, e da tanti altri maestri e militanti del passato, di base religiosa o di base socialista. Ricordiamo Gandhi e King riportando brani significativi di entrambi, trovandoli per Gandhi nella vasta raccolta dei suoi scritti Teoria e pratica della nonviolenza, stabilita nel 1973 da Giuliano Pontara per Einaudi (erano apparsi nell’ordine su “Young India” dell’11 agosto 1920, del 10 novembre e del 4 agosto 1921) e per King da quella curata da Fulvio C. Manara per Memoria di un volto: Martin Luther King, una pubblicazione delle Acli di Bergamo nel 2002, Dipartimento per l’educazione alla nonviolenza. Il discorso di King è stato tenuto il 4 aprile 1967 nella chiesa di Riverside, N. Y. (Gli asini)

 

Sulla disobbedienza civile

di MOHANDAS K. Gandhi

1. Credo che nel caso in cui l’unica scelta possibile fosse quella tra la codardia e la violenza, io consiglierei la violenza. ad esempioquando mio figlio maggiore mi chiese quello che avrebbe dovuto fare se fosse stato presente quando nel 1908 fui aggredito e quasi ucciso, se avrebbe dovuto fuggire e vedermi uccidere oppure avrebbe dovuto usare la sua forza fisica, come avrebbe potuto e voluto, e difendermi, io gli risposi che sarebbe stato suo diritto difendermi anche facendo ricorso alla violenza. In base a questo stesso principio ho partecipato alla guerra contro i boeri, alla cosiddetta ribellione degli zulu e all’ultima guerra. E sempre per questo stesso principio mi sono dichiarato favorevole all’addestramento militare di coloro che credono nel metodo della violenza. Preferirei che l’India ricorresse alle armi per difendere il suo onore piuttosto che, in modo codardo, divenisse o rimanesse testimone impotente del proprio disonore.

Tuttavia sono convinto che la non-violenza è infinitamente superiore alla violenza, che il perdono è cosa più virile della punizione. La clemenza nobilita il soldato. Ma si ha vera clemenza soltanto quando esiste il potere di punire; essa è priva di senso quando proviene da una creatura impotente. È difficile che un topo perdoni un gatto mentre viene fatto a pezzi da questo. Perciò io comprendo i sentimenti di coloro che chiedono la giusta punizione del generale Dyer e dei suoi pari. Essi lo farebbero a pezzi, se potessero. Ma io non credo che l’India sia una nazione impotente. E non credo che io sia una creatura impotente. Voglio soltanto usare la forza dell’India e la mia per un fine migliore.

Non vorrei essere frainteso. La forza non deriva dalla capacità fisica. Essa deriva da una volontà indomabile. Un qualsiasi zulu fisicamente sarebbe più che in grado di affrontare un inglese. Ma egli fugge anche davanti a un ragazzo inglese, perché ha paura della pistola del ragazzo o di coloro che potrebbero usarla per lui. Malgrado il suo aspetto imponente, egli teme la morte e non ha coraggio. Noi in India prima o poi comprenderemo che non è possibile che centomila inglesi incutano timore a trecento milioni di esseri umani. E il perdono significherà il riconoscimento della nostra forza. Un illuminato perdono produrrà in noi sicuramente una potente ondata di forza, che renderà impossibile a un Dyer o a un Frank Johnson di ricoprire di ingiurie un’India remissiva. Per me non ha molta importanza che per il momento le mie opinioni non vengano ascoltate. Ci sentiamo troppo calpestati per non essere infuriati e desiderosi di vendetta. Ma non posso fare a meno di affermare che l’India può ottenere di più rinunciando al diritto di punire. Abbiamo un compito migliore da svolgere, una missioni migliore da compiere nel mondo.

Non sono un visionario. Sostengo di essere un idealista pratico. La religione della non-violenza non è concepita soltanto per i rishis e santi. Essa è concepita anche per la gente comune. La non-violenza è la legge della nostra specie come la violenza è la legge dei bruti. Lo spirito nel bruto è addormentato, ed egli non conosce altra legge che la forza fisica. La dignità dell’uomo richiede l’obbedienza a una legge più elevata, alla forza dello spirito.

Mi sono risolto dunque a riproporre all’India l’antica legge dell’auto-sacrificio. Infatti il satyagraha e ciò che da esso deriva, la non-collaborazione e la resistenza civile, non sono altro che nuovi nomi per indicare la legge della sofferenza. I rishis che, in mezzo alla violenza, scoprirono la legge della non-violenza furono dei geni più grandi di Newton. E furono anche dei guerrieri più grandi di Wellington. Avendo conosciuto l’uso delle armi, essi compresero la sua inutilità, e insegnarono a un mondo stanco che la sua salvezza non era nella violenza ma nella non-violenza.

La non-violenza nella sua dimensione dinamica significa sofferenza cosciente. Essa non significa docile sottomissione alla volontà del malvagio, ma significa l’impiego di tutte le forze dell’anima contro la volontà del tiranno. Agendo guidati da questa legge, è possibile anche a un solo individuo sfidare l’intera potenza di un impero ingiusto per salvare il proprio onore, la propria religione e la propria anima, e porre le basi per il crollo o la rigenerazione di tale impero.

Dunque io non sostengo che l’India deve praticare la non-violenza perché è debole. Voglio che essa pratichi la non-violenza cosciente della propria forza e della propria potenza. Per arrivare a comprendere la propria forza non è necessario nessun addestramento alle armi. Ci sembra di averne bisogno perché pensiamo di essere soltanto un ammasso di carne. Io voglio che l’India acquisti la coscienza di sollevarsi trionfalmente sopra qualsiasi debolezza fisica e sfidare l’unione della forza materiale del mondo intero. Che cosa rappresenta Rama, un semplice essere umano, con il suo esercito di scimmie, che si impegna nella lotta contro la forza insolente di Ravana, dalle dieci teste, che circondato da ogni lato dalle acque vorticose di Lomka, appariva invincibile? Non rappresenta forse la vittoria della forza spirituale sulla potenza fisica? Tuttavia, essendo un uomo pratico, io non penso si debba aspettare fino a che l’India prenda coscienza della possibilità di praticare la vita spirituale nel mondo politico. L’India si considera impotente e paralizzata di fronte alle mitragliatrici, i carri armati e gli aerei degli inglesi, e pratica la non-collaborazione come conseguenza della sua debolezza. Se praticata da un numero sufficiente di persone tuttavia la non-collaborazione condurrà allo stesso fine, cioè alla liberazione dell’India dal peso schiacciante dell’ingiustizia inglese.

La non-collaborazione come io la intendo, non può essere praticata parallelamente alla violenza. Tuttavia invito anche i fautori della violenza a tentare la via di questa pacifica non-collaborazione. Essa non fallirà per una sua intrinseca debolezza; al contrario potrà fallire se a essa si avranno scarse adesioni. E tale fallimento sarà causa di un grave pericolo. Gli uomini nobili d’animo, che non sono capaci di sopportare più a lungo l’umiliazione nazionale, vorranno sfogare la loro collera. Essi ricorreranno alla violenza. E, a quanto mi è dato di vedere, periranno senza riuscire a liberare se stessi e il loro paese dall’ingiustizia. Se l’India accoglie la dottrina della spada, potrà ottenere una vittoria momentanea. Ma in tal caso l’India cesserà di essere l’orgoglio del mio cuore. Io sono devoto all’India perché devo tutto a essa. Credo fermamente che essa abbia una missione da compiere nel mondo. Essa non è destinata a copiare ciecamente l’Europa. Quando l’India accetterà la dottrina della spada, sarà per me il momento di essere chiamato in giudizio. Spero di non venir trovato colpevole. La mia religione non ha limiti geografici. Se avrò una completa fede in essa, essa supererà il mio amore per l’India. La mia vita è consacrata al servizio dell’India attraverso la religione della non-violenza, che io credo sia la radice dell’induismo.

(“Young India”, 11 agosto 1920)

 

2. La disobbedienza civile era sulle labbra di tutti i membri del Comitato del Congresso Pan Indiano. Non avendo mai avuto una diretta esperienza di essa, ognuno sembrava esserne innamorato, dimostrando così l’errata convinzione che essa sia il rimedio decisivo per le difficoltà in cui attualmente ci troviamo. Sono certo che la disobbedienza civile può realmente divenire un tale rimedio se riusciremo a creare l’atmosfera a essa necessaria. Per gli individui tale atmosfera esiste sempre, tranne quando è certo che la loro disobbedienza civile condurrà a degli spargimenti di sangue. Ho scoperto questa eccezione nei giorni del satyagraha. Ma malgrado ciò, può giungere un appello al quale non si può non rispondere, costi quello che costi. Posso vedere chiaramente il momento in cui io dovrò rifiutare l’obbedienza a tutte le leggi dello stato, anche se questo condurrà inevitabilmente a degli spargimenti di sangue. Quando il non rispondere all’appello significa una negazione di Dio, la disobbedienza civile diviene un dovere imprescindibile.

La disobbedienza civile di massa ha caratteristiche diverse. Essa può essere tentata soltanto in un’atmosfera di calma. Questa deve essere la calma della forza e non della debolezza, della consapevolezza e non dell’ignoranza. La disobbedienza civile individuale può essere e spesso è praticata a vantaggio degli altri. La disobbedienza civile di massa può essere e spesso è praticata per fini egoistici nel senso che i singoli individui che la praticano sperano di ottenere dalla loro disobbedienza dei vantaggi personali.

In Sud Africa ad esempio la disobbedienza civile di Kallenbach e di Polak fu diretta unicamente a vantaggio degli altri. Essi non avevano nulla da guadagnare personalmente. Al contrario migliaia di altre persone ricorsero alla disobbedienza civile perché speravano di ottenere attraverso di essa dei vantaggi personali, come ad esempio quello dell’abolizione della tassa imposta agli indiani immigrati e alle loro mogli e ai loro figli. Nella disobbedienza civile di massa è sufficiente che coloro che la praticano comprendano quale è la logica della dottrina. In Sud Africa, quando fui arrestato mentre stavo marciando su una zona proibita insieme a due o tremila uomini e alcune donne, ci trovavamo in una parte del paese praticamente disabitata. Tra le persone che erano con me si trovavano numerosi pathan e altri uomini fisicamente validi. Grazie all’azione del governo del Sud Africa il movimento diede la più grande dimostrazione del suo valore. Il governo dovette rendersi conto che nella stessa misura in cui eravamo decisi a non usare la forza contro nessuno, eravamo fermi nei nostri propositi. Sarebbe stato abbastanza facile per quella massa di persone fare a pezzi coloro che mi arrestarono. Questo però non solo sarebbe stata la peggiore dimostrazione di codardia che si potesse dare, ma avrebbe rappresentato una proditoria violazione dell’impegno assunto da quegli uomini, e avrebbe significato la rovina della lotta per la libertà e la deportazione di tutti gli indiani dal Sud Africa. Ma quegli uomini non erano una massa incosciente. Erano dei soldati disciplinati, e tanto più in quanto non erano armati. Sebbene io fossi stato separato con la forza da essi, non si dispersero né tornarono indietro. Continuarono a marciare sull’obiettivo stabilito, fino a che non furono tutti arrestati e imprigionati. A quanto mi risulta, questo è un esempio di disciplina e di non-violenza senza precedenti nella storia. Senza una tale capacità di autocontrollo non si può sperare di portare avanti con successo la disobbedienza civile a livello di massa.

Dobbiamo abbandonare l’idea di protestare contro il governo con delle grandi dimostrazioni ogni volta che uno di noi viene arrestato. Al contrario dobbiamo considerare l’arresto come un fatto normale nella vita di un non-collaboratore. Dobbiamo attirare su di noi l’arresto e l’imprigionamento come un soldato che va in battaglia cerca la morte. Noi puntiamo a vincere l’opposizione del governo sollecitando e non evitando il nostro arresto, dimostrando che siamo disposti anche a essere arrestati e imprigionati in massa. La disobbedienza civile significa, paradossalmente, essere disposti ad arrendersi anche a un solo poliziotto disarmato. Il nostro trionfo consiste nel fatto che migliaia di persone vengono condotte in prigione come agnelli al mattatoio. Se gli agnelli del mondo si fossero dimostrati disposti a essere condotti al mattatoio, si sarebbero salvati già da lungo tempo dal coltello del macellaio. Il nostro trionfo consiste inoltre nell’essere imprigionati senza aver commesso alcun delitto. Quanto maggiore è la nostra innocenza, tanto maggiore sarà la nostra forza, e tanto più rapida la nostra vittoria.

Dimostrando di temere la prigione, ci riveliamo codardi quanto il governo. Il governo trae vantaggio dalla nostra paura della prigione. Se soltanto i nostri uomini e le nostre donne considerassero le prigioni come case di riposo, cesseremmo di compiangere i nostri cari che si trovano nelle prigioni, che i nostri compatrioti in Sud Africa avevano ribattezzato Case di Sua Maestà.

Abbiamo per troppo tempo disobbedito mentalmente alle leggi dello stato e le abbiamo troppo spesso violate di nascosto per essere tutti pronti immediatamente per la disobbedienza civile. La disobbedienza per essere civile deve essere aperta e non-violenta.

La disobbedienza civile completa è un atteggiamento di ribellione pacifica, il rifiuto di obbedire a qualsiasi legge dello stato. Essa è sicuramente più pericolosa di una ribellione armata. Essa infatti non può mai essere domata se i seguaci della resistenza civile sono pronti ad affrontare le prove più ardue. Essa è basata sulla convinzione della assoluta efficacia della sofferenza del giusto. Accettando di essere condotto in prigione senza provocare disordini il seguace della resistenza passiva garantisce il mantenimento di un’atmosfera di calma. Colui che commette l’ingiustizia si stanca del suo comportamento se a esso non viene opposta resistenza. Una completa comprensione delle condizioni che consentono di portare avanti con successo la resistenza civile è necessaria almeno da parte dei rappresentanti del popolo, prima che si possa iniziare una impresa di tale portata. I rimedi più rapidi comportano sempre i più grandi pericoli, e la loro utilizzazione richiede una estrema saggezza. È mia ferma convinzione che se riusciremo a portare avanti con successo il boicottaggio dei tessuti stranieri, saremo in grado di creare un’atmosfera tale da consentirci di iniziare l’attuazione della disobbedienza civile su scala tanto vasta che il governo non sarà in grado di resistere a essa. Raccomando dunque a coloro che sono ansiosi di dare il via alla disobbedienza civile a livello di massa di non essere impazienti e di concentrarsi risolutamente sullo Swadeshi.

(“Young India”, 4 agosto 1921)

 

Oltre il Vietnam

di MARTIN LUTHER KING

Credo che il cammino dalla chiesa battista di Dexter Avenue – la chiesa di Montgomery, nell’Alabama, dove ho cominciato il ministero pastorale – conduca proprio qui, al santuario dove ci troviamo stasera.

C’è un nesso molto evidente e quasi elementare fra la guerra in Vietnam e la lotta che io e altri abbiamo intrapreso in America. Qualche anno fa, quella lotta ha visto un momento luminoso: è sembrato che per i poveri – neri e bianchi – ci fosse una promessa concreta di speranza, grazie al programma contro la povertà. Ci furono esperimenti, speranze, nuove aperture. Poi cominciò a crescere la tensione nel Vietnam, e io ho visto questo programma frantumarsi e svuotarsi, come se fosse l’ozioso balocco politico di una società impazzita per la guerra. E ho capito che l’America non avrebbe mai investito i fondi e le energie necessarie a riabilitare i suoi poveri, finché le avventure come il Vietnam avessero continuato a risucchiare uomini e talenti e denaro come una sorta di pompa aspirante, demoniaca e distruttiva. Perciò mi sono visto sempre più costretto a considerare la guerra un nemico dei poveri e in quanto tale ad attaccarla.

Forse è stato un più tragico riconoscimento della realtà quando ho capito che la guerra faceva assai di più che devastare le speranze dei poveri in patria. La guerra mandava i loro figli e fratelli e mariti a combattere e a morire in una percentuale straordinariamente superiore alla loro consistenza proporzionale nella popolazione. Stavamo prendendo i giovani neri che la nostra società aveva mutilato, e li mandavamo a quindicimila chilometri di distanza, per garantire nel Sud-est asiatico libertà a cui essi stessi non avevano accesso nel Sud-ovest della Georgia o a Harlem est. E così ci siamo trovati più volte di fronte alla crudele ironia di vedere sugli schermi televisivi ragazzi neri e bianchi che uccidono e muoiono insieme, per un paese incapace di farli sedere insieme nei banchi delle stesse scuole. E così li vediamo affiancati e solidali nella brutalità, mentre incendiano le capanne di un povero villaggio, ma ci rendiamo conto che a Chicago difficilmente potrebbero abitare nello stesso isolato. Io non potevo restare in silenzio di fronte a una così crudele manipolazione dei poveri.

Mentre camminavo circondato di giovani arrabbiati, disperati, rifiutati, dicevo loro che i fucili e le bombe molotov non avrebbero risolto i loro problemi. Ho cercato di far sentire loro la mia più profonda compassione, insieme sostenendo la convinzione che i mutamenti sociali si producono nel modo più significativo attraverso l’azione nonviolenta. Ma loro mi chiedevano, e giustamente: “E il Vietnam, allora?”. Mi chiedevano se non era forse vero che il nostro paese impiegava la violenza in dosi massicce per risolvere i problemi, per produrre i cambiamenti desiderati. Le loro domande coglievano nel segno; io sapevo che non avrei mai più potuto alzare la voce contro la violenza degli oppressi nei ghetti senz’aver prima parlato chiaro al maggior fornitore di violenza del mondo di oggi: il mio stesso governo.

Per amore di quei ragazzi, per amore di questo governo, per amore delle centinaia di migliaia di esseri umani che tremano sotto la nostra violenza, non posso tacere.

Ora, dovrebbe essere chiaro fino all’incandescenza come nessuno, che abbia in qualche modo a cuore l’integrità e la vita dell’America di oggi, possa ignorare questa guerra. Se l’anima dell’America resterà del tutto avvelenata, nell’autopsia si potrà leggere anche la parola “Vietnam”.

L’anima dell’America non si potrà salvare finché continua a distruggere le più radicate speranze degli uomini di tutto il mondo. E così, quelli fra noi che sono ancora convinti che l’“America deve esistere” devono incamminarsi sul sentiero della protesta e del dissenso, lavorare per la salvezza della nostra terra.

Come se non bastasse il peso di un simile impegno in nome della vita e della salvezza dell’America, nel 1964 mi è stato imposto un nuovo fardello di responsabilità; e non posso dimenticare che il premio Nobel per la pace era anche un incarico, l’incarico di lavorare con più impegno che mai per la fratellanza degli uomini. Questa vocazione mi porta a superare i doveri della fedeltà nazionale. Ma anche in mancanza di questo, dovrei pur sempre vivere con il senso del mio impegno di ministro di Gesù Cristo. Per me è talmente evidente il rapporto che lega questo ministero al dovere di costruire la pace, che talvolta mi stupisco che mi si domandi come mai parlo contro la guerra. Com’è possibile che i miei interlocutori non sappiano che la Buona Novella si rivolge a tutti gli uomini: ai comunisti e ai capitalisti, ai loro figli e ai nostri, ai neri e ai bianchi, ai rivoluzionari e ai conservatori? Hanno dimenticato che il mio ministero è istituito in obbedienza a Colui che ha amato i suoi nemici al punto di morire per loro? E allora, che cosa posso dire ai vietcong, o a Castro, o a Mao, in qualità di ministro fedele di Costui? Posso minacciarli di morte, o non dovrò invece condividere con loro la mia vita? Infine, mentre cerco di spiegare a voi e a me stesso il percorso che da Montgomery conduce a questo luogo, darei la spiegazione più valida se dicessi semplicemente che devo restare fedele alla mia convinzione di condividere con tutti gli uomini la vocazione a essere figlio del Dio vivente. Al di là del richiamo della razza o della nazione o del credo religioso, vale questa vocazione filiale e fraterna. Proprio perché credo che il Padre si prende cura in modo particolare dei suoi figli sofferenti e impotenti e reietti, stasera sono venuto a parlare per loro. Credo che in questo consista il privilegio e il fardello che tutti noi, che ci riteniamo vincolati da fedeltà e lealtà più vaste e più profonde del nazionalismo e tali da oltrepassare e sopravanzare le mete e le posizioni che la nostra nazione fissa per se stessa, dobbiamo aspettarci. Siamo chiamati a parlare per i deboli, per chi non ha voce, per le vittime della nostra nazione, per coloro che essa definisce “il nemico”, perché non esiste documento di mano umana che possa rendere questi esseri umani meno che nostri fratelli.

La guerra in Vietnam non è che il sintomo di un malessere assai più radicato nello spirito americano, e se ignoreremo queste realtà che ci obbligano a riflettere, nella prossima generazione ci ritroveremo a organizzare altri “comitati del clero e dei laici preoccupati”: si preoccuperanno per il Guatemala e il Perù, per la Thailandia e la Cambogia, per il Mozambico e il Sudafrica. Ci toccherà scendere in corteo per questi nomi e per una dozzina d’altri, andare a infiniti raduni e manifestazioni, se non si verificherà un cambiamento significativo e radicale nella vita e nella politica americana. E dunque questi pensieri ci portano oltre il Vietnam, ma non oltre la nostra vocazione di figli del Dio vivente.

Nel 1957, un funzionario americano dotato di sensibilità disse che secondo lui il nostro paese sembrava situato sul versante meno vantaggioso di una rivoluzione mondiale. Negli ultimi dieci anni abbiamo visto affiorare uno schema di repressione che oggi giustifica la presenza di consulenti militari statunitensi in Venezuela. La necessità di mantenere la stabilità sociale per favorire i nostri investimenti spiega l’opera controrivoluzionaria compiuta dalle forze americane nel Guatemala; spiega come mai contro i guerriglieri cambogiani si usino elicotteri americani, come mai contro i ribelli in Perù siano già stati usati napalm americano e le truppe dei Berretti verdi.

Riflettendo su queste attività, le parole del compianto John F. Kennedy tornano a ossessionarci; cinque anni fa Kennedy disse: “Coloro che rendono impossibile la rivoluzione pacifica renderanno inevitabile la rivoluzione violenta”.

Per scelta o per caso, la nostra nazione si è investita sempre più spesso di questo ruolo: il ruolo di coloro che rendono impossibile una rivoluzione pacifica, rifiutandosi di rinunciare ai privilegi e ai piaceri derivanti dagli immensi profitti degli investimenti in tutto il mondo.

Io sono persuaso che se vogliamo passare al versante positivo della rivoluzione mondiale, come nazione dobbiamo compiere una radicale rivoluzione dei valori. Dobbiamo al più presto cominciare a passare da una società orientata alle cose a una società orientata alle persone. Finché considereremo le macchine e i computer, le motivazioni del profitto e i diritti di proprietà più importanti delle persone, i tre giganti del razzismo, del materialismo estremo e del militarismo non potranno mai essere sconfitti.

Una vera rivoluzione dei valori ci indurrebbe ben presto a mettere in discussione l’equità e la giustizia di molte nostre scelte politiche del presente e del passato. Da un lato siamo chiamati a operare come il buon samaritano sul ciglio della strada della vita, ma questo è soltanto il principio: un giorno dovremo arrivare a capire che bisogna trasformare l’intera strada per Gerico, in modo che gli uomini e le donne non continuino a essere picchiati e rapinati mentre sono in viaggio sull’autostrada della vita. La vera compassione non si limita a gettare una moneta al mendicante, ma arriva a capire che, se produce mendicanti, un edificio ha bisogno di una ristrutturazione.

Una vera rivoluzione dei valori guarderebbe ben presto con disagio al violento contrasto fra povertà e ricchezza. Con l’indignazione del giusto, getterebbe lo sguardo oltre i mari, e vedrebbe i singoli capitalisti dell’Occidente investire immense somme di denaro in Asia, in Africa, nell’America del Sud, soltanto per ricavarne profitto, senza curarsi affatto del progresso sociale di questi paesi, e direbbe: “Questo non è giusto”.

Guarderebbe alla nostra alleanza con i proprietari terrieri dell’America Latina e direbbe: “Questo non è giusto”. Il senso di arroganza tipico dell’Occidente, che crede di avere tutto da insegnare agli altri, e nulla da imparare da loro, non è giusto.

Una vera rivoluzione dei valori metterà mano all’ordinamento mondiale, e della guerra dirà: “Questo modo di comporre i dissidi non è giusto”.

Bruciare gli esseri umani con il napalm, riempire le nostre case di orfani e di vedove, iniettare germi velenosi di odio nelle vene di popoli che di norma sarebbero pieni di umanità, rimandare a casa uomini che hanno combattuto in campi di battaglia tenebrosi e sanguinosi e tornano menomati nel fisico e turbati nella psiche: tutti questi atti non possono conciliarsi con la saggezza, la giustizia, l’amore. Una nazione che continua, un anno dopo l’altro, a spendere più denaro per la difesa militare che per i programmi di elevazione sociale, si avvicina alla morte dello spirito.

L’America, che è la nazione più ricca e potente del mondo, in una rivoluzione dei valori potrebbe certo fare da battistrada. Soltanto un tragico desiderio di morte ci può impedire di riordinare la nostra scala di priorità, in modo che il perseguimento della pace abbia la precedenza sul perseguimento della guerra. Niente ci può impedire di usare le mani ferite per plasmare uno status quo recalcitrante fino a trasformarlo in fraternità.

I nostri sono tempi rivoluzionari. In tutto il mondo gli uomini si ribellano contro antichi regimi di sfruttamento e di oppressione; dalle piaghe di un mondo fragile nascono regimi nuovi ispirati alla giustizia e all’uguaglianza. I popoli scamiciati e scalzi della terra si stanno sollevando come non mai. Il popolo che era nelle tenebre ha visto una grande luce [Is, 9, 2]. Noi in Occidente dobbiamo sostenere queste rivoluzioni.

È una triste realtà che a causa dell’amore per le comodità, dell’autocompiacimento, di una paura morbosa del comunismo, della tendenza ad adeguarci all’ingiustizia, le nazioni occidentali, che hanno avuto un ruolo da iniziatori per quanto riguarda gran parte dello spirito rivoluzionario del mondo moderno, oggi siano diventate arcicontrarie alle rivoluzioni. Perciò molti sono stati indotti a credere che soltanto il marxismo possieda spirito rivoluzionario; e, di conseguenza, il comunismo è la punizione che abbiamo meritato per non essere riusciti a tradurre in realtà la democrazia e a portare fino in fondo le rivoluzioni che avevamo iniziato. Oggi abbiamo una sola speranza: riuscire a riconquistare lo spirito rivoluzionario e uscire in un mondo talvolta ostile dichiarando eterna ostilità alla povertà, al razzismo, al militarismo. Questo impegno potente ci permetterà di lanciare una audace sfida allo status quo e alle consuetudini ingiuste, e così avvicineremo il giorno in cui “si colmi ogni valle, ogni monte o colle si abbassi, l’erta si cambi in piano e la scabrosità in liscio suolo” [Is, 40, 4].

Un’autentica rivoluzione dei valori significa in ultima analisi che dobbiamo avere una forma di lealtà ecumenica e non settoriale. Ogni nazione, ormai, deve sviluppare sopra ogni altra cosa una lealtà verso l’umanità, verso l’umanità nel suo insieme, in modo da riuscire a conservare il meglio delle singole società.

Dobbiamo superare l’indecisione passando all’azione. Dobbiamo trovare nuovi modi per parlare a favore della pace nel Vietnam e della giustizia in tutti i paesi in via di sviluppo, il cui confine comincia alla soglia delle nostre case. Se non agiremo, saremo certo trascinati lungo gli oscuri, lunghi e infamanti corridoi del tempo riservati a quanti possiedono potere ma non compassione, potenza ma non moralità, forza ma non giudizio.

Cominciamo. Rinnoviamo la nostra dedizione alla battaglia per un mondo nuovo, lunga e aspra ma bellissima. Questa è la vocazione a cui sono chiamati i figli di Dio, e i nostri fratelli aspettano con ansia la nostra risposta. Diremo che siamo troppo svantaggiati in partenza? Diremo che la lotta è troppo aspra? Il nostro messaggio sarà che le forze della vita americana militano contro la loro possibilità di diventare uomini in senso pieno, e noi inviamo i sensi del più profondo rammarico? Oppure ci sarà un messaggio diverso: di desiderio, di speranza, di solidarietà con le loro aspirazioni, di impegno verso la loro causa, a qualsiasi costo? Tocca a noi scegliere, e anche se forse preferiremmo che non fosse così, dobbiamo scegliere in questo momento cruciale della storia umana.

(tratto da Memoria di un volto: Martin Luther King, a cura di Fulvio Cesare Manara, Dipartimento per l’educazione alla nonviolenza delle Acli di Bergamo, 2002).

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 49 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

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