Ho perso la mia voce

di Dag Solstad
incontro con Alessandro Leogrande. Traduzione di Siv Lakou

 

Questa è, crediamo, l’ultima intervista fatta da Alessandro Leogrande in occasione di un suo viaggio a Oslo. Grazie alla cortesia della redazione di Iperborea, che ha fatto conoscere in Italia l’opera di Dag Solstad, Alessandro ha potuto contattare Solstad e dialogare con lui di Norvegia, politica, letteratura. Consideriamo da tempo Solstad come uno dei maggiori intellettuali europei del nostro tempo, coraggiosamente critico della sua società e tra i pochi a non aver rinnegato un passato di attivo militante politico. Lo si è paragonato non a torto a scrittori come Sartre, come Grass, come Boll. Se lo avessero conosciuto, avrebbe certamente instaurato un serio dialogo con i nostri Pasolini, Calvino, Fortini. Iperborea ha pubblicato di Solstad molti romanzi: La notte del professor Andersen, da cui consigliamo di cominciare, Timidezza e dignità, Tentativo di descrivere l’impenetrabile, Romanzo 11, libro 18… (Gli asini)

 

Amnesty International ha recentemente condannato il governo norvegese per aver rimpatriato molti rifugiati in Afghanistan e in Somalia. In tutta Europa, e anche in Norvegia, la crisi dei rifugiati ha avuto per reazione la crescita di partiti neofascisti o identitari. Qual è il suo punto di vista sulla Norvegia contemporanea? è un paese più chiuso rispetto al passato davanti al dolore degli altri?

Nelle elezioni del 2013 si è realizzato qualcosa che molti di noi credevano impossibile. Il Partito del progresso, il partito più a destra, quello a cui era vicino Breivik, è entrato nel governo. Questo è stato criticato dai giornali e dai giornalisti, un po’ dappertutto in Europa. Ma la Norvegia ufficiale si è meravigliata di queste critiche. E a sua volta ha criticato i giornali e i giornalisti che avevano criticato il Partito del Progresso definendolo un partito fascista. Chi afferma che è un partito fascista può avere problemi con il governo, e io stesso so bene che una tale dichiarazione susciterebbe scandalo sui giornali. Allora non lo dico. Quando mi chiedono che tipo di governo c’è oggi in Norvegia, io dico che si tratta di un governo blu-blu, invece di dire blu-bruno…

Il Partito del Progresso è molto simile ai Democratici svedesi o alla destra austriaca. Si tratta di fenomeni simili che si stanno riproducendo in molti paesi europei. è incredibile che si possa parlare di pistole e armi da usare per fermare i rifugiati che arrivano a Lampedusa o ai confini dell’Europa. Il fatto stesso che si possa parlare di questo come di una cosa possibile, normale, è per me scioccante. Per me non è importante definire questo partito come fascista, ma allo stesso tempo trovo anomalo che non sia possibile discutere se vi siano delle profonde analogie o somiglianze con il fascismo. Questa discussione oggi in Norvegia non esiste. è considerata inaccettabile. Non si parla del fatto che Breivik abbia ucciso 70 persone, si parla al contrario, dell’“islamizzazione occulta” della nostra società, come se si trattasse di un processo sotterraneo che deve essere arrestato a ogni costo.

 

Non ci si interroga sulle cause della violenza interna, quella di Breivik, ma si grida al “pericolo esterno”.

Molte loro affermazioni sono del tutto simili a quelle che abitualmente definiamo fasciste. Tuttavia “fascismo” è una parola da usare con attenzione. Non è facile dire cosa sia oggi il fascismo, ma è giusto chiedersi quale nome dobbiamo dare, ad esempio, a quello che sta accadendo in Ungheria o in Polonia. Non è corretto forse parlare di fascismo tout court, ma dobbiamo chiederci pur sempre quali parole usare per descrivere tutto questo. Se diciamo che il Partito del Progresso è veramente fascista allora dovremmo dire lo stesso dei partiti che si stanno affermando in mezza Europa. Per questo credo che dobbiamo maneggiare con cura le parole, non usarle incautamente, quando indicano fenomeni molto gravi. Ma allo stesso tempo non possiamo non chiederci come definire quello che sta accadendo, come definire oggigiorno quei precisi discorsi che a volte ci sembrano simili al fascismo.

 

Nei suoi libri degli anni novanta ha voluto descrivere l’ipocrisia della società socialdemocratica. Oggi forse siamo entrati in una nuova fase, in cui è stata gettata la maschera. I governi socialdemocratici non gestiscono più – con il sistema del welfare – un ordinamento sociale che di fatto, pur garantendo alti standard di vita a tutti, era già da tempo pienamente capitalista e individualista. Finita tale contraddizione, ora è venuta via la maschera e abbiamo direttamente un governo blu-blu.

Ho l’impressione che dappertutto, in Europa, sia stato normalizzato questo processo. Fanno tutti due passi verso destra. L’ho fatto anche io: mi ritrovo ad accettare cose più moderate di un tempo, certo non la politica blu-blu, ma quella di un partito socialista più a destra di prima. Funziona anche per me, deve essere una malattia che colpisce tutti.

 

In questo contesto, le utopie degli anni sessanta le sembrano “marziane”, di un altro pianeta, più ancora che di un’altra epoca: qualcosa che appare totalmente irrealistico in questa Europa?

Visto il materiale di cui sono fatti gli uomini del nostro tempo, può essere proprio così! In fondo all’epoca, almeno qui in Norvegia, non eravamo in tanti a vivere l’ideale socialista, le idee della nuova sinistra, ma come abbiamo sognato! Oggi vedo questo panorama e mi chiedo: ma davvero sono accadute tutte quelle cose? Davvero è stato possibile? Quando penso a ciò che è stato, è molto facile rimanere delusi. Ma non ho voglia di essere deluso. Per questo non parlo troppo, è la mia soluzione.

 

Questa impossibilità di definire un orizzonte sociale diverso, questa sconfitta di alcuni, precisi ideali, nei suoi romanzi era già presente negli anni novanta. I suoi protagonisti erano già profondamente disillusi. Ora vede come ancora più radicale l’impossibilità di intravedere una società diversa?

Con Roman 1987 (non tradotto in italiano, ndr) ho descritto la fascinazione della rivoluzione e il suo insuccesso, i sogni del tempo di prima e la loro crisi, tanto quanto ho voluto raccontare il pattinaggio sul ghiaccio. Ma dopo questo romanzo ho deciso di non scrivere più libri con personaggi che avevano un passato nel partito comunista. Sarebbe stata una ripetizione. Sarebbe stato un ripetere se stessi. Sono dubbioso sul fatto che sia possibile immaginare un futuro diverso, un orizzonte sociale diverso da quello in cui viviamo. È un dubbio che mi pervade. Ma credo allo stesso tempo che dobbiamo sempre nutrire una speranza, perché – almeno nel mio caso – senza speranza non è possibile scrivere. La cosa peggiore che possa capitarci è operare una censura delle cose che non si possono scrivere, una censura di se stessi. Non voglio essere io stesso l’artefice di questa censura, non voglio io stesso operare una tale amputazione rispetto a tutto ciò che riguarda il futuro, e la possibilità di immaginarlo come aperto. Non posso farlo a nome del futuro.

Nel suo libro Tentativo di descrivere l’impenetrabile, scrive del suo rapporto con un architetto che decide di andare a vivere in un quartiere satellite di Oslo, un quartiere modello che ha contribuito a ideare, che avrebbe dovuto dare agli operai una vita comunitaria dagli alti standard e che invece si rivela un luogo di solitudine e alienazione. In quel libro viene descritta tutta la difficoltà per un intellettuale di avere un incontro vero, reale, con la classe operaia, di superare gli steccati che si riteneva di poter superare facilmente. Oggi per un intellettuale è ancora più difficile cercare un incontro reale con i nuovi arrivati, i rifugiati? Vi sono steccati simili o sono molto diversi?

C’è una grande differenza, anche se ci sono ovviamente delle cose simili. In realtà c’è una grande differenza nelle stesse persone che definiamo rifugiati. Possono esserci analfabeti che provengono dalle montagne della Turchia e intellettuali o giornalisti che fuggono da regimi oppressivi. L’integrazione non è mai facile. Quando accadono fatti come quelli di Colonia, parlo delle molestie contro le donne, è facile farsi prendere dalla rabbia e pensare: ma perché si comportano così? Perché non c’è nel gruppo qualcuno capace di condannare questi comportamenti? Punti come questi rendono l’integrazione e la discussione molto difficili alle volte. Ma personalmente non penso sia più difficile parlare con un rifugiato che con un altro norvegese. Personalmente non ho problemi con nessuno.

 

Prima era forse più immediato capire chi erano gli sfruttati, gli oppressi. Oggi è molto più difficile individuarli.

Non è facile definire chi sono gli oppressi in un paese molto ricco come la Norvegia, in cui tutti vivono bene. Chi è oppresso? Di certo non possono essere veramente oppressi, se votano per Trump o per il Partito del progresso o per Berlusconi. I bianchi che vedono nei neri afroamericani il loro grande nemico hanno votato per Trump, perché è apparso manifestamente contro di loro. Sia Trump sia Berlusconi sono uomini di tv, uno è stato un personaggio televisivo e l’altro un proprietario. Sia uno sia l’altro capiscono cosa è popolare, capiscono come rendere i media popolari, e non hanno fatto altro che portare tutto ciò in politica. Lo showbiz ha sostituito le idee: si dicono solo quelle cose che possano essere popolari. Ciò che mi impressiona è che gli elettori hanno votato per candidati che non possono in alcun modo difendere i loro interessi. Chi ha votato per Trump ha votato davvero per il proprio nemico, il più ricco di tutti.

 

Prima diceva che i protagonisti dei suoi libri non hanno più una militanza comunista alle spalle. Pensa che il suo lavoro letterario vada verso la definizione di altre questioni? Ad esempio verso la narrazione di una incomunicabilità più profonda, che non riguarda solo il fallimento della politica, ma l’essenza stessa delle relazioni umane e affettive?

Tale passaggio, dal racconto della disillusione politica a quello della incomunicabilità e di fallimenti esistenziali più profondi, ha cambiato il mio lavoro letterario, ma non nel senso che abbia perso completamente la speranza. Ho continuato a scrivere. Poco alla volta ho sentito che i protagonisti dei romanzi degli anni novanta avevano vissuto una vita migliore, e che avevano controllato meglio la propria esistenza rispetto a quelli precedenti. Questi ultimi erano più frustrati.

 

E quelli successivi? I personaggi dei romanzi successivi agli anni novanta?

Dopo gli anni novanta non sono mutati più di tanto. Stiamo parlando di gente che vive sempre piuttosto bene, con le proprie solide idee e le proprie vite ben definite. Ma l’ultimo libro l’ho scritto quattro anni fa. Non so per quale motivo non ho scritto più un libro da allora. Ma forse la ragione è una sola: è più difficile. Convivo bene con il fatto di non scrivere più, ma le ragioni per cui ciò è avvenuto sono forse più difficili da decifrare.

 

Non scrive più romanzi, ma interviene pubblicamente? Scrive articoli, saggi? Scrive altre cose?

Ho scritto alcuni articoli ultimamente, ma non molti… Poi, certo, c’è anche l’età con i suoi acciacchi e i suoi problemi. Ma la verità è che non sento di avere davvero qualcosa da dire. Ho detto molto in passato. Oggi spesso mi chiedo: cosa ho da dire ancora? Negli anni della disillusione, della fine dell’utopia, mi sono chiesto tante volte che cosa volessi dire veramente. Per venticinque anni le mie uniche risposte sono state i libri che ho fatto. Ogni libro è stata una risposta. Ogni volta mi sono detto che sì, in fondo, avevo qualcosa da dire. Ora mi sono posto la stessa domanda e aspetto, ma non ho ancora trovato una risposta. Forse è l’epoca. Tra i libri legati alla fine dei sogni rivoluzionari e quelli degli anni novanta non era cambiato poi molto. In realtà era cambiato molto poco. Anche se la possibilità di realizzare delle utopie politiche si era ormai estinta, io comunque potevo dire di non essere toccato dal capitalismo. Il capitalismo non aveva ancora potuto distruggermi, annichilirmi. Ora è completamente differente. Oggi il capitalismo regna in ogni angolo della vita culturale, e pertanto mi sento toccato anche io. La cultura vive ormai delle promesse del capitalismo: ad esempio, se fai un libro, non conta che sia buono o cattivo, l’unica questione che davvero conta è se venda o meno. E allora per la prima volta ho sentito che il capitalismo ha occupato interamente la vita della cultura. Non è più come prima.

 

Prima, anche se era finita l’utopia politica, la cultura poteva ancora costituire un argine davanti al dominio del capitalismo.

Negli anni novanta le utopie politiche erano già finite, i miei personaggi agivano in un’epoca di riflusso, ma non si era ancora realizzata una situazione come quella attuale. Oggi il capitalismo regna in tutta la vita culturale e editoriale. A tutti i livelli della scrittura.

 

Ed è questo che la spinge al silenzio?

Mi chiede se tutto questo ha un ruolo nella decisione di non scrivere? Certo che sì. C’è un clima così strano, così straniante. Ho completamente perso la mia voce. Prima potevo provare avversione per il capitalismo e rintanarmi in uno spazio differente, quello della scrittura. Ma oggi il capitalismo si è spinto fino a privarmi della mia stessa lingua. La lingua dei social network, di Twitter, di Facebook, non è più la mia lingua.

 

La lingua mediatica non aggredisce solo la lingua letteraria, impoverisce anche la lingua quotidiana.

La società adesso aspetta solo che i giornali muoiano. è terribile vedere la loro sofferenza, la loro agonia. Tutto ciò mi rende pazzo.

 

In Italia il livello del linguaggio della politica e della sfera pubblica si è molto abbassato. Questo è stato sicuramente un prodotto degli anni di Berlusconi, ma oggi appare come un fenomeno ancora più pervasivo, ancora più disarticolato, ancora più violento, con il trionfo delle forze politiche demagogiche e sovraniste.

Quando i blu-blu hanno vinto le elezioni, hanno detto: abbiamo vinto perché siamo di buon umore. Il che vuol dire che gli altri, quelli di sinistra, non portano gioia. Hanno spostato su questo livello il termine del confronto, non sulle parole, sulle spiegazioni… E hanno avuto la meglio.

 

Ho paura che mentre noi ci scopriamo impotenti e privi di parole, vediamo delinearsi davanti ai nostri occhi una società che rischia di esplodere, una società in cui abbiamo da una parte sempre più rifugiati che non riusciamo ad accogliere o che rimandiamo indietro, dall’altra sempre meno capacità di dialogo e di immaginazione, e dall’altra ancora sempre più pulsioni e movimenti parafascisti, e – in generale – sempre meno politica in grado di trovare delle soluzioni e di regolare i conflitti… A volte penso che stiamo correndo verso l’Apocalisse.

Forse l’unico esito è un golpe militare.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 48 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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