Nigeria, nazione chiave

di Alessandro Jedlowski

disegno di Mari Kanstad Johnsen

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Tra i più numerosi gruppi di persone arrivate in Italia nel corso degli ultimi anni, lungo le rotte che attraversano il Mediterraneo, ci sono quelli che provengono dalla Nigeria. La loro presenza ci interroga, ci impone la necessità di approfondire le nostre conoscenze di questa regione dell’Africa Occidentale così importante per il continente, eppure così poco e mal conosciuta in Italia. La Nigeria è un paese grande, molteplice, affascinante. Si tratta della più grande nazione “nera” del mondo, con una popolazione che supera i 180 milioni di abitanti, composta da centinaia di gruppi etnici diversi, una delle popolazioni più urbanizzate del continente, con almeno una decina di città che superano il milione di abitanti, e una megalopoli, Lagos, che si avvicina per dimensione e popolazione a grandi capitali mondiali come Tokyo, Città del Messico e New York. Se in Italia e in diverse altre regioni del mondo la reputazione della Nigeria è spesso negativa, questo paese è per molti aspetti un punto di riferimento culturale fondamentale per il resto del continente e per la diaspora africana nel mondo. Si tratta infatti di uno dei paesi la cui produzione culturale è riuscita meglio a farsi conoscere e ad affermarsi a livello globale, si pensi alla musica di Fela Kuti e Tony Allen o dei più recenti P-Square e 2Face Idibia, alla letteratura di Wole Soyinka, Chinua Achebe, Chimamanda Ngozi Adichie e tanti altri, o al cinema di Nollywood, per non parlare delle mode di abbigliamento, architettura e design che da questo paese si sono imposte in giro per l’Africa e altrove nel mondo. È fondamentale tenere a mente questa ricchezza affrontando l’analisi di quelli che sono i lati più oscuri della storia e del presente nigeriano. Si tratta infatti di risorse alle quali è possibile ritornare per nutrirsi e comprendere meglio la complessità di questo paese.

Se è vero che la storia recente della Nigeria è stata segnata da episodi particolarmente violenti come la recente insurrezione fondamentalista di Boko Haram e la guerra civile del Biafra alla fine degli anni sessanta, questo paese ha una storia ricca e complessa, all’interno della quale è possibile trovare una grande varietà di configurazioni politiche e storiche di grande spessore, come il Regno del Benin nel sud-est del paese (uno dei regni più longevi e splendenti della storia africana precoloniale), il califfato di Sokoto nel nord (uno dei califfati più potenti e estesi della zona sub-sahariana in epoca precoloniale), o ancora i regni yoruba del sud-ovest del paese (riconosciuti dalle popolazioni limitrofe per la sofisticazione delle loro arti e della loro cultura). Il fervore e il dinamismo di queste esperienze storiche è stato ampiamente condizionato, nel corso degli ultimi due secoli, dall’impatto della tratta transatlantica di schiavi e del colonialismo britannico, fenomeni le cui tracce sono fondamentali per comprendere il presente di questa regione.

Tre sono le conseguenze storiche principali che è utile tenere presenti nell’avvicinarsi a un’analisi delle dinamiche politiche ed economiche della Nigeria di oggi. Innanzitutto, da un punto di vista economico, la tratta prima e il colonialismo poi hanno orientato questa regione (come molte altre del continente africano) a sviluppare un’economia estrovertita, fondata sull’esportazione di forza lavoro (gli schiavi di ieri e i migranti di oggi) e, in un secondo momento, di prodotti agricoli coltivati nelle piantagioni e di materie prime. Questa struttura economica, particolarmente vulnerabile alle fluttuazioni del mercato globale, è diventata ancora più radicale con la scoperta del petrolio alla fine degli anni cinquanta, che ha trasformato il paese in uno dei più grandi esportatori al mondo, ma ha anche reso la sua economia drammaticamente dipendente dall’andamento internazionale del prezzo del greggio – una dipendenza che una volta di più ha mostrato la sua violenza negli ultimi tre anni, con la drammatica crisi economica che in Nigeria ha seguito la riduzione del prezzo del petrolio sui mercati internazionali dovuta alla guerra dei prezzi fra produttori mediorientali e americani.

In secondo luogo, i missionari occidentali prima e l’amministrazione coloniale poi, nel tentare di approfondire le loro conoscenze delle popolazioni e delle culture locali al fine di meglio organizzarne lo sfruttamento hanno sviluppato una serie di categorie di natura etnica, linguistica e razziale, spesso strutturate in ordine gerarchico, attraverso le quali concettualizzare e mettere ordine nella grande varietà e fluidità dei sistemi culturali, economici e politici locali. Queste definizioni, spesso basate su una radicale incomprensione del contesto africano e della sua complessità, hanno finito per imporsi localmente, per diventare categorie fondamentali di differenziazione fra le popolazioni presenti sul territorio, partecipando a reificare e rendere rigide delle differenze identitarie storicamente mobili e cangianti. La politicizzazione di queste identità fittizie ha finito per avere conseguenze particolarmente drammatiche per l’evoluzione del paese, alimentando conflitti regionali su base etnica.

Infine, in terzo luogo, il modello amministrativo adottato dalle autorità britanniche in epoca coloniale, fondato sulla contrapposizione fra zone di amministrazione diretta (in alcune regioni del sud del paese) e zone di amministrazione indiretta (nel resto del paese e soprattutto nel nord), ha partecipato a esacerbare le differenze politiche e culturali fra il sud, a prevalenza cristiana e marcato da una più lunga storia di interazioni dirette con l’Occidente e un più alto grado di modernizzazione politica, e il nord, prevalentemente musulmano e caratterizzato da strutture politiche tendenzialmente conservatrici. In epoca coloniale, questa struttura amministrativa ha favorito l’emergenza di una nuova classe politica moderna e cosmopolita nel sud del paese, lasciando invece le redini del potere della regione settentrionale nelle mani dell’aristocrazia conservatrice tradizionale, controllata a distanza dalle autorità britanniche. Il divario profondo fra queste due regioni si è acutizzato al momento dell’indipendenza del paese, nel 1960, per diventare sempre più profondo negli anni successivi. La maggior parte delle tensioni che attraversano oggi la scena politica nigeriana ha, in un modo o nell’altro, un legame con il dualismo nord-sud che l’amministrazione coloniale ha contribuito a creare.

Quando si guarda alle motivazioni che spingono oggi molti nigeriani a mettersi in viaggio, sfidando gli infiniti rischi della migrazione via terra (attraverso il deserto del Sahara) e via mare (attraverso il Mediterraneo) è importante tenere presenti queste coordinate storiche. I fattori di crisi che caratterizzano il presente nigeriano sono infatti molteplici, ma nella maggior parte dei casi le loro cause sono intimamente legate ai fattori discussi poc’anzi, e alle complesse conseguenze che hanno avuto sugli equilibri politici ed economici del paese.

Ad esempio, malgrado l’interpretazione religiosa che ne è stata spesso data dai media internazionali, l’insurrezione fondamentalista di Boko Haram (termine che in lingua hausa vuole dire all’incirca “l’educazione occidentale è peccato”) è profondamente legata alla dinamica di equilibri e squilibri politici fra nord e sud del paese. Secondo una lettura della genesi dell’insurrezione che circola abbondatemente in Nigeria, il movimento (che inizialmente era non violento) è stato progressivamente spinto alla militarizzazione da alcuni politici del nord del paese che temevano un colpo di mano da parte di esponenti politici del sud, nel quadro delle elezioni presidenziali del 2010. è necessario sapere che, dal ritorno della democrazia in Nigeria nel 1999, esiste una regola non scritta di alternanza al potere fra le regioni del sud e quelle del nord. Il primo presidente democratico, Olusegun Obasanjo, di etnia yoruba, ha governato per due mandati, fino al 2007. Come da copione, il suo successore, Umaru Yar’Adua, veniva dal nord. Al momento della sua morte prematura nel 2010, il suo vice Goodluck Jonathan (per la medesima legge non scritta, proveniente dal sud del paese) ha preso le redini della federazione nigeriana con la missione di traghettare il paese fino alle elezioni del 2011, alle quali secondo la consuetudine avrebbe dovuto vincere un candidato del nord per completare i due mandati spettanti di diritto a questa regione. Durante l’anno passato al governo, tuttavia, Jonathan ha fatto valere l’argomento di provenire da una regione, il Delta del Niger (famosa per i suoi pozzi petroliferi e per la distruzione ambientale che le compagnie internazionali hanno provocato nella regione per estrarne le preziose risorse), che mai aveva avuto accesso al potere federale, dall’epoca dell’indipendenza in poi. Riuscendo in breve tempo ad allineare alle proprie ambizioni la maggior parte dei membri del partito di governo, Jonathan ha quindi vinto le primarie del partito e si è imposto alle presidenziali del 2011. Temendo il prodursi di uno scenario di questo tipo, alcuni politici del nord avevano cominciato a finanziare la militrizzazione di Boko Haram, utilizzando la minaccia della violenza per fare pressione sulle decisioni interne al partito. La militarizzazione del dissenso religioso a fini politici ha una storia di lunga data nel nord della Nigeria, dove “guerre sante” di larga scala sono state condotte nei secoli passati per combattere invasori esterni e rivali geopolitici di natura di volta in volta diversa. Tuttavia, in quest’occasione, i politici locali non hanno fatto i conti con un quadro internazionale stravolto dalla “guerra al terrore” americana, e con le reti internazionali pronte a sostenere un’insurrezione come quella di Boko Haram. Nell’arco di pochi mesi, i guerriglieri inizialmente armati dai politici locali si sono resi autonomi, e l’insurrezione è sfuggita di mano ai suoi fomentatori, assumendo dimensioni e livelli di brutalità strabilianti.

In questo quadro, altri conflitti di natura locale, come la questione dell’accesso alla terra da parte di gruppi sociali marginalizzati (in particolare nella regione di Jos, nel centro del paese) o la richiesta di una maggiore rappresentazione politica da parte di gruppi etnici minoritari (come i Kanuri) si sono innestate in una complessa lotta molteplice che, a livello internazionale, è stata ridotta all’ennesima manifestazione di un Islam estremista. è interessante notare, comunque, come gli stessi guerriglieri di Boko Haram si siano progressivamente appropriati di questa retorica per accedere a ulteriori reti di finanziamento e di supporto logistico e militare, come quando nel 2015 hanno giurato fedeltà allo Stato islamico e al califfo Al-Baghdadi per accedere alla reti di commercio illegale di armi controllate dall’Isis in Libia.

Questa complessa vicenda (che, stando alla sterminata letteratura su di essa prodotta in campo accademico e giornalistico negli ultimi anni, è probabilmente ancora più complessa di così) illustra bene il modo in cui in Nigeria fattori storici, contigenze locali, e dinamiche politiche internazionali si intreccino per creare un quadro particolarmente intricato e difficile da decriptare. Ciò che resta evidente è il prezzo estremamente alto che le popolazioni locali si trovano a pagare per conflitti di potere limitati alla ristretta élite cleptocratica che detiene il potere sin dall’indipendenza, in palese connivenza con gli interessi delle multinazionali del petrolio e dei governi (occidentali e non – si pensi al ruolo crescente della Cina e dell’India) che in questo paese cercano di difendere i propri interessi strategici ed economici. Le vittime civili provocate dall’insurrezione di Boko Haram sono state più di 15mila, oltre due milioni e mezzo i rifugiati interni, stretti in una morsa letale fra gli attentati terroristici e la repressione cieca e violentissima dell’esercito nigeriano, conosciuto internazionalmente per l’arbitrarietà dei suoi interventi e delle sue tecniche di guerra.

Una simile dinamica si può riscontrare anche in un altro dei focolai di insurrezione più attivi del paese, quello del Delta del Niger, e in termini più ampi, della regione del Biafra, dove forme di insurrezione non violenta si susseguono ciclicamente a forme di lotta armata, con un andamento strettamente legato ai cicli di alternanza politica alle redini del governo centrale del paese fra esponenti del sud e del nord del paese. Anche qui, come si puo’ osservare bene nel caso della recente emergenza di un nuovo movimento indipendentista biafrano intensificatasi con l’arrivo al potere del presidente nordista Muhammadu Buhari, la repressione cieca e violenta da parte dell’esercito e delle autorità federali ha giocato un ruolo particolarmente importante nella radicalizzazione di un movimento, l’Indigenous people of Biafra, nato con intenzioni pacifiche. Oggi, in modo del tutto arbitrario, quest’organizzazione politica è stata inserita nella lista dei gruppi terroristici attivi in Nigeria, obbligandone i membri alla clandestinità. Ciò è successo senza che nessun attacco terroristico fosse stato ancora commesso, e non ci sarà da stupirsi quando la profezia si autorealizzerà, e l’ennesima insurrezione armata diventerà una minaccia reale.

I migranti in provenienza dalla Nigeria sono quelli le cui richieste d’asilo, in Italia come in altri paesi europei, sono più spesso respinte. Secondo le autorità internazionali, infatti, i fattori di crisi politica e militare che stravolgono regolarmente il paese sono di natura principalmente regionale e possono essere risolti attraverso migrazioni interne al paese. Ed è vero che, ad esempio, la maggior parte dell’enorme flusso di rifugiati provocato dagli attacchi terroristici di Boko Haram ha trovato riparo in campi costruiti all’interno della Nigeria, spesso in condizioni di sicurezza estremamente precarie. Ma anche così, non si può non riconoscere il clima diffuso di insicurezza e abbandono che la popolazione civile nigeriana vive quotidianamente, stretta fra cicliche ribellioni armate e forme endemiche di corruzione e violenza istituzionale che rendono la vita in Nigeria estremamente stressante per chiunque non abbia una rete clientelare sufficientemente estesa per far fronte all’incessante instabilità economica e politica del paese. La collaborazione sempre più stretta fra mafie italiane e nigeriane, trafficanti libici e mercenari saheliani, sfrutta il desiderio di partire e la vulnerabilità di chi vuole intraprendere il viaggio verso l’Europa, per arricchire le organizzazioni criminali attraverso forme sempre più esplicite e cruente di schiavitù, che aggiungono a un dramma simile a quello delle navi negriere del Settecento e dell’Ottocento, la terribile ironia del fatto che siano gli “schiavi” stessi a pagare per intraprendere la traversata.

La follia cieca di questa dinamica puo’ interrompersi soltanto attraverso il riconscimento della mobilità come diritto umano fondamentale, e quindi attraverso un ripensamento radicale dell’idea di frontiera e della struttura politica (lo stato-nazione) che dietro alla frontiera si è trincerata per difendere la sua identità inventata. Infinite volte in Nigeria come altrove in Africa ho sentito dire a giovani diretti verso l’Europa che muoversi è un diritto che nessuno mai potrà togliergli. Molti mi hanno confessato che se soltanto la frontiera non esistesse, e con essa le terribili violenze, i debiti e le vessazioni subiti da chi cerca di attraversarla, la maggior parte di loro viaggerebbe solo per vedere come si sta dall’altra parte e, una volta presa coscienza della falsità che si nasconde dietro l’immagine di un eldorado europeo, farebbero rotta verso orizzonti più familiari e accoglienti. Ma oggi il viaggio è un’esperienza che si trasforma rapidamente in trappola, e quando sei dall’altra parte, il ritorno è un’opzione che il sangue delle violenze subite e il peso delle promesse fatte a chi ha finanziato la tua traversata hanno cancellato per sempre. La frontiera produce l’impossibilità del ritorno, rendendo il luogo d’arrivo qualcosa di simile a una prigione, per molti versi peggiore di quella da cui ci si è voluti allontanare all’inizio del viaggio. Non resta che continuare a spostarsi, cancellando le proprie tracce e le proprie impronte digitali, come fanno i giovani che tentano di attraversare lo stretto della Manica; continuare ad attraverare frontiere per mostrare al mondo l’assurdità della loro esistenza.

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