I morti e i vivi. il filo rosso che lega tante cose

di Sandro Triulzi

disegno di Fabian Negrin

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 49 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Gennaio non è stato un buon inizio d’anno. In una manciata di giorni si è assistito a ripetuti naufragi nel Canale di Sicilia (il 6, il 9 e il 27 portando a 257 i morti e dispersi nel solo mese di gennaio), seguiti dalla morte di quattro operai a Milano per intossicazione mentre pulivano un forno interrato alla Lamina, e poi da un disastro ferroviario a Pioltello sulla tratta Cremona-Milano (il 25 gennaio) dovuto a mancata manutenzione dei binari con la morte di 3 pendolari e di 43 feriti. Mentre la campagna elettorale richiama l’attenzione dei molti indecisi con promesse e furori che dissipano ogni residuo pudore e senso comune nel paese, il mese di febbraio si è aperto con il gesto “isolato” di un esaltato neonazista che da un’auto in corsa nella città di Macerata ha fatto il tiro a bersaglio a ripetizione su neri e migranti ferendone sei. Immediata la connessione, subito definita “sbagliata” ma “consequenziale”, con il macabro ritrovamento dei resti di Pamela, una diciottenne maceratese morta forse per overdose, o forse uccisa e poi fatta a pezzi da un pusher nigeriano. Follia segue a follia: il pistolero di Macerata dopo la sparatoria si avvolge nel tricolore arrendendosi alla polizia e gridando “Via i migranti dall’Italia”. Il pusher nigeriano accusato del delitto svela la sua insondabile “alterità” lavando i resti della vittima nella candeggina prima di riporli in due valigie.

Questi eventi drammatici pur diversi tra loro richiamano alcune osservazioni su quanto viene percepito dal cosiddetto uomo della strada intorno a squarci di buio apparentemente così lontani tra loro e del tutto imponderabili nei loro meccanismi di auto-colpevolezza e di responsabilità collettiva, confermando il prevalere di un sistema di giudizio amorfo e banalizzato nel panorama classificatorio della comunicazione italiana. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, e dell’inevitabile differenziata “compassione” riversata sui singoli eventi, prevale la sostanziale incapacità di creare connessioni e dare senso al complesso quotidiano che ci circonda, ormai spinto ben oltre la manifesta indifferenza per i corpi dei migranti e per la loro sorte in mare e in terra (22mila nel solo Mediterraneo secondo l’Oim dal 2000 a oggi), della “inevitabilità” delle crescenti morti sul lavoro in Italia (13mila vittime in dieci anni), e del diffondersi ancor più della sciagurata convinzione che la “sicurezza” del paese non vada garantita da norme e leggi condivise ma solo da più armi e più soldati nelle strade e sui confini nazionali e, ora anche, nei paesi di transito nell’Africa saheliana. Un sottile anche se non percepito filo rosso unisce questi eventi lontani eppur vicinissimi tra loro: la crescente reificazione dei corpi e la loro trasformazione in merce produttrice unicamente di profitti, la mancata sensibilizzazione per le politiche di sfruttamento intensivo della manodopera nel mondo intero derivate da scelte neoliberiste che annullano conquiste e diritti fin qui acquisiti, la irruente e non regolata mobilità transnazionale soffocata ma non spenta da politiche di dissuasione coercitiva e da muri di contenimento, e l’estrazione sempre più efferata di risorse umane usa e getta veicolate da nuove pratiche ‘estrattive’ che consumano vite e dilapidano un ecosistema globale sempre più estenuato.

Negli ultimi anni, autori come Sandro Mezzadra e Stefano Rota, dalle pagine di “Transglobale di “Comune”, ci hanno ricordato come le pratiche estrattive del capitalismo liberista ormai non trovino più limiti dilagando dalla logistica alla grande finanza, dalla catena di distribuzione di giganti quali Walmart e Amazon allo sviluppo di processi agricoli, industriali e minerari di sfruttamento di massa, alla mercificazione smisurata a livello globale di sesso, droga, e traffici umani. Ne risultano non solo corpi mercificati, abusati, e piegati al nuovo ordine economico e produttivo mondiale ma assoggettati e sottoposti a nuove pratiche di dominio, subordinazione e annullamento di sé che ne rendono la corporeità e l’individualità sfruttabili fino all’usura completa se non la cancellazione.

Il caso dei migranti – soggetti indebitati per definizione a causa delle norme restrittive sulla mobilità transfrontaliera in Europa e non solo – sfruttati fino all’osso nei loro “viaggi della speranza”, attratti lungo percorsi migratori favoriti da crescenti investimenti, finanziari e infrastrutturali che rendono gli spostamenti sempre più redditizi e coercitivi, permette al sistema finanziario globale, e non solo ai mercanti di uomini, margini di profitto che rendono possibile ogni violenza dell’uomo sull’uomo. Non minore violenza viene esercitata a monte e a valle degli spostamenti migratori: nei paesi di origine, dove élite minoritarie sempre più ricche e arroccate di potere sfruttano intere aree del mondo esonerate da codici etici di condivisione e di redistribuzione delle risorse spesso appaltate a multinazionali o trust transnazionali di puro profitto; e nei paesi di destinazione così tenacemente invocati durante il viaggio, dove la stessa irregolarità di accesso dei migranti lascia spazio di azione a ogni forma di abuso e di assoggettamento. Il viaggio migratorio diventa così, come scrive Monica Massari nel recente Il corpo degli altri. Migrazioni, memorie, identità (Orthotes 2017) “una sorta di perverso apprendistato, una socializzazione anticipatoria di ciò che attende i migranti nella fase successiva del viaggio, cioè una volta giunti a destinazione in Europa dove, in molti casi, saranno sottoposti a forme di sfruttamento estremo. Si procede attraverso gradi crescenti di pericolosità, soglie progressive di assoggettamento, subordinazione, annullamento di qualsiasi barlume di autonomia e di volontà. Il ricatto, la minaccia costante di ritorsioni violente e punizioni, l’incombenza della morte si ripropongono incessantemente durante tutto il percorso.”

Il percorso migratorio va visto in tutta la sua completezza, come si diceva una volta, dalla culla alla bara. Come già il sistema coloniale che lo ha preceduto e in qualche modo provocato, la migrazione postcoloniale è un fatto sociale totale. Qui il filo rosso unisce tragicamente lavoratori migranti e lavoratori locali in un’unica condizione di “estrazione all’estremo” di forza lavoro che sempre più caratterizza l’apparato industriale e agricolo specie nel sud del paese e tragicamente conferma la differenza di classe e di razza dei lavoratori fondendola in un’unica categoria, quella degli sfruttati, degli emarginati, e dei senza diritti. In questo senso, come ha sostenuto “Sos Rosarno” in un recente appello, non c’è alcuna “differenza tra le vittime del treno deragliato a Pioltello, gli operai della Lamina di Milano, i braccianti delle nostre campagne e gli ‘abitanti’ di una qualsiasi baraccopoli… Sono lavoratori, italiani e immigrati che muoiono o sul posto di lavoro come Marco, Giuseppe e Arrigo, morti mentre pulivano un forno in una fabbrica metalmeccanica o come Paola morta mentre raccoglieva uva ad Andria, o Mohamed e Zakaria, morti mentre raccoglievano pomodori. Sono lavoratori che muoiono mentre vanno al lavoro o dal lavoro tornano, chi in un treno che deraglia, come Pierangela, Giuseppina e Ida, chi investito da un’auto sulla statale 18 in Calabria, mentre fa ritorno a casa con la sua bicicletta come John, Kadjali e Mimmo, che anche se era africano, insisteva sul voler essere chiamato così perché ‘era nato a Milano’ e da lì era finito a raccogliere arance e mandarini nelle campagne del sud Italia.”

Più complesso, ma non meno problematico, il filo rosso che unisce le morti in mare e in terra dei migranti, solo saltuariamente comunicate sia pur distrattamente dai media mainstream, con l’attraversamento del vasto continente di dolore e di violenza estrema che precede e “prepara” il successivo doloroso apprendistato alle regole di integrazione selettiva nel sistema economico e sociale del nostro paese. Qui le regole del vivere civile, se il nostro può chiamarsi tale, sono ripetutamente infrante o vengono evase nei confronti di persone già piegate da passati traumatici di assoggettamento e di continui abusi che continuano, al di là dei riconoscimenti formali per la loro situazione di profughi, a essere considerate come straniere ed estranee alle nostre leggi e costumi. Non si spiega altrimenti l’assuefazione e l’indifferenza dei più alle morti dei migranti servite a pranzo e cena dai telegiornali in formule ormai scandite dall’uso di vittimismi e condanne puramente formali, “tragico nuovo incidente nel Mediterraneo, salvataggio dei superstiti da parte della guardia costiera libica”, appena prima di un annuncio pubblicitario o di una notizia di cronaca in cui un musulmano o marocchino, tanto non fa differenza, viene colto in fallo perché mendica in un comune off-limits ai mendicanti per decreto del sindaco, oppure muore sul tetto di un treno a Mentone folgorato dal pantografo mentre cerca di entrare “clandestinamente” in Francia.

L’apprendistato non è solo dunque alle regole di vita del paese di transito o di residenza, ma alla capacità di resilienza e rinnovata determinazione dopo un viaggio le cui molle dettano o inficiano la capacità di resistenza alla sopraffazione e al dolore. Non tutti ce la fanno, e pagano un prezzo altissimo per gli abusi subiti in viaggio e più volte reiterati nelle astruse modalità dell’arrivo e della successiva integrazione non assistita finendo spesso nelle pieghe della più completa marginalità e sopraffazione. I superstiti dei campi di detenzione libici, come dei barconi che attraversano il “cimitero Mediterraneo”, pagano la loro salvezza attraverso lo spettacolo della morte in diretta dei loro parenti o compagni di viaggio aspettando ore, a volte giorni, come fa Alì del Darfur quando racconta a Alessandro Leogrande (La frontiera, Feltrinelli 2015) di essere rimasto 5 giorni in un barcone in avaria a 80 miglia da Malta, senza acqua né viveri, in compagnia dei 30 compagni di cui 4 morti (“gli italiani non avrebbero mai potuto capire …cosa vuol dire oltrepassare quella linea. Farlo da soli, in mare, a 22 anni, mentre tutto intorno appassisce”) prima di essere soccorso.

Gli stessi “salvataggi” non sono più tali, come nel caso sempre più frequente dei soccorsi affidati dall’Italia alla guardia costiera “libica” – in realtà al governo tripolino del Presidente al-Serraj con cui l’Italia ha stretto un patto di alleanza – in base a criteri e procedure di esclusività (e di responsabilità) del tutto esternalizzate. “Quando siamo arrivati”, ha riferito Klaus Merkle, capo delle operazioni a bordo della nave Acquarius della ONG Sos Méditerranée intervenuta nel salvataggio del 27 gennaio, “il gommone stava affondando: era sgonfio da un lato e molti naufraghi erano già in acqua o aggrappati ai tubolari stagni. Alcuni ormai privi di conoscenza… A mobilitarci per cercare di salvare i migranti stipati su quel battello”, ha scritto in seguito la ong, “è stata la Centrale Operativa della guardia costiera italiana. Quando siamo arrivati in zona, però, una motovedetta libica ci ha intimato di fermarci e anzi di invertire la rotta. Eravamo ormai a non più di cento metri dal battello. Sentivamo urla e grida d’aiuto ma i libici ci hanno impedito di assisterli e di prestare qualsiasi tipo di soccorso a quelle persone”. Tutti quei naufraghi, circa cento, scrive Emilio Drudi ( Il cimitero Mediterraneo, Comitato verità e giustizia per i nuovi desaparecidos, gennaio 2018), “sono stati così presi in consegna dalla guardia costiera di Tripoli e trasferiti in un centro di detenzione in Libia. Quelli operati dai libici – concordano tutte le ong – non sono salvataggi. Sono delle deportazioni, perché i migranti vengono riportati in Libia contro la loro volontà”.

Così i salvataggi affidati dall’Italia alla Guardia costiera di Serraj non hanno il fine di prestare soccorso a chi muore in mare ma di riportare i superstiti nei centri di detenzione in Libia dove i loro diritti non sono né sicuri né garantiti e dove ricomincia il doloroso percorso di sopravvivenza dei nuovi sommersi e salvati in territori ormai preda di incontenibile guerra e violenza.

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