I partiti e l’eclisse del Sud

di Isaia Sales

illustrazione di Conxita Herrero

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Il programma del centrodestra per le prossime elezioni si basa sulla cosiddetta flat tax, una tassazione forfettaria fissata al 23% per famiglie e imprese, pensioni minime a 1000 euro, semiabolizione della legge Fornero, lotta all’immigrazione, riforma della giustizia. Non una parola sul Sud. Il programma dei Cinquestelle parte dall’abolizione di 400 leggi inutili, continua con il reddito di cittadinanza, prosegue con la proposta di non avere più pensioni al disotto dei 780 euro (pensioni di cittadinanza) e con lo stop al business dell’immigrazione, per finire con i tagli agli sprechi e ai costi della politica. Nessuna parola sul Sud.

Il programma del Pd vuole dare l’idea di una forza politica tranquilla e affidabile, che si batte per gli Stati Uniti dell’Europa contro l’oscurantismo di chi è ancora per la Padania e avversa i vaccini. Le proposte economiche fanno perno su di un assegno universale per i figli di chi percepisce meno di 100mila euro l’anno, una riduzione del cuneo fiscale, tagli al costo del lavoro, salario minimo legale, Ius soli per gli immigrati. Nessuna parola sul Sud. 

Infine il programma di Liberi e uguali: cancellazione del Jobs act e ripristino dell’articolo 18 per impedire i licenziamenti senza giusta causa, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, eliminazione delle tasse universitarie. Nessuna parola sul Sud, per quello che è stato pubblicato finora.

In sintesi, questa è la prima campagna elettorale dal secondo dopoguerra dominata totalmente dall’ossessione delle tasse, delle pensioni e degli immigrati. La prima campagna elettorale dal secondo dopoguerra dove è scomparsa qualsiasi attenzione alle disparità territoriali, anzi dove viene considerato normale (e, dunque, non influente) il differente sviluppo tra due parti della stessa nazione. Infatti, la fotografia che emerge dell’Italia dalla lettura dei programmi per le elezioni del 4 marzo è di un Paese in crisi per le troppe tasse (tutti propongono di abolirne qualcuna) per una riforma pensionistica ritenuta sbagliata (la legge Fornero è citata in ogni programma), per il tema degli immigrati (sul quale oggettivamente la distanza tra le coalizioni è più netta rispetto alle altre questioni). Una totale indifferenza per le condizioni del Sud. Si potrebbe dire, in sintesi, che il centrodestra sui programmi ha già vinto: ha imposto i temi della campagna elettorale costringendo gli altri a inseguirlo, con alcune importanti eccezioni. La prima riguarda il reddito di cittadinanza proposto dai Cinquestelle e imposto al dibattito politico nazionale, che ha costretto tutti gli altri partiti a misurarsi con proposte alternative. L’altra eccezione riguarda il movimento Liberi e Uguali che riserva una particolare sensibilità alle condizioni del mondo del lavoro, ma lo fa in totale contrapposizione a quanto realizzato dai governi a guida Pd.

È indubbio che esiste una correlazione tra la centralità del tema delle tasse nel dibattito politico ed elettorale e il tramonto della questione meridionale. In ogni sistema politico e in ogni parte del mondo, quando si ritiene che per stimolare gli investimenti sia necessario ridurre la tassazione sui redditi di impresa, è chiaro che non si dà nessuna importanza al ruolo di stimolo dello Stato all’economia. Anzi, si fa il tifo per uno “Stato minimo”, che si ritiri dai tanti settori che ha occupato, che non danneggi l’economia privata con i tanti servizi e investimenti finanziati da un’alta tassazione. Più lo Stato si allarga, più aumentano le tasse; più lo Stato si restringe nei suoi compiti e nei servizi offerti, meno tasse sono necessarie. Un privato che ottiene un cospicuo risparmio fiscale (secondo questa ipotesi) è di per sé stimolato a investire il risparmio ottenuto nel migliorare la sua impresa o a cercare in altri settori economici migliori opportunità di profitti. Ammesso che questa ipotesi sia verosimile, quale imprenditore investirebbe i risparmi ottenuti nel Sud? Qualsiasi privato che investe si aspetta una redditività a breve o nel medio periodo che il Sud in questa fase non potrebbe consentirgli. Quindi investirebbe il risparmio dove è più sicuro di avere un ritorno, cioè nei territori già ricchi di reddito. Il risparmio va così dove già c’è la ricchezza. In definitiva, ogni politica pubblica che si basa su investimenti privati stimolati dalla riduzione delle tasse, ha come obiettivo quello di rafforzare l’economia nelle parti più sviluppate. 

Dunque, il taglio delle tasse e lo sviluppo del Sud sono due proposte assolutamente contrapposte e inconciliabili. Il Sud non può aspettarsi niente di positivo o di stimolante da una politica che basa lo sviluppo del Paese sull’eventualità che i risparmi ottenuti si trasformino in impieghi produttivi. Ed è evidente che un piano di grandi investimenti pubblici, unico programma in grado di rilanciare sul serio l’economia meridionale, presuppone risorse pubbliche ingenti. E dove si prendono queste risorse se si abbassano le tasse e non c’è nessuna proposta concreta di un recupero della vastissima evasione ed elusione fiscale? 

Insomma, quando in una campagna elettorale i temi di confronto sono legati alla riduzione delle tasse non c’è nessuno spazio per quelle questioni che presuppongono un ruolo centrale dello Stato per stimolare il mercato e che si finanziano con le tasse e non con la loro riduzione. In questa campagna elettorale non c’è una contrapposizione tra statalisti e liberisti, ma tra liberisti di destra e liberisti di sinistra, con qualche difficoltà a decifrarne le differenze in economia, mentre più marcate sono le distanze in tema di diritti e di immigrazione. Il centrosinistra non intende identificarsi con nessuna questione di ingiustizia territoriale, con nessuna questione di ingiustizia sociale; è una sinistra dei diritti civili, delle riforme istituzionali ma non della lotta alle ingiustizie territoriali, generazionali, o di altro tipo. Per questo è una sinistra ameridionale, mentre il centrodestra è nei fatti antimeridionale perché propugna i privati come unici motori dello sviluppo, che niente possono dire al Sud in questo momento della sua storia. Ciò che distingue gli schieramenti politici italiani è la sottile differenza tra l’ostilità verso i meridionali, il disinteresse verso la loro condizione o l’insignificanza dei loro problemi.

Se così stanno le cose, perché meravigliarsi di alcuni approdi filo-borbonici o del rancore che serpeggia tra coloro che sono indifferenti alla nazione? Prima o poi tutto ciò troverà una sponda aggregante: un movimento antisettentrionale, un ribellismo antisistema o addirittura un equilibrio dettato dall’economia illegale e criminale. Perché se un terzo dell’Italia è fuori dai programmi dei partiti e delle coalizioni che si contendono il potere e il governo del Paese, vuol dire semplicemente che si sta consumando il collante che tiene unita la nazione. 

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