Un tecno-mito made in Kenya

di Vincenzo Cavallo

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L’Africa dei geni informatici e degli attivisti dei diritti umani, l’Africa che cambia e va avanti, nonostante la perpetua immagine proposta dai media occidentali, focalizzati solo sulle guerre civili e le catastrofi che spingono i disperati verso le nostre coste. L’Africa innovativa che cambierà il mondo, l’innovazione dal basso, l’innovazione low-cost, l’innovazione del Global South. Dopo la Sillicon Valley, ecco a voi la Savana Valley!
La storia è perfetta, appetibile, vendibile. Dopo le elezioni del 27 dicembre 2007 il Kenya precipita nel caos: attacchi, incendi, omicidi e saccheggi, con un bilancio impressionante di 2000 morti e 300 mila sfollati. Viene dichiarato lo stato di emergenza e ordinato un black out dell’informazione radio e tv. È proprio allora che a Nairobi succede un piccolo miracolo, una novità assoluta non solo per l’Africa ma per il mondo intero. Giornalisti free-lance e bloggers si organizzano e approfittano della rete per fornire comunque, e in tempo reale, informazioni su quanto stava succedendo nel Paese. Tre ragazzi coraggiosi fondano un sito interattivo che chiamano “Ushahidi”, ovvero “Il Testimone” in lingua swahili, che sorpassa i media tradizionali e dimostra che un’altra Africa è possibile.
Cosa è successo in questi dieci anni? Cosa è diventato “Ushahidi”? Come ha cambiato il modo di fare politica e informazione in Kenya e nel resto del mondo? E soprattutto cosa stanno facendo oggi quei tre ragazzi che hanno dato vita a questa storia? Saranno loro a salvare il Kenya dal baratro dell’ennesima guerra civile? La risposta è: non credo proprio.
“Ushahidi” è praticamente uscito di scena, il gruppo che ne ha dato vita si occupa ora di altro, ha smesso di interessarsi di politica e libertà di informazione, un altro gruppo ha preso le redini di quello che appare un fantasma del passato, gente meno famosa, personaggi meno in vista, amministratori razionali di fondi internazionali erogati senza alcun senso. Professionisti del non-profit. I riflettori si sono spenti, ma i fondi continuano ad arrivare lo stesso, anche se non come prima. Quest’anno niente articoli trionfanti, né documentari. Di Ushahidi non si sente più parlare, almeno sui media mainstream, e anzi molti, in ambito prima professionale e poi accademico, ne iniziano a scrivere. Qualcuno inizia a sollevare dei seri dubbi. Forse “Ushahidi” e le sue diverse implementazioni non hanno avuto alcun impatto sulla democrazia keniana, forse è tutta una bufala? Ma com’è possibile che persone intelligenti e di vasta cultura si siano lasciati ingannare?
La storia di questo tecno-mito post moderno e post coloniale, inizia a vacillare nonostante le autorevoli fonti ne abbiano ampiamente legittimata sia la nascita che l’esistenza. Soprattutto fonti accademiche nordamericane. Un mito che si basa sul semplice postulato della cara e vecchia “modernità”, il progresso, la civiltà contro i barbari, le nuove frontiere tecnologie al servizio della democrazia, il mito della trasparenza, il modello weberiano di opinione pubblica e società civile che veglia sul buon operato del governo, ecco a voi una nuova ricetta occidentale, il rimedio giusto per l’Africa, un modello infallibile e non questionabile.
La mia personale svolta di pensiero è avvenuta nel 2013, quando sono stato ingaggiato come coordinatore/ricercatore dalla Pennsylvania University per comprendere chi sono e come si comportano questi cittadini che utilizzano “Ushahidi”, i famosi “citizen journalists”.
È così che mi sono imbattuto in una serie di problemi etici e metodologici che ritengo sia importante condividere per capire come nasce, cresce e muore un mito postmoderno africano. Non è la tecnologia in sè l’oggetto di questo racconto, ma l’ideologia, la narrazione, il discorso, che genera e alimenta il mito della modernità e del progresso. Miti che nonostante tutto continuano a esistere e persistere con il supporto non solo del settore produttivo ma anche di quello accademico.
“Ushahidi” è una piattaforma per la raccolta, la visualizzazione e la geolocalizzazione delle informazioni: chiunque, attraverso email o messaggi di testo, può contirbuirvi.
Facendo ricerca mi sono reso conto che di “Ushahidi” non si puo’ conoscere il reale impatto, visto che è impossibile capire chi lo abbia usato sia nel 2007 che successivamente durante il referendum del 2010 (Uchaguzi) e quindi anche durante le ultime elezioni 2013 e ancora durante le ultime due elezioni del 2017. Il sistema giustamente tutela la privacy degli end-users (gli utenti finali) e quindi non è possibile comprendere se ci siano cittadini che lo usano davvero o se questi post siano in realtà l’opera di organizzazioni finanziate e soggetti pagati per fare questo lavoro. Non possiamo fare a meno che limitarci all’analisi dei testi e la quantizzazione dei post. A tal proposito quello che abbiamo potuto constatare è che la piattaforma è stata utilizzata soprattutto per ri-postare informazioni comparse su Twitter e altri social media. Dunque, sembra che piuttosto che alimentare il citizen journalism queste piattaforme vengano utilizzate da personale pagato per aggregare dati e poterli visualizzare su una mappa. Questo avviene quando ci sono fondi a disposizione, altrimenti tutto tace.
Esistono associazioni, gruppi di volontari e altre ong che hanno ricevuto molti fondi dalla comunità internazionale e che hanno usato con intelligenza il sistema, di questo non abbiamo alcun dubbio, hanno fatto un gran lavoro, con questi soggetti possiamo interagire e alcuni tra questi si firmano o utilizzano altre forme di riconoscimento, ma dei cittadini comuni, gli individui che da soli hanno usato il sistema in modo disinteressato, di questi ultimi, non abbiamo alcuna traccia.
Eppure sono loro ad aver reso questa piattaforma un fenomeno mondiale. Il cavallo di battaglia, lo slogan è di “Ushahidi”, il testimone, è sempre stato lo stesso, dare voce a chi non ha voce, al cittadino comune, e fare in modo che tutti possano partecipare al dibattito democratico, a mappare i conflitti e le infrazioni, per cercare di risolverle insieme, attraverso un azione comunitaria dal basso, ma se necessario anche con l’aiuto delle forze dell’ordine.
Non avendo alternativa, ho deciso di comprendere come alcuni ricercatori prima di me abbiano affrontato il problema. Come possiamo dimostrare la validità di questo sistema? La diretta correlazione tra questi progetti e il rafforzamento della società civile, della democrazia dal basso?
Mi sono così imbattuto in alcune ricerche pubblicate da autorevoli università nordamericane, tra queste Harvard, le quali concludono sempre la stessa cosa, che questa piattaforma ha avuto un effetto positivo e sia stata utilizzata da molte persone.
Analizzando la metodologia di ricerca e raccolta dati, con mio enorme stupore, ho scoperto che le ricerche in questione sono basate sul nulla, e che chi le ha supervisionate e sovvenzionate è coinvolto nello sviluppo degli stessi progetti che dovrebbe imparzialmente valutare.
Le analisi si basano su campioni che vanno dalle 20 alle 50 persone massimo e non esiste nessun modo per verificare che abbiano realmente usato il sistema.
In molti potrebbero semplicemente dire di averlo usato per entrare in contatto con ricercatori o altri soggetti che in futuro potrebbero essere utili, o semplicemente per parlare, non è raro qui in Kenya che le persone abbiano questo tipo di approccio quando si trovano difronte a dei ricercatori, i sistemi di verifica sono fondamentali per comprovare la verdicità delle informazioni ricevute.
La più ridicola di tutte queste ricerche è basata su un campione di interviste che non hanno alcun senso, un piccolo gruppo di donne, circa dieci, tutte legate a una ong e a una mediatrice culturale, tutte provenienti da baraccopoli. Ho ottenuto queste informazioni direttamente dalle autrici della ricerca, che a dir il vero non hanno accettato con grande entusiasmo di collaborare e rispondere alle mie domande.


Le donne intervistate hanno dichiarato di aver usato il sistema per postare delle informazioni, dai questionari pero’ non si capisce quali siano queste informazioni, ne tantomeno si comprende come i ricercatori possano essere riusciti a verificare la corrispondenza tra questi post e l’identità di chi li ha scritti.
Il processo di verifica si basa sulla fiducia, successivamente scopriro’ che questo gruppo è legato a una mediatrice culturale e infermiera che le conosce, perché sono beneficiarie del posto dove lavora; in pratica queste donne sono tutte assistite dalla mediatrice culturale impiegata dalle ricercatrici.
Non viene menzionata la classe media, ne tantomeno il ruolo che ha giocato, non sono stati intervistati altri soggetti che utilizzano con frequenza social media come Facebook, Istagram e Twitter, nessun giovane coinvolto, e nessun chiarimento rispetto a questa strana decisione di coinvolgere un campione così omogeneo.
Il primo resoconto che ho inviato alla coordinatrice in Nord America ha suscitato grande indignazione. La giovane ricercatrice ha subito dato un giudizio morale prima che scientifico ai risultati della mia prima esplorazione, e ha cercato di spiegarmi che il nostro compito non era quello di analizzare le altre ricerche ma di svilupparne una da zero.
Stavo involontariamente creando dei problemi, ma non capivo il perché. Allo stesso tempo mi rendevo conto che non potevo continuare a ingannare me stesso e gli altri, dovevo raccontare la storia così come la stavo vivendo, momento per momento, sicuro del fatto che alla fine il prestigioso ateneo avrebbe compreso e apprezzato la mia condotta, e mi avrebbe perdonato per quello che avevo precedentemente scritto a riguardo. Uno sguardo critico era necessario, di questo non avevo dubbio.
Ammetto però che ci ho creduto, ammetto di aver partecipato alla creazione e al consolidamento del mito della cyberdemocrazia made in Africa, l’ho fatto in parte per ingenuità e in parte per interesse, sia economico che accademico.
Questo articolo è infondo un ammissione di colpa, scritta in prima persona perché mi sento sia complice che vittima, ma ha una rilevanza importante, che trascende la mia personale esperienza perché vi farà capire una storia molto più ampia e complessa legata ai miti moderni, post moderni e post coloniali, che ancora sopravvivono nelle nostre coscienze occidentali e si manifestano nel continente africano attraverso nuove forme di credo. Nuove religioni, diffuse da nuovi missionari, attraverso l’utilizzo di vecchie dinamiche.
Le tecnologie portano con sè le ideologie, e l’imperialismo liberista e post colonialista resta l’unica vera ideologia dominante in occidente, la stessa che finanzia e dà voce a questi progetti, tutto questo viene fatto nel nome della cooperazione e dello sviluppo tra i popoli, ma in realtà serve solo ad alimentare il mito, il dio progresso, lo stesso che ha già distrutto e corrotto il continente Africa.
In molti hanno paura di ammettere le loro colpe, perché come me hanno mentito, in parte sapendo di mentire, affinchè i loro articoli scientifici potessero portare a nuove pubblicazioni o peggio affinchè le proposte dei loro progetti potessero essere approvate, generando in questo modo nuove consulenze e nuove opportunità lavorative al servizio dei tecno-missionari di turno.
“Ushahidi” e le sue implementazioni, sono serviti unicamente a esportare un mito occidentale, il mito della partecipazione e della trasparenza, e chiunque si sia opposto a questa narrazione è stato emarginato dal mondo accademico e lavorativo, pertanto è impossibile trovare delle ricerche che dimostrino nel dettaglio chi e perché ha completamente sbagliato la sua analisi sia a livello metodologico che interpretativo. L’auto-censura è fortissima, più forte della censura stessa tant’è vero che i più critici hanno agito nell’anonimato.
Io e il mio gruppo di ricerca siamo stati licenziati in tronco e rimpiazzati da ricercatori condiscendenti. Infatti nel 2015 è uscito un nuovo studio su “Ushahidi”, lo stesso che avevano commissionato a noi, il quale immancabilmente conclude che “Uchaguzi”, un progetto che si basa su “Ushahidi”, è stato un grande successo. Ma come hanno fatto a comprovare questa tesi?
Isistemi di auto-censura hanno influenzato il mondo della ricerca in ambito cooperazione e sviluppo tecnologico con il Sud del mondo, quello che in gergo specialistico viene chiamato “Ict4development and democracy”. Un settore che ha portato all’implementazione di costosissime tecno-cattedrali nei deserti delle fragili democrazie Africane.
Le uniche voci critiche contro questa speculazione sono state quelle di ricercatori anonimi i quali hanno sviluppato un progetto da loro chiamato Dead “Ushahidi”, “Ushahidi” Morto. Hanno creato una mappa interattiva per classificare tutte le mappe di “Ushahidi” che non hanno avuto nessun impatto, un idea geniale, in moltissimi hanno partecipato a sviluppare questa mappa delle mappe morte, iniziative a volte anche sponsorizzate che non hanno generato nessuna partecipazione. Chissà chi sono questi valorosi ma codardi attivisti, perché non si sono firmati, da dove vengono? Sono africani o occidentali? O vengone da entrambe le parti?
La cosa più interessante è che questi anonimi attivisti hanno sviluppato un contro slogan. Mentre i tecno-entusiasti avevano lanciato il motto “Map it Change it”, loro hanno risposto “Mapping doesn’t equal change”, mappare non significa cambiare, migliorare, fare la rivoluzione.
Questo gruppo di anonimi critici ha messo in discussione un postulato sul quale un intero settore della cooperazione e lo sviluppo ha costruito tecno-cattedrali, e cioè che l’informazione, che sia dal basso o dall’alto, che sia prodotta attraverso tecnologie rivoluzionarie o tradizionali, non necessariamente porta a un cambiamento positivo. Non esiste una diretta correlazione tra le due cose.
In gergo tecnico si chiama tecno-determinismo, ed è alla base di troppi articoli e documentari che continuano a rinforzare questo mito imperialista, liberista e post colonialista. Ma i tempi sembrano essere cambiati, e sul Kenya, nonostante le grandi innovazioni tecnologiche, sembra sia calata un’oscura nube, gli spazi per il dibattito aperto e democratico si stanno riducendo invece di espandersi. L’attuale presidente usa Facebook per farsi immortalare in T-shirt a blue jeans con pop stars e gente comune, ma di partecipazione vera se ne vede sempre meno, e i diritti civili conquistati sembrano pian piano svanire, gli attacchi alla società civile, quella che davvero cerca di sfidare il potere sono all’ordine del giorno, la situazione è veramente critica.
Gli stessi sviluppatori e blogger della prima ora, tra i quali Erick Hersman co-fondatore di “Ushahidi”, iniziano ad avere dei dubbi sul come il mondo dei maghi informatici si stia approcciando al tema, l’ultimo post che hanno condiviso in rete a riguardo delle elezioni è stato nel 2013, dopo è calato il silenzio. L’appartenza etnica offusca qualsiasi tipo di confronto oggettivo. L’etnia del candidato e la sua religione ha maggiore importanza del mito della trasparenza, o di qualsiasi altro mito occidentale.
Nel 2013 il sistema informatico per scrutinare i voti ha fallito e in molti hanno perso fiducia nei sistemi di voto elettronico, nel 2017 il governo ha ingaggiato una società francese per gestire il processo elettorale attraverso sistemi elettronici all’avanguardia, ma la Corte Suprema del Kenya ha dichiarato le elezioni nulle, proprio perché la trasmissione elettronica dei dati non è stata trasparente, com’è possibile?
Nel dettaglio le schede 34A non corrispondevano alle schede 34B, le prime sono archiviate nei database del sistema di votazione elettronica, mentre le altre sono trascrizioni di moduli pre-stampati compilati a mano dai commissari elettorali di ogni seggio, inviate alla sede centrale dove avviene lo scrutinio finale.
La commissione elettorale non ha fornito le schede 34A; 54 delle schede 34B, quindi ben 54 seggi elettorali non erano conformi al formato che può essere generato automaticamente solo dal sistema di votazione elettronico.
In pratica, il sistema genera delle schede elettorali simili a delle banconote, con un determinato codice, una filigrana, e un materiale che non è falsificabile. Le schede scrutinate erano pervenute in altri formati, diversi colori, falsificazioni grossolane. Quando i giudici hanno richiesto le corrispondenti schede la commissione elettorale le ha negate e la società francese è stata travolta da uno scandalo.
Mentre si consumava questo ennesimo flagello del mito cyberdemocratico, le ong e le fondazioni private continuavano a dare soldi per il monitoraggio partecipativo delle elezioni ai gruppi che hanno sviluppato Uchaguzi, la piattaforma basata su “Ushahidi”.
Ma questa volta l’entusiasmo si è affievolito, il ripetersi delle elezioni ha reso il tutto ancora più surreale. Alle urne a settembre sono riandati veramente in pochi, la più bassa affluenza elettorale dalla nascita del paese, circa il 30% della popolazione, in pratica solo lo zoccolo duro dei sostenitori del presidente Uhuru Kenyatta. Gli altri sono rimasti a casa perché nonostante la possibilità di utilizzare le ultime innovazioni tecnologiche i cittadini comuni hanno completamente perso la fiducia nella macchina elettorale. Non solo il mito della cyberdemocrazia è morto ma anche quello della democrazia elettorale rappresentativa sembra aver perso senso in Kenya.
Alle prime elezioni si è assistito all’omicidio brutale di uno degli incaricati alla sicurezza del sistema di voto elettronico. In molti hanno sostenuto che il commissario sia stato ucciso perché non voleva cedere alle pressioni dell’attuale presidente, i suoi sostenitori invece affermavano che era stata l’opposizione stessa a ucciderlo per far credere a tutti che l’attuale governo sia corrotto e tiranno.
Le elezioni si sono svolte in un clima di tensione terribile e dopo il verdetto della corte suprema alcuni commissari dell’ente preposto alla gestione imparziale del processo elettorale sono scappati dal paese, con la paura di fare anche loro la fine del collega misteriosamente ucciso poco prima delle precedenti contestate elezioni.
A questo punto l’oppositore Raila Odinga ha invitato i suoi sostenitori a non votare, nessuno si dimetteva come sarebbe stato naturale, i commissari scappavano e i giudici si davano assenti alle udienze della corte suprema, lasciando da soli gli unici che si opponevano veramente.
Infine, la ciliegina sulla torta, il presidente della commissione elettorale stesso si è dato assente durante le elezioni, dopo aver pubblicamente dichiarato che la commissione da lui presieduta non aveva la capacità di garantire lo svolgimento imparziale del processo elettorale.
Ma a settembre si è votato nuovamente, comunque, con il benestare anzi la benedizione della Unione Europea e di tutti gli osservatori internazionali, e nonostante la delegittimazione popolare e il tramonto del mito della democrazia elettorale trasparente, i tecno-entusiasti hanno celebrato il loro operato, complimentandosi pubblicamente. Anche questa volta “Ushahidi”, tramite “Uchaguzi”, ha incitato alla partecipazione popolare, alla libera informazione e alla trasparenza. È stato un successo da ripetere, quindi non vi preoccupate, nonostante tutto finanziare queste iniziative ha senso.
Tutto questo però rende l’atmosfera sempre più surreale, il settore delle ong sempre più lontano dalle reali esigenze della gente, e mentre il paese sta lentamente scivolando verso la recessione e una possibile guerra civile, nessuno più ha tempo di entusiasmarsi per la cyberdemocrazia keniana, il mito è morto, il re è nudo, ma qualcuno fa ancora finta di non vedere.

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