Messico, una candidata india

di Juan Villoro. Traduzione di Cecilia Raneri

illustrazione di Fabian Negrin

 

Una ragazzina di 13 anni vende semi di zucca a Ciudad Guzmán, Jalisco. È la terza di undici fratelli. A casa sua, nella comunità nahua di Tuxpan, a un’ora di camion, ci sono le tortillas, ma non c’è niente da metterci dentro. La cena dell’intera famiglia dipende dal fatto che María de Jesús Patricio Martínez riesca a vendere un sacchetto di semi. La scena si svolge nel 1976. Oggi, quella ragazzina aspira alla Presidenza della Repubblica.

L’impresa di Marichuy, o Chuy, come la chiamano i più intimi, è cominciata al modo delle cosmogonie preispaniche: in mezzo al mais. “Mio padre era un agricoltore; io andavo con lui nei campi, di pomeriggio studiavo e di sera aiutavo mia madre con i miei fratelli più piccoli”, commenta nella sede del Concejo Indígena de Gobierno, nella colonia Doctores di Città del Messico. Ci riuniamo mentre il resto della giunta fa colazione poco prima di un’assemblea. Sono le 9 di mattina di sabato 4 novembre. Nel pomeriggio, Marichuy riprenderà il suo intenso itinerario attraverso le comunità indigene, questa volta in direzione del Golfo. Suo marito, l’avvocato Carlos González, difensore delle terre comunali, la ascolta rispettosamente e interviene solo quando lei gli domanda una data o il nome di un’organizzazione. Carlos è una precisa banca dati. Ecco che suona il cellulare di Marichuy; lei vede il prefisso e chiede a quale stato corrisponda. “Guerrero”, risponde immediatamente Carlos.

“A scuola mi piaceva partecipare, ma non tanto parlare”. Questa frase descrive bene Marichuy: ha fiducia in quello che dice, ma si fida di più di quello che le dicono gli altri. Ribatte con facilità agli scherzi e risponde alle domande con la tranquilla spontaneità di chi non si perde nel labirinto delle parole. L’ho vista dialogare a tavola con intellettuali, sbrigare pratiche negli uffici, assistere a una riunione collettiva a Oventic, tornare da un lungo cammino o prepararsi a intraprenderlo. In ogni circostanza ha agito con una naturalezza difficile da associare alla vita politica. Marichuy non cerca di essere un “personaggio”; in tempi di post-verità, non ha bisogno di mentire.

Nata nel sud di Jalisco, terra dei maggiori narratori messicani, Juan Rulfo e Juan José Arreola, Marichuy si esprime in forma concisa e diretta. I suoi discorsi sono in genere i più brevi della sua campagna, nella quale parlano solo donne. Con poche parole comunica che lotta contro l’oppressione delle donne e dei pueblos originarios1, e di essere contro il capitalismo che ha trasformato le proprietà comunali in proprietà di pochi.

Il paese può essere cambiato dal basso, da coloro che hanno di meno e non figurano nella storia della nazione? Alle elementari si loda la grandezza guerriera degli Aztechi e la raffinatezza matematica dei Maya, però non si studiano le loro lingue, la loro cosmogonia né i loro costumi. Ancora peggio: non si parla di loro al tempo presente. Eppure più di dieci milioni di messicani sono moderni nella stessa misura in cui sono indigeni.

È utile ricordare che l’Ejército Zapatista de Liberación Nacional prese le armi il giorno in cui entrò in vigore l’Accordo nordamericano di libero commercio2 con gli Stati Uniti e il Canada. Quel primo gennaio del 1994, il presidente Carlos Salinas de Gortari stava proponendo un’idea di progresso da duty free. In quel contesto, l’eredità indigena era vista come una tappa anteriore della storia, degna dei musei di antropologia e dei negozi di artigianato. Ma gli zapatisti alterarono il flusso del tempo, dimostrando che gli indios sono inevitabilmente attuali: “Mai più un Messico senza di noi”, dissero.

 

Il cammino verso la speranza

Il 14 ottobre 2017 Marichuy Patricio ha iniziato un percorso attraverso i cinque caracol zapatisti, durante il quale ha ricevuto l’appoggio di indigeni maya, tzotzil, chol, zoque, tzeltal e mame, e ha risvegliato la curiosità dei “neutrali”. Sotto la pioggia di La Garrucha, il sole di Palenque e la nebbia di Oventic, i passamontagna si sono mescolati ai cappelli di palma e ai berretti da baseball per ascoltare le donne indigene. Convinte che non possa esserci cambiamento senza arte, le zapatiste hanno condito il tutto con coreografie, opere teatrali e recital musicali. Il 19 ottobre, a Oventic, abbiamo assistito alla messa in scena di una frase. Un gruppo è comparso in scena mostrando singole parole, disarticolate, un “dizionario ribelle”, come disse Borges riferendosi agli avanguardisti. Poco a poco, a ritmo di musica, quelle voci isolate si sono unite in un lemma leggibile, nella promessa di accompagnare Marichuy nel suo “attraversare la geografia della nazione”.

In questa causa, ogni cosa è inaugurale. Per la prima volta una donna indigena percorre il paese per cambiarlo per intero, appoggiata da 153 consiglieri di 52 popoli nativi. “Prima non esisteva il discorso indigeno; noi eravamo visti solamente come contadini”, dice Marichuy: “Il sollevamento dell’Ezln del 1994 e il Congreso nacional indígena del 1996 hanno cambiato completamente la situazione”. Non è un caso che il suo giro sia cominciato dai caracol zapatisti.

Lei e un altro delegato di Tuxpan furono invitati al Congreso nacional indígena in Chiapas. Il suo compagno non volle andare per timore di rappresaglie, ma Marichuy partecipò: “Ciò che mi colpì di più fu la pazienza degli zapatisti nell’ascoltarci tutti. Sentii che era il posto per me; era quello che stavo cercando”. Nel 1997, durante le riunioni che seguirono al Congresso, conobbe Carlos González, che ora è suo marito.

Nel 2001 partecipò alla marcia El Color de la Tierra. Fu l’ultima occasione nella quale gli zapatisti riuscirono a farsi ascoltare dall’intero paese. Gli Acuerdos de San Andrés, firmati nel 1996 da alcuni rappresentanti del presidente Ernesto Zedillo, che garantivano l’autonomia ai popoli originari senza danneggiare la sovranità nazionale, non si erano trasformati in legge. Nessun partito politico lottava per loro. Nel 2001 gli zapatisti fecero un ultimo tentativo di essere ascoltati. Uscirono dal Chiapas e lungo il cammino verso la capitale ricevettero un appoggio senza precedenti. Al Congresso, la comandante Esther chiese che fossero considerati parte del paese. Marichuy era tra le oratrici. Anche lei chiese di migliorare e rendere più egualitario il contratto sociale che unisce i messicani. Ma le sue parole si scontrarono con deputati che non condividono la passione di Locke o Rousseau per ideare nuove forme di convivenza e sono concentrati sulla priorità di aumentarsi lo stipendio.

Alla firma degli Accordi, gli zapatisti confidavano nella legalità più che nel governo. Quando capirono che le loro richieste non sarebbero mai diventate legge, si ritirarono nel loro territorio e si dedicarono all’eroismo della vita quotidiana. Da quella volta si dice che sono “scomparsi”. Questa opinione ignora il lavoro delle Juntas de buen gobierno, i seminari che organizzano nei caracol e che loro, in quanto intellettuali agricoli, preferiscono chiamare “semilleros”; i festival CompArte e ConCiencia; le pubblicazioni nelle quali segnalano che un altro mondo è possibile. Un altro mondo che, incredibilmente, è già presente in questo.

Gli zapatisti sono nemici di una lotta elettorale nella quale è il denaro a decidere la contesa e la democrazia è meramente rappresentativa. “Il nostro voto è valido la domenica delle elezioni e decade il lunedì”. L’appoggio a Marichuy Patricio non ha niente a che fare col partecipare a questa farsa, ma con il far sì che, nel mezzo del carnevale dell’autopromozione, si ascolti l’ignorata voce indigena. Per questo motivo Marichuy non si presenta come candidata, ma come portavoce.

 

Il passato di una speranza

La lotta di Marichuy contro l’ingiustizia cominciò facendo i conti nelle campagne. Suo padre era “mediero” (la metà di quello che raccoglieva era destinato al padrone che gli prestava la terra). Questo arcaico sistema di sfruttamento prospera ancora oggi. “Un’annata in cui crebbe molto mais, mio padre fece i conti con il padrone e finì per dovergli 1.000 pesos. Già gli davano meno di quello che valeva il suo lavoro, ma questa volta c’era molto raccolto e non mi sembrava giusto”, spiega Marichuy, che all’epoca aveva 12 anni.

Negli ambiti più diversi della vita del paese la dominazione maschile si riserva il privilegio di non fare nulla. Sono le donne che fanno da mangiare, sistemano la casa, comprano quello che serve. Da bambine, Marichuy e le sue sorelle Juana e Balbina stavano su di notte per preparare l’impasto delle tortillas; poi seminavano mais, fagioli e zucca (“Il nostro veicolo era un asino”, ricorda ridendo). Di pomeriggio andavano a scuola e di sera aiutavano la madre con i fratelli minori. Nei ritagli di questa tripla giornata, Marichuy sognava di diventare maestra o dottoressa.

Il padre accettava con timorosa rassegnazione ciò che il padrone gli dava e mitigava la sua rabbia con l’alcol. Ubriaco, si sfogava con i suoi figli (“Riversava la rabbia su di noi”, dice Marichuy). A 12 anni lo affrontò per la prima volta: “‘Perché non mi fai vedere i conti? Magari il padrone si è sbagliato’. Mio padre mi diede i conti e risultò che era il padrone a essere in debito di 1.000 pesos: ‘Digli che ce li restituisca in mais, così possiamo mangiarÈ, gli dissi. A mio padre non piacque che protestassi. Volente o nolente, il padrone gli restituì il mais, ma fu l’ultimo anno in cui gli prestò la terra. Allora mi resi conto che non era stato un errore, lo faceva di proposito”.

Il padre l’aveva destinata al matrimonio e le proibì di studiare oltre le scuole elementari. Marichuy frequentò le medie e le superiori di nascosto, con l’aiuto di sua madre: “Il coraggio mi venne vedendo che i padroni avevano le loro belle case, le loro macchine e sempre più terre, mentre gli indigeni dovevano lasciare le loro”, racconta, “Per questo mi venne naturale cercare qualcosa di diverso, ma mio padre non lasciava che le donne protestassero. Mi sentivo messa alle strette e pensai che doveva esserci qualcosa di più nella vita, quindi cominciai a cercare dove fosse”.

Un incontro decisivo fu con il vescovo Antonio Andrade che divenne capo della diocesi di Ciudad Guzmán. Influenzato dalla Teologia della liberazione, il sacerdote aveva la sua nei maizales e la sua predica passava dalle Scritture al proselitismo: “Organizzatevi, lottate per i vostri diritti”. Andrade non subì repressioni, ma fu trasferito alla diocesi di San Gabriel.

Nonostante tutto, il messaggio di Andrade cadde su un terreno fertile: “Capì che, come i tori, dobbiamo saltare la staccionata”, sorride Marichuy. Il suo primo gruppo politico era costituito da venti persone. Lei era la più giovane: “Chiudemmo una strada per protestare contro il prezzo del mais. All’improvviso vedemmo che con noi c’era qualcosa come duemila persone, persino ai piccoli proprietari conveniva che ci fossero prezzi migliori. Arrivarono i soldati a cacciarci; alcune persone volevano fare resistenza, ma cosa avremmo potuto fare contro di loro, che erano armati? Volevano portarsi via un nostro piccolo comitato in elicottero, ma non abbiamo accettato perché avevamo paura che facessero loro qualcosa”.

Grazie a quella protesta, i prezzi vennero modificati, anche se non in maniera sufficiente. In tutti i casi, fu un segnale di come l’organizzazione popolare potesse produrre dei risultati.

 

Prendere d’assalto il cielo

Numerose danze popolari sono associate ai cicli agricoli e ai riti di fertilità. In Talpa, il racconto di Rulfo, il moribondo Tanilo va in pellegrinaggio sperando in un miracolo: “E quando meno ce l’aspettavamo lo abbiamo visto in mezzo alle danze. Appena ce ne siamo resi conto, era già lì, con il lungo sonaglio in mano, a dare duri colpi per terra con i suoi piedi scalzi e violacei. Sembrava tutto infuriato, come se stesse scuotendo la rabbia che portava addosso da tanto tempo; o come se stesse facendo un ultimo sforzo per riuscire a vivere un po’ di più”3.

A Tuxpan, i sonajeros4 si dividono in tre clan collegati a diverse parti del territorio: gli arribeños, gli abajeños e i pronunciados5 (questi ultimi si riferiscono a un pronunciamento per rivendicare le terre comunali). Di ispirazione tolteca, il ballo segue un ritmo militare per contrastare i capricci del cielo.

Il sonaglio è un simbolo di identità: tuttavia, le donne che coltivavano i campi erano escluse dal ballo che propizia i buoni raccolti. Marichuy domandò perché fosse così e ricevette questa risposta: “Voi siete troppo pataratas” (come i personaggi di Rulfo, Marichuy usa parole arcaiche che sono cadute in disuso nel resto del paese: “patarata” significa stupida, ottusa).

C’è chi aspira ad arrivare al cielo grazie alla buona sorte e chi, come il protagonista di Talpa, va in pellegrinaggio perché gli sia concesso un miracolo. A 15 anni, Marichuy diventò la prima donna a impugnare il sonaglio per prendere d’assalto il cielo.

Poiché si tratta di un ballo di gruppo, o di “battaglione”, è difficile provarlo da soli. Ciò nonostante, lei fece pratica in segreto: “Devi fare bene i passi”, si diceva, perché nessuno potesse darle della patarata.

Le era sempre piaciuto ballare (“Festaioli come siamo”, scherza), però quella danza rappresentava qualcosa di più: chi vi partecipava lo faceva in nome di tutti.

Tutto lascia intendere che la battaglia celeste dei sonajeros sia più facile da vincere di quella per la proprietà della terra. “La Rivoluzione nel sud di Jalisco fu molto incompleta”, commenta Carlos González. Nel suo ruolo di avvocato, raccoglie dati per capire meglio la situazione delle campagne nella zona di Ciudad Guzmán: “La medíeria è di origine feudale e fu discussa nei dibattiti dei membri del Congresso Costituente del 1917, mentre veniva redatto l’articolo 27. Durante il porfiriato6 le terre comunali furono consegnate ai latifondisti. Dopo la Rivoluzione le comunità chiesero la restituzione delle terre; una parte di esse diventarono di proprietà pubblica e altre no. Per esempio, le terre comunali di Ayotitlán ammontavano a cinquecentomila ettari garantiti da alcuni títulos primordiales7 contenuti nell’Archivo General de la Nación che derivano dalle ripartizioni del 1595 e 1596. La pratica di restituzione fu aperta nel 1921. Nel 1963 fu stabilito che venissero restituiti cinquantamila ettari, ma ne furono consegnati solo trentamila. La pratica è ancora aperta e attualmente si trova alla Corte Suprema”. Tra quattro anni quell’atto compirà un secolo. È questo il paese dei saccheggi che Marichuy si è proposta di cambiare e che Rulfo ha descritto in Ci hanno dato la terra: “E in questa teglia rovente vogliono che mettiamo semi di qualcosa per vedere se qualcosa germoglia e viene su. Ma da qui non verrà su niente. Nemmeno zopilotes”8.

A 15 anni, nei terreni polverosi dove “non viene su niente”, Marichuy prese un sonaglio per colpire la terra e sollevare la polvere, sollevare la gente.

 

Un paese col malocchio

Marichuy è stata l’unica di undici fratelli ad avere terminato le scuole superiori e a formarsi in erboristica. Le sue zie praticavano la medicina naturale. Sin da bambina le vedeva preparare cocoyitos (fusti giovani) di artemisia e mentuccia per combattere la diarrea. In Pedro Páramo9, Juan Preciado trova il ritratto di sua madre in un tegame dove sono contenuti alcuni rami di ruta. Chiedo a Marichuy a cosa serva quella pianta di cui conosco solo il suono. “È per chi ha il malocchio”, dice. “La foglia di ruta ha una forte carica elettrica”, interviene suo marito. Penso al ritratto che il personaggio più celebre della letteratura messicana si porta nella tasca della camicia, sopra al cuore: è stato conservato con le piante che proteggono dal malocchio. La tensione tra il vedere e l’essere visto si condensa in quel passaggio.

“Molta gente pensa che il malocchio sia una superstizione”, commenta Carlos González; “In realtà si tratta di un’infiammazione dello stomaco, molte volte provocata dalla tensione”. I sintomi possono essere irritazione, avere un occhio più piccolo dell’altro, dolore e calore alla testa, vomito, diarrea, nausea. Noi abitanti delle città, che non facciamo che parlare di stress e nevrosi, tendiamo a pensare che il malocchio sia mera superstizione, ma la base di tutta la farmacologia è nell’erboristica che ha reso Marichuy una docente dell’Università di Guadalajara, dove ha chiesto un semestre di congendo per riuscire a registrarsi come candidata indipendente. Per decenni, Marichuy ha curato “occhio, spavento e indigestione”. Nella maggior parte dei casi, non chiede denaro per le sue cure. Le chiedo se la paghino in natura, per esempio con una gallina. “Oh, è troppo!”, sorride: “Al massimo mi danno qualche uovo”. La sua paziente più importante è stata sua madre, invalida per tre anni e dichiarata inguaribile dai medici. Lei la curò con impacchi fino a quando non riprese a camminare. Adesso si è data l’enorme compito di far sì che anche il paese cammini. I cojoyitos di huamúchil non saranno sufficienti per guarire un paziente tanto grave.

Come ti sei sentita quando il Congreso Nacional Indígena ti ha scelto come sua portavoce? “Ho pensato che fosse uno scherzo”, risponde. “Io no!”, esclama suo marito.

A 54 anni, Marichuy si è assunta numerose responsabilità. Nel 1996 fu la delegata di Tuxpan al Congreso Nacional Indígena. All’epoca si discuteva molto se gli indigeni volessero fare parte del paese o separarsene. Per questo la colpì molto che la comandante Ramona fosse arrivata al Congresso con la bandiera del Messico.

Un altro momento decisivo fu la marcia Color de la tierra, che la portò a parlare davanti al Congresso: “È stato difficile perché io non volevo essere lì. Sapevo che dovevo farlo, ma non perché lo volessi. Le compagne zapatiste mi tranquillizzarono dicendo: ‘Quando sarai lì non parlerai ai deputati e alle deputate. Parlerai alla gente che starà fuori’. Allora sono uscita davanti a tutti e ho parlato con molta calma”.

Qualche mese fa un gruppo di donne zapatiste si è riunito a lei all’Universidad de la Tierra di San Cristobál de Las Casas. Lì le hanno detto: “Sappiamo che puoi farcela; molte di noi che non sapevano parlare hanno imparato lungo il percorso”. Dopo aver ricevuto il loro appoggio, Marichuy ha parlato con i suoi tre figli. “Non puoi andare, mamma”, è stato il verdetto. Temevano che le succedesse qualcosa. “Hanno paura che non torni”, abbassa lo sguardo e si gratta l’avambraccio.

I suoi tre figli adesso vivono con alcuni parenti nell’Estado de México e suo marito divide il suo tempo tra i giri di Marichuy, i casi di recupero delle terre che porta avanti a Nayarit, Jalisco, Michoacán e altri stati, e le visite ai figli.

È possibile misurare in cifre la dimensione della speranza? Da qui all’8 febbraio del 2018, Marichuy deve raccogliere ottocentosessantasettemila firme in almeno diciassette stati e in ognuno di essi deve superare l’1% della lista elettorale. I partiti politici hanno creato questo ostacolo per i candidati indipendenti. A ben guardare si tratta di pretese che possono essere soddisfatte solo da coloro che dispongono già di logistica. In queste condizioni, essere “indipendente” è una possibilità di ripescaggio: il piano B dei politici professionisti.

Fino a giovedì 9, Marichuy aveva raccolto più di venticinquemila firme.

Il Concejo indígena de gobierno fu fondato per combattere la discriminazione. Il paradosso è che si deve confrontare con requisiti discriminatori. L’Instituto nacional electoral ha creato un’applicazione per raccogliere firme che dev’essere scaricata su cellulari di gamma media, che hanno un costo di 5milapesos (più di tre volte il salario minimo). In un paese dove l’81,7% della popolazione guadagna un massimo di tre volte il salario minimo, l’Ine esige che lo stipendio di un mese sia destinato all’acquisto di un cellulare.

Inoltre, questo accade in un paese in cui non tutte le regioni hanno la luce elettrica né la connessione a internet. L’accesso “cittadino” è stato progettato con una tecnologia che esclude gli indigeni. In buona fede, i contendenti hanno accettato le condizioni, ma… i dispositivi non funzionano! L’applicazione dell’Ine blocca numerosi cellulari e impiega fino a mezz’ora a registrare una firma (invece dei 4 minuti e 30 secondi promessi); c’è bisogno di un’illuminazione particolare e i numeri e le lettere non vengono captati in maniera nitida (la S si confonde con il 5 e bisogna correggere manualmente il registro, il quale si presta facilmente a che vengano commessi errori).

Questa democrazia di robot scoordinati è stata ideata da una classe egemonica estranea al paese. Alcune settimane fa, Aurelio Nuño, che dalla segreteria del Ministero dell’educazione aspira a diventare candidato del Pri10, ha detto che voleva che il Messico diventasse come la Corea del Sud. Dal canto suo, un altro aspirante del Pri, José Antonio Meade, segretario del Ministero delle finanze e del credito pubblico, ha partecipato a un pranzo nel Colegio nacional durante il quale ha presentato un modello di superamento sociale preso dalla Nfl11.

Mentre i membri del gabinetto propongono i loro non troppo realizzabili progetti di diventare coreani o giocatori di football americano, Marichuy Patricio attraversa le comunità più povere del paese.

Niente è tanto certo come ciò che si desidera

“Io, signori, sono di Zapotlán el Grande. Un paese che da tanto grande cent’anni fa l’hanno fatto diventare Ciudad Guzmán. Ma noi continuiamo a sentirci così fortemente un popolo che ancora lo chiamiamo Zapotlán. È una valle rotonda di mais, senza altro ornamento che il suo buon carattere, il cielo azzurro e una laguna che viene e se ne va come un esile sogno”, scrisse Juan José Arreola12.

La speranza di Marichuy è cresciuta come un “esile sogno”. Jorge Alonso ha registrato i vocaboli che ha ripetuto più volte presentandosi nei caracol del Chiapas: ha detto 12 volte “democrazia”, 32 volte “giustizia”, 46 volte “libertà”.

È possibile che il futuro venga dal basso? John Berger ha detto che per i diseredati “ciò che desiderano è più sicuro di ciò che gli viene promesso”. Quando Gandhi protestò contro la tassa sul sale, voleva dimostrare che la sua forza veniva dalla precarietà: prese un pugno di sale e disse che con quel gesto stava scalzando le fondamenta dell’impero britannico. Allo stesso modo, il movimento indigeno si propone che la propria forza sorga dalla somma delle debolezze.

 

“Patria venditrice di chía”, scrisse Ramón López Velarde per definire il paese attraverso i suoi semi. Quel verso di La suave patria13 è inaspettatamente diventato realtà: nell’ora dei popoli, Marichuy Patricio ha deciso di dimostrare quanto valgono quei semi.

1 espressione che indica le popolazioni indigene originarie del Centro e Sud America.

2 L’Accordo nordamericano di libero commercio (Nafta), fu firmato nel 1992 dai rappresentanti di Stati Uniti, Canada e Messico ed entrò in vigore l’1 gennaio 1994.

3 J. Rulfo, Talpa, in La pianura in fiamme, Einaudi 1990, traduzione di Francisca Perujo; El Llano en llamas, Fondo de Cultura Economica, Messico 1953.

4 Danzatori di un ballo tradizionale originario della zona di Tuxpan, Jalisco (Messico).

5 Letteralmente “quelli di sopra”, “quelli di sotto”, “quelli che si sono pronunciati”.

6 Gli anni in cui José de la Cruz Porfirio Díaz Mori governò il Messico.

7 I títulos primordiales sono antichi documenti che stabilivano il diritto alla proprietà delle terre ripartendole tra le popolazioni indigene e i coloni, redatti durante il primo periodo di colonizzazione dei territori del Messico da parte della corona spagnola.

8 J. Rulfo, Ci hanno dato la terra, in La pianura in fiamme, Einaudi 1990, traduzione di Francisca Perujo; El Llano en llamas, Fondo de Cultura Economica, Messico 1953.

9 J.J. Arreola, Pedro Páramo, Feltrinelli 1960, traduzione di Emilia Mancuso; Pedro Páramo, Fondo de Cultura Economica, Messico 1955.

10 Partido Revolucionario Institucional.

11 National Football League, la lega professionistica statunitense di Football americano.

12 F. del Paso, Memoria y olvido. Vida de Juan José arreola (1920-1947), contada a Fernando del Paso, México, CNCA 1994.

13 R. López Velarde, La suave patria, in El son del corazón, Talleres Tipográficos de A. Del Bosque, Messico 1932.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 48 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

 

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