Caro presidente Trump

di Stefano Massini

disegno di Fabian Negrin

Caro Presidente Trump,

chiuda gli occhi e si immagini per un attimo un vegetariano che fa pubblicità alla caccia. è questo più o meno il brivido da ottovolante che ho provato apprendendo che lei, proprio lei, il Donald del turpiloquio e del machismo da camerata, avrebbe emesso un verdetto sulle nuove parole tabù. Ovvero: “feto”, “transessuale”, “diversità”, “vulnerabile”, e via dicendo, con una vera e propria messa al bando del cosiddetto dizionario gender.

Ora, è più che ovvio non aspettarsi dal divo del “Millionaire” una conoscenza antropologica di cosa sia una parola tabù. Ma per la stima affettuosa che le porto, mi preme qui riepilogarglielo: il tabù è una definizione giunta in Europa da una cultura lontanissima come quella polinesiana. Fu Cook nel XVIII secolo a insegnare al Vecchio Continente che per la religione di quelle remote terre esisteva appunto un cosiddetto taboo, ovvero qualcosa che era talmente prossimo alla divinità da non poter essere toccato. Come dire: una quintessenza di purezza, tale da risultare perfino rischiosa per i limitati normali umani. Ripeto: il tabù in origine era ciò che era troppo in alto, non ciò che si sprezzava in quanto deteriore. Il punto fu che nei secoli a venire, lentamente, la sfera religioso-apotropaica – dentro cui ogni tabù di fatto alberga – spostò il valore del termine facendolo diventare “ciò che va evitato”. Ed ecco allora che spesso e volentieri la parola-tabù ha finito per coincidere con ciò che fa paura, e come tale va eliminato perfino dal linguaggio (è noto il caso di molti animali che incutevano terrore, come l’orso: molte lingue germaniche e slave lo definiscono senza un sostantivo preciso, ma con perifrasi come “il bruno peloso” o addirittura “il mangia-miele”).

Insomma, mister Trump, nel suo battezzare queste nuove parole-tabù, lei ha sostanzialmente dichiarato di averne una fifa squassante. Mi creda: Sigmund Freud ha scritto qualcosa di interessante sul fatto che noi creiamo di continuo totem e tabù, spesso in nome di una paura non confessata. Ma non ho finito: c’è altro e c’è di più che mi preme dirle. Con affetto, nel suo interesse: si è chiesto se abbia senso una censura sulle parole nell’anno diciassettesimo del terzo millennio? In una conferenza di sei anni fa, sir Tim Berners-Lee – l’inventore del cosiddetto www, ovvero del meccanismo basilare su cui si regge la navigazione in rete – sosteneva a buona ragione che internet fosse il più grande sinonimo di libertà espressiva. Come dire che un pianeta terra connesso in rete non avrebbe più ammesso alcun bavaglio alla libera manifestazione dell’umano pensiero, per la semplicissima ragione che la censura è sempre un fenomeno locale, dipendente da un potere circoscritto e autoreferenziale, dunque destinato a soccombere in presenza di uno strumento comunicativo sovranazionale e addirittura sovra-continentale. E in effetti, illustre Presidente, si perde il conto dei diktat – talora incredibili – dettati da ferrei governi più o meno totalitari, la cui applicazione è stata di fatto ridimensionata o cancellata proprio grazie all’insurrezione della rete, in una vera e propria demistificazione del censore.

Pensi a Singapore, dove masticare chewing-gum era ritenuto pericoloso per lo Stato, dal momento che le celebri gomme potevano essere usate per sabotare (?) i mezzi del pubblico trasporto. E come commentare il Turkmenistan in cui era reato cantare in playback? Oppure l’Australia, dove per anni il nudo di attrici con il seno piccolo incontrava la mannaia dello Stato come incitazione alla pedofilia. Fa ridere, vero? E difatti la risata emersa dal web ha spuntato l’arma del potere, da sempre vulnerabile al ridicolo (tanto più dal momento che la censura – compresa la sua, esimio Presidente – si regge sempre su un presupposto serissimo di salvaguardia preventiva del bene pubblico).

Alla luce di tutto questo, converrà con me che la soppressione delle parole da lei ordinata così a muso duro assomiglia un po’ al cartellino giallo tirato fuori da un arbitro zelante mentre le tifoserie hanno già invaso da mezz’ora il campo. Perché il presupposto fondamentale affinché un tabù funzioni, è l’autorità sacerdotale o sciamanica di chi emette un determinato veto. E non me ne voglia, Trump: né lei né alcun altro Oliver Cromwell potrete maledire alcunché in un’epoca in cui tutti quanti ci sentiamo di fatto capitribù, guru, confessori, trainer e spin-doctor di noi stessi. Liberalizzazione del tabù: questa è la parola d’ordine, per cui ognuno autorizza e vieta ciò che più gli conviene o piace. Lo sa che Groucho Marx nella sua Freedonia mise per esempio fuori legge le barzellette sporche? E allora sì che lei, caro Trump, sarebbe stato fuorilegge.
Grato del suo tempo, la saluterei con un abbraccio se non fosse che un mio personale tabù mi proibisce il rapporto fisico con chi i dizionari li amputa. Preferisco chi li trapianta, chi li incrementa. O forse semplicemente chi li rispetta.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 48 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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