Vagabondi efficaci

di Fernand Deligny. Traduzione di Chiara Scorzoni

Questo lungo articolo di Fernand Deligny, resoconto delle iniziative pedagogiche messe in campo fino ad allora con i cosiddetti ragazzi difficili (disadattati, criminali, asociali, caratteriali e irrecuperabili, secondo le diagnosi di allora) uscì per la prima volta sul n. 39 di “Partisans” (ottobre-dicembre 1967), la rivista “di movimento” fondata da François Maspero e poi raccolto nel 1970, per le edizioni dello stesso Maspero, in una bellissima antologia dal titolo programmatico di Les vagabonds efficaces: il problema, sosteneva Deligny, non è quello di normalizzare dei disadattati, ma di rendere “efficace” il loro disadattamento. Da lì a poco, quando iniziava a montare il Maggio francese per le strade di Parigi, Deligny avrebbe dato avvio all’ultimo “tentativo”, portato avanti per trent’anni, fino alla morte, sui monti delle Cévennes, con ragazzini autistici e mutacici. Stiamo curando per le Edizioni dell’asino un’antologia degli scritti che renderà conto dell’intera parabola “antipedagogica” del grande (e in Italia sconosciuto) educatore francese. (Gli asini)

 

Il gruppo e la domanda

Intorno agli anni Cinquanta ebbe luogo un tentativo di presa in carico “in cura libera” di adolescenti caratteriali, delinquenti e psicotici, che non sembravano poter migliorare attraverso un “internamento”, ovunque fosse, Servizio psichiatrico compreso.

Mi è stato spesso chiesto di precisare i metodi di questa organizzazione che chiamammo La Grande Cordata.

Ora, a distanza di una quindicina d’anni, capisco perché io non abbia mai risposto a quella domanda. Quanto accadeva, come si suol dire, all’interno di quell’organizzazione nata da un piccolo gruppo di volontari dalle idee abbastanza disparate acquista senso solo se rendo conto della Grande Cordata come di una tappa, o piuttosto, come di una presa di posizione che viene dopo altre prese di posizione nel corso di un lungo cammino pieno di deviazioni e senza una meta precisa.

Non si tratta dunque di un metodo, non ne ho mai avuto uno. Si tratta proprio di una posizione da mantenere, in un dato momento, in luoghi del tutto reali, all’interno di una situazione molto concreta. Non mi è mai capitato di riuscire a mantenerla per più di due-tre anni. Ogni volta, era circondata, assediata e io mi arrangiavo come potevo, senz’armi né bagagli e sprovvisto di qualsiasi metodo.

Inizi

La vicenda è cominciata all’indomani del 1940, durante la guerra nel Nord, a quindici chilometri da Dunkerque, ad Armentières, in un enorme ospedale psichiatrico autonomo con il massimo grado di autonomia, che custodiva e per così dire, “auto-digeriva”, la propria dose di alienati. Più di mille letti, una quindicina di padiglioni, escluse le abitazioni private, gli uffici amministrativi, la mensa, la cappella e l’obitorio. Tra questi padiglioni, il numero 3, credo, era quello riservato agli adolescenti, una vera e propria marmaglia di ragazzini dichiarati devianti o per la permanenza in un riformatorio o per ritardi cronici o per chissà quale altra diagnosi nel certificato d’ammissione. Di una eventuale dimissione, non si discuteva nemmeno. A una certa età, venivano trasferiti in un altro padiglione; a una certa età o in seguito a certi comportamenti. Avevano dei guardiani, delle serrature di sicurezza, delle cancellate di tre metri e cinquanta circondate da un ampio fossato, una divisa di velluto biancastro come uniforme manicomiale. Erano un centinaio là dentro, vagamente suddivisi in gruppi: puberi, non puberi, allettati, in grado di muoversi, studenti, giardinieri, apprendisti, sorvegliati speciali e innocui.

Di sera, e la maggior parte di loro anche di giorno, stavano nella sala. Volevano la loro libertà. Questa domanda di libertà era evidente. La libertà, era stata sottratta loro. La volevano, a maggior ragione coloro che erano stati rinchiusi là, in manicomio, a tre anni e ora ne avevano quindici o diciotto e presagivano che se ne sarebbero andati a cinquanta o sessanta, passando dall’obitorio. Bisogna aver vissuto in quel modo per credere che la libertà esista. Ma la libertà era stata sottratta anche a quelli che avevano vissuto seppur per poco tempo “fuori”, come erano soliti dire, in famiglia o in un’azienda agricola la cui padrona era nominata tutrice dalla Pubblica assistenza. Dell’uguaglianza se ne fottevano abbastanza, così come della fraternità. La libertà è un’altra cosa. Dicevano che nessuno ha il diritto di togliertela.

Una tale domanda, un tale vento, si usano di solito per far girare piccoli, perversi meccanismi disciplinari, grazie a un sistema di ricatti cui è semplicissimo ricorrere nel normale commercio umano: la tua uscita l’avrai se sarai bravo, se e se…

Per quanto mi riguarda ero, per così dire, al riparo da questo ruolo, non essendo né primario, né direttore, né responsabile del padiglione. Mi chiedo ancora cosa ci facessi là: nessuno mi aveva chiesto di esserci, né i ragazzi in questione, né l’amministrazione e neppure io. Non avevo nessuna intenzione di riforma. Semplicemente, ero là. Forse come conseguenza della guerra che avevo vissuto sulla mia pelle dal 10 maggio al 25 giugno, forse per un colpo basso dell’inconscio. Dal momento che c’ero, quel desiderio di libertà allo stato puro mi sembrava oro, mi affascinava, mi inebriava.

Le guardie del turno mattutino, pomeridiano e notturno, quasi tutti disoccupati cronici del tessile, erano stati, in passato, atleti o suonatori di fisarmonica, marinai o elettricisti. Materiale umano utile a creare un istituto medico-pedagogico modello, come di fatto è accaduto nel giro di pochi mesi.

Primi provvedimenti

Con alcuni di loro, decidemmo subito la prima presa di posizione, nessuno poteva impedirmi di farlo. Abbiamo detto: ecco, questa è la nostra posizione: nessuna sanzione. L’ho dichiarata, questa presa di posizione, in piedi, sulla scalinata, davanti ai cento prigionieri radunati. A dire il vero, non volava una mosca. Non sono stato lanciato in aria né ho ricevuto ovazioni. Avrei potuto dire “la zuppa del pranzo verrà sostituita dalla salsiccia”: la reazione sarebbe stata la stessa.

Questa posizione, l’abbiamo mantenuta senza problemi: laboratori, sport, uscite in squadra, a piccolo gruppo, a due o tre, molto sport. Tutto questo, fatte le debite proporzioni, aveva un ché di Makarenko, eccetto per le bandiere che era meglio non tirare fuori, visti l’epoca e gli occupanti e poi noi quale bandiera avremmo potuto far sventolare? La bandiera dei folli? Nessuna sanzione: sull’onda dell’entusiasmo, sembravano facili la devozione e il rispetto di questa parola d’ordine. Ma bisogna ammettere che i cento ragazzini erano imbevuti e abbrutiti da ogni tipo di sanzione, prima della nostra piccola rivoluzione. E la libertà?

Nel giro di pochi mesi, questa domanda diffusa, che sembrava provenire dal fondo della specie, aveva preso questa forma: “se fai il salame, ti sbattono fuori”. Se lo dicevano tra loro. “Ti farai sbattere fuori. Ti ritroverai fuori”.

Quel centinaio, erano sempre gli stessi. Pure il fuori era sempre lo stesso e, sotto la spinta di un gruppetto, la domanda si era ribaltata.

Quanto al direttore amministrativo, mirava abbastanza seriamente a trasformare l’intero ospedale psichiatrico autonomo in un magnifico Istituto medico pedagogico autonomo, il più grande di tutta Europa.

Ero preso, accerchiato. L’alternativa era prendermi sul serio, innalzarmi una statua perché, in piena guerra, l’alienato non rientrava così spesso come in tempo di pace, e poiché si moriva così tanto di fame che il carro funebre non riusciva a svuotare l’obitorio, ci sarebbero stati presto letti vuoti. Bisogna mettersi nei panni del consiglio d’amministrazione. Dei letti vuoti: è spaventosa, la guerra.

Preso nella guerra; anche per quest’altra ragione: quale tipo di pupazzi avrebbe fabbricato questo Istituto medico pedagogico modello? Delle Waffen-ss. Non che ci fossimo impegnati a fabbricare questo nuovo tipo di uomo ma, fuori, la sola assunzione effettiva, a quei tempi, avveniva negli uffici di reclutamento della Legione Vallonia (corpo armato volontario, collaborazionista dell’esercito tedesco) e bisogna proprio ammettere che i nostri semi ritardati-devianti cronici sfoggiavano una certa andatura, con la divisa, quando li si incontrava fuori, liberi.

Bisognerebbe forse studiare quale fosse la formazione del gruppo dalla nostra “posizione”. Di fatto, questo gruppo non aveva né luogo né punti di incontro. I guardiani divenuti “educatori” si parlavano certamente, ma dove, di cosa? Quando incrociavo l’uno o l’altro, scambiavamo qualche parola e io, bene o male, dovevo operare una ricomposizione dei frammenti intenzionali degli uni e degli altri che sarebbero potuti tornare utili nel balletto quotidiano. Le loro personali intenzioni a lunga scadenza – su questo ci passavo sopra – erano i fili spinati e le risorse personali di ciò che facevano o facevano fare ai ragazzi; il loro obiettivo pedagogico, farne degli sportivi o dei bravi operai o degli uomini-comuni, a questo portava la congiuntura che faceva dei meno disgraziati degli apprendisti nelle Waffen-ss della “Legione Vallonia” (corpo armato volontario, collaborazionista dell’esercito tedesco).

Ciò non toglie che io e cinque o sei di quelle guardie, pur non essendoci messi d’accordo e senza esserci mai riuniti tutti insieme, eravamo un unico corpo, un corpo senza testa, dato che io non lo dirigevo. Tutt’al più ne sarei stato l’interprete, il cronista.

Vita e morte di una collettività a contatto con la realtà

In sintesi, ho dovuto mollare e ritrovarmi, sotto Platon (membro del governo di Vichy fucilato per collaborazionismo), ammiraglio della popolazione, sotto Pétain (capo del governo collaborazionista), delegato regionale alla prevenzione della delinquenza giovanile. Richiesta dell’amministrazione: creare un centro di osservazione e smistamento. Presa di posizione: la porta sempre aperta, i ragazzi liberi. Gruppo: un sopravvissuto di Armentières, un delegato sindacale escluso da tutto perché si intestardiva a militare fuori dai ranghi, alcuni compagni di quartiere, uno della Joc (l’associazione della gioventù cattolica operaia), due scout. La richiesta di chi entrava: non finire in prigione, in un centro di rieducazione o al manicomio di Armentières. Ma, abbastanza rapidamente, tutto il gruppo fu sorpreso da una richiesta inusuale espressa da evasi di centri rieducativi arrivati da noi per nascondersi. Da questo prese forma una collettività abbastanza originale che se la doveva vedere con un paio di obiettivi concreti: primo, racimolare un po’ di soldi per permettere, a chi lo avesse desiderato, di prendere il treno, durante il fine settimana, per tornare a casa propria o dovunque potesse andare e secondo, nascondere gli evasi. Per quanto mi ricordi, questo piano andava avanti più o meno con le proprie gambe, inseguendo ognuno la propria ideuzza ed era compito del delegato sindacale organizzare tutto alla bell’e meglio, io invece ero impegnatissimo in una campagna stampa contro una specie di signorotto locale responsabile degli affidi familiari. In caso di visite, ufficiali o a titolo privato, ero anche custode d’onore del luogo.

Questa volta, a dirla tutta, la posizione è stata definita dai carabinieri. È stato necessario filarsela, sparire nelle paludi di Saint-Omer.

Rinascita

Divenuto delegato regionale al Lavoro e alla cultura, mi sono serviti diversi anni per definire una nuova posizione: La Grande Cordata.

Qual era la richiesta dell’amministrazione? L’Ufficio pubblico di igiene sociale mi chiedeva di occuparmi, il più efficacemente possibile, di giovani “incollocabili” su cui le psicoterapie non sortivano alcun effetto. In questo caso la posizione scelta era un po’ diversa:

– niente letti, né istituto, né famiglia;

– una rete di soggiorni di prova attraverso tutta la Francia, basata sul sistema degli ostelli della gioventù e di ogni altro posto in cui “si” volesse accogliere un ragazzo della Grande Cordata; consegna formale: espellerlo se diventava in qualche maniera molesto.

In generale si può dire che la richiesta dei ragazzi inseriti nel programma non fosse molto chiara. Era piuttosto un rifiuto. Non aver più a che fare con gli psichiatri:

– Di psichiatri non voglio più vederne neanche l’ombra. Per prima cosa: non sono pazzo.

– Spero bene…

Il gruppo? Una ex dirigente dell’Ujrf (Unione dei giovani repubblicani francesi), comunista convinta, alcuni militanti degli ostelli, tutti estremisti politici: trotskisti, anarchici, adulti in cerca di qualcosa da fare oltre le otto ore lavorative e, al di sopra di tutto, un gruppo di amici, un areopago di amici: il professor Henri Wallon, il dottor Louis Le Guillant…

Il gruppo originario era vivacissimo. Dove si trovava? Il luogo ha la sua importanza. Se chiedete a un adolescente, psicotico o no, quali siano i suoi progetti, cambia la risposta, a meno che non stia proprio male, se siete un signore sulla quarantina in uno studio psicoterapeutico o una diciottenne su una panchina del Luxembourg.

Domanda:

– Dimmi, cosa vuoi diventare?

Ponevo la domanda in un angolo di un vero e proprio teatro che era stato quello di Dullin, allora abbandonato e infine requisito per la cultura popolare. Sul muro, un lavandino dove venivano a struccarsi i personaggi di Pirandello o di Bertold Brecht e sulle sedie, i ragazzini disturbati, accompagnati spesso dalla madre o dal padre o dall’assistente sociale che non potevano credere di trovarsi all’interno di un ente specializzato, consigliato da qualche luminare della psichiatria che mi conosceva di fama, increduli nel veder passare quegli strani personaggi sudaticci e truccati: Arlecchino, Madre Coraggio…

Dicevo:

– Quindi?

Ascoltavo il teatro; non le parole, i rumori. Che straordinario strumento sonoro è un teatro semivuoto, com’era gracile la voce, anche quella degli attori, gracile e, per così dire, insignificante. E che dire allora della voce del giovane seduto, che mi parlava della sua vita, o dei racconti confusi della madre e dell’assistente sociale.

Dicevo:

– Eh sì, certo…

In sottofondo la voce di un tenore che provava in continuazione e il rumore dei cori e delle battute. Tutte quelle poltrone vuote, imbottite e quelle scale a chiocciola di legno… Albert Camus passava di tanto in tanto da lì, ma l’ho saputo solo molto tempo dopo. I muri erano tramezzi di scena. Alcune volte, arrivando verso le 9, vedevo un muro abbattuto. Albert S. mi aspettava, seduto di fronte al mio tavolo. Aveva bussato. Io non avevo risposto. La porta era chiusa. Allora aveva buttato giù il muro, con una spallata. Rimettevamo le scene a posto per non irritare il proprietario del teatro che gironzolava sempre e non apprezzava né la cultura popolare né la pedagogia sperimentale e non aspettava altro che un pretesto per sbatterci tutti fuori. Albert S. aveva 19 anni per un metro e ottanta di altezza. Era nero e affidato all’Assistenza pubblica dei direttori dipartimentali a cui era solito spaccare il muso. Diceva:

– Ti stai divertendo vero, Deligny, non ce l’hai con me? Vieni a prendere un cappuccino?

Voleva vedere se non fossi direttore di qualche cosa, in superficie o nel profondo.

Un autentico teatro

C’erano Alberto S. e una ventina d’altri ragazzi che tornavano la sera: sebbene la mia posizione fosse di evitare i problemi tipici delle comunità medico-pedagogiche, quelli sbucavano a destra e a manca ed era il delirio, Verdun, la guerra del ‘14. Provavo a portarli fuori, a disperderli, come fa una cagna con i cuccioli malconci. Dicevo:

– Me ne vado…

Mi seguivano. Il teatro era vuoto? La saracinesca veniva abbassata fino a toccare il marciapiede. Io me ne andavo ma loro tornavano, alzavano la saracinesca e si intrufolavano a teatro. Era notte. Andavano a rannicchiarsi in quella piccola foresta di alberelli che sosteneva il palco. Dormivano sulla tappezzeria, in mezzo ai costumi da doge, tra le cianfrusaglie di ogni epoca o inscenavano dei combattimenti, armati di alabarde e di lance.

Al mattino mi usavano la cortesia di essere tutti fuori molto tempo prima che arrivassi. D’altra parte, ero all’oscuro di queste scorribande notturne. Mi sono state riferite molto tempo dopo. Del resto non c’ero spesso là.

A Noisy-sur-Oise, c’era un castelletto di proprietà di un ex ministro di Pétain o della moglie, figlia del direttore della Banca d’Indocina, a quanto m’hanno detto. Il ministro era stato arrestato mentre tentava di filarsela in Spagna: vent’anni di lavori forzati, il castello nell’Oise requisito per farne un ostello della gioventù. C’era un gruppetto di ragazzi ospitati là, uno dei quali allevava lumache nella sua camera stile Pompadour: bisogna saper vivere al passo coi tempi… Ma non poteva durare. Il ministro è stato scarcerato molto prima dei termini. Abbiamo cercato in ogni modo di dirgli che non era in regola, che se era lì significava che era evaso, che non volevamo storie, che era nostro diritto restare al castello. I carabinieri sono arrivati in due brigate. Nel gruppo di ragazzi accolti c’era un piccolo protetto della baronessa di Rothschild, con la testa infarcita di beneficenza. Quando lo vedevo cantare a squarciagola canzoni della resistenza, nel gruppo degli attivisti del movimento degli ostelli, sotto le finestre del sindaco, mi dicevo che ce l’avrebbe fatta nella vita.

A Villennes, altro ostello vicino al casello dell’autostrada. Un anno di campagna elettorale. Di notte una decina di ragazzi accolti nelle casette di legno di quell’ex “campo” di nudisti venivano in gruppo ad attaccare manifesti con noi, compresi il figlio del carabiniere in servizio al ministero dell’interno e quello che diceva:

– Per quanto mi riguarda sono monarchico…

E quell’altro, dalla parte di de Gaulle, stracciava allegramente, con entrambe le mani, i grandi manifesti del Raggruppamento gollista del popolo francese, dicendo:

– Vecchio mio, quelli là hanno della buona colla. Si vede che hanno della grana.

È per quel motivo che stava dalla parte di de Gaulle, dalla parte della grana, ma là, di notte, convinto che de Gaulle non l’avrebbe mai saputo, ci veniva volentieri. L’azione precede il pensiero.

La proprietaria dell’ex campo di nudisti abitava a Trouville. Non ci voleva più là, lei che trovava troppo cenciosi persino gli attivisti del movimento degli ostelli della gioventù. Era vero che i ragazzi della Grande Cordata di quella sfornata avevano un aspetto triste. Un pappone di 16 anni, un inverosimile imbecille che usciva da Fresnes provvisto di una collezione di coltelli a serramanico attaccati alla cintura, due omosessuali semiprofessionisti che si detestavano, un pallone gonfiato con le gambe storte che scendeva in città solo per mettersi al volante del primo camion parcheggiato. Con i vetri abbassati, aspettava le ragazze. Una volte che erano passate, scendeva. Loro e alcuni altri interessati, è il caso di dirlo, alla tizia della cabina telefonica, a quattro chilometri di distanza, che aveva fatto la guerra del ’14 come infermiera. E con loro? Nessuno. Solo loro. Aspettavano il mio arrivo, tutto il giorno, alcune volte parecchi giorni, anche una settimana. Sapevano che andavo qua e là, in moto, a cercare “qualche cosa” per loro. Gli era presa la mania del mare. Camminavo, nostalgico, in riva al mare. Un buffo aggeggio che separava la ghiaia: ho pensato a lungo di portarglielo. Vi si sarebbero affaccendati sopra, un’impresa cooperativa… Un pastore mi trovava dei posti di lavoro nei locali notturni, come barman, o sui dragamine. Andavamo a distribuire volantini all’uscita delle fabbriche Simca, a Poissy.

Nel frattempo, la posizione assunta inizialmente andava precisandosi:

– presa in carico dei progetti, qualsiasi fossero (compreso mettere il Ministero della guerra a ferro e fuoco);

– precisare i progetti individuali e relativa ridefinizione attraverso frequenti cambiamenti del modo di vivere.

Pian piano s’affermava implicitamente una sorta di dottrina poiché la Grande Cordata, organismo sperimentale, se mai ce ne fu uno, era comunque apprezzata e la dottrina in questione non era facile da dichiarare. Diceva: lasciate agire l’imprevisto, che “qualsiasi cosa” possa verificarsi.

Non potrà funzionare.

Questa nuova prospettiva, questo nuovo spiraglio aperto sulla nostra “posizione” ci forniva sorprese che non avrei saputo cogliere se mi fossi fissato sulle evoluzioni del comportamento e della mentalità dei ragazzi, di fatto controllati nella misura in cui volevano veramente mostrarsi in questa specie di piccolo corpuscolo formato dal nostro gruppo, abbastanza simile a quei riflessi che fremono sotto l’arcata dei ponti, riflessi della luce sul corso del fiume o del canale, riflessi vivaci del tempo, della storia, degli eventi, degli scioperi, delle guerre. Alcune volte uno di loro restava con noi per un certo tempo; il corpuscolo cambiava forma, leggermente. In linea di massima, i medici o i servizi sociali che ci affidavano dei “casi” erano piuttosto soddisfatti, piacevolmente sorpresi. Non vedevano più i ragazzi. Questo significava che funzionava.

Esisteva una mentalità “Noi, i ragazzi della Grande Cordata”? In parte: la definizione riguardava solo una piccola porzione degli interessati. Per gli altri c’era proprio una sorta di organizzazione massonica.

– Vai ai Baux. Chiedi di un ragazzo di nome Visse. Digli: sono della Grande Cordata. È tessitore a mano.

– E dopo, cosa faccio?

– Lo vedrai…

Il ragazzo che voleva fare il farmacista dato che il padre… ma gli studi… si trovava a trapiantare il riso nel fango. Spossato, fierissimo, personaggio da film italiano.

Avevo davvero tentato di fondare delle specie di gruppi per quelli che chiamavamo “soggiorni di prova”. Avevo proposto che i membri del “soggiorno di prova” non mi scrivessero mai se non fosse stato presente il ragazzo di cui parlavano, senza la sua firma sulla lettera. Questo non ha mai funzionato. Henri Wallon me l’aveva detto: questo non andrà mai in porto.

Nel corpuscolo che non era per niente sotto l’arco di un ponte e che ebbe la malaugurata idea di istallarsi nei locali che avevano un certo tono, dal lato di piazza della République, ognuno seguiva la sua ideuzza e, all’occasione, indottrinava questo o quel ragazzo. Di certo abbiamo contribuito in buona parte all’affermazione di un membro del Partito comunista diventato segretario di sezione e al fatto che, alcuni anni dopo, durante la guerra d’Algeria, un ex della Grande Cordata abbia dirottato un aereo di linea americano per farlo atterrare a l’Avana con pilota e passeggeri leggermente sorpresi. Anche Fidel Castro lo sarà stato.

Ero là, persuaso che non potesse durare. Anche all’interno del consiglio di amministrazione le campane suonavano a morto. Al ministero di non so bene cosa, avevano scoperto un cortocircuito: dato che la Grande Cordata percepiva una retta giornaliera, non era ammissibile che i ragazzi lavorassero in determinati luoghi e venissero remunerati, stipendiati, dichiarati lavoratori quando invece erano “malati”. Molti soggiorni di prova fallivano per il semplice fatto che qualcuno si occupava in prima persona della rieducazione di un ragazzo che, improvvisamente, diventava un parassita di quel posto. Raccontavo aneddoti più o meno veri: la nostra sola artiglieria. Avremmo potuto triplicare la retta giornaliera, avere un castello tutto nostro. Sento dire, ancora oggi: “perché non l’hai fatto?”

Fu proprio necessario ritirarsi e, per così dire, tornare alla macchia dato che eravamo nel massiccio del Vercors. Diciassette disadattati sociali, tra cui alcuni casi molto speciali, sono partiti, una bella sera, con il treno notturno, una grande tenda bianca e nient’altro. Loro e la tenda bianca. Il piccolo corpuscolo, sotto l’arco del ponte, era scomparso, smembrato. Due o tre componenti del gruppo volevano che questo durasse. Ma cosa intendiamo per “questo”? Gli altri hanno raggiunto il Vercors qualche settimana dopo.

La grande tenda bianca, i ragazzi l’avevano piantata proprio ai piedi della roccia delle Deux-Soeurs, sugli ultimi palmi di terreno friabile davanti al roccione. Il gruppo più piccolo, il nostro, si era installato molto più in basso, nella vallata. Loro, in gruppo, sono rimasti lassù. Non potevamo vederci. Ero sicuro di scrivere un romanzo che sarebbe stato pubblicato due anni dopo. Al piccolo gruppo volevano proiettare Tempeste sull’Asia di Pudovkin nei paesini sperduti del Vercors. Era un brontolone malevolo a mantenere il collegamento. Se l’avessi ascoltato, mi avrebbe fatto provare disgusto per gli altri. Per questo non lo ascoltavo, cosa che lo infastidiva parecchio. Stava giorni senza farsi vedere. Non mi dispiaceva affatto.

Immagino che facessero gruppo e che il gruppo si stringesse forte quando il vento soffiava nel canalone, tra le Deux-Soeurs. Nello sciame, lassù, c’era un po’ di tutto oltre a un ritardato che li infastidiva:

– E Gérard? Non mi ha scritto mio fratello Gérard?

Andava avanti a chiederlo per ore, quando si fissava.

Qualcuno diceva:

– C’è una lettera per te…

– Dove?

– Laggiù, alla posta.

Laggiù il villaggio, il campanile grande come un’unghia. Lui ci andava di filato. Ci metteva uno o due giorni per tornare. Portava la posta.

– E Gérard, cosa dice Gérard?

Ce n’era sempre uno, mi auguro, che fingeva di leggere qualcosa.

Credo ci siano stati dei gran temporali, lassù. Ce ne sono stati sicuramente. Si attaccavano alle corde della tenda che il vento portava via, sdraiati fuori, sotto le raffiche d’acqua e qualche volta di pietre che si distaccavano dalla parete.

Proprio qualunque cosa.

Fare qualunque cosa

Non si può veramente parlare di metodo, e questa posizione del “qualunque cosa” non è certamente una posizione pedagogica. Tuttavia disvela orizzonti infiniti.

Da là sono tornato indietro, con cognizione di causa: a partire dalla posizione del “qualunque cosa”, non potevo fare un passo di più nella stessa direzione. Rimuginando e ripensando forse ai ricordi di Armentières, arrovellandomi, ecco che ne usciva un succo dal gusto nuovo: il progetto comune. Dai tempi dell’Armentières totalmente manicomiale, mi era proprio sembrato di percepire che succedesse qualcosa di strano, di notevole, quando, nel baccano di “la libertà, vogliamo la nostra libertà…”, si elaborava un progetto concreto d’evasione a quattro, a cinque o di più. Erano spesso necessari mesi di preparazione e, nella maggior parte dei casi, dopo una febbriciattola d’entusiasmo, il progetto restava sospeso: “evadere…”

Ma, in alcuni casi, si preparava concretamente, aveva la sua scadenza: bisognava allora accordarsi molto in fretta, raccogliere seghe di metallo, nascondere vestiti, cibo e, contemporaneamente, mantenere il comportamento abituale nel salone e, la sera, grattare un po’ di blu dalle finestre, fuori c’era la guerra, avere una crisi di nervi o sonnecchiare, discutere amichevolmente con una guardia o un’altra, dare fiducia, scrivere al direttore per chiedere l’uscita. Il grappolo che si andava formando con i chicchi più disparati, più imprevedibili: strane associazioni che si rivelavano tenaci. Impossibile capire cosa avesse contribuito a tenere uniti quei sei là, prossimi all’evasione, come spesso fatico a capire il motivo per cui un determinato buon uomo viva con una certa brava donna. Ciò non toglie che nessuno si accorgesse di nulla e che stessero progettando di andare, una bella sera di maggio, a uccidere un’anziana, a rubarle il gruzzolo e a imbarcarsi per Dunkerque. Questo fatto notevole, volevo recuperarlo in qualche modo fuori, in libertà…

Ma cosa mettere nell’ostrica perché ne venga fuori una perla? L’ostrica, siamo noi, due o tre adulti e una quindicina di casi di ogni sorta che mi erano stati inviati: i servizi sociali si intestardivano a considerare La Grande Cordata come se fosse ancora attiva, malgrado il suo naufragio. Eravamo nell’Alta Loira. Perché non provarci nell’Alta Loira?

La posizione presa fu di creare una cooperativa di costruzioni, di riscattare una casa in pessime condizioni, di rimetterla in sesto dalle fondamenta al tetto, tutto questo in piena Brioude. Il più vecchio della banda aveva sedici anni. Aveva lavorato nell’edilizia. Questo funzionava. Ma io ero diventato scaltro e, per sostenere l’effetto del “progetto comune”, che terminava nella rivendita della casa e nella divisione degli utili o nel reinvestimento in un nuovo acquisto (eravamo lì lì per acquistare una strada), avevo rilanciato con un secondo progetto: girare un documentario su quanto capitava veramente. In altre parole, oltre al progetto suggerito, davo risposta a una domanda proveniente dall’esterno che avrebbe potuto essere formulata così:

– Noi altri, spettatori delle sale cinematografiche, vorremmo proprio sapere, vedere, come si comporta una troupe di squinternati, di alcolisti imberbi, d’incapaci, di pretenziosi, di espulsi dalle comunità per minori…

In breve, una specie di piccolo Cammino verso la vita, il film ispirato alle esperienze di Makarenko, ma che sostenesse e motivasse il quotidiano.

Per mancanza di soldi, il film ebbe solo bobine da trenta metri. Ma questa presenza in filigrana, molto diradata, della telecamera giocava il proprio ruolo.

Personalmente, non ero presente. Scrivevo quel romanzo e mi chiedevo quale fosse quella mania d’aver sempre un gruppo a portata di mani e di orecchie, come alcuni hanno un breviario e altri una radio.

Dopo aver rivenduto la casa a un buon prezzo, con la parte restante della banda siamo partiti per l’Allier per prendere posizione di fronte a un ritardato che sicuramente non chiedeva niente di niente, neanche la libertà, né di essere altro da quello che era.

Perché e contro cosa questo percorso e quelle svolte e – lo dico perché la parola è latente in questo racconto – questa specie di guerriglia? La parola era nell’aria. Siamo nella guerriglia come nel 1940 eravamo in guerra.

Lo Stato, lo stato delle cose, lo stato d’animo, le istituzioni, le fortezze psichiatriche, la legge del non assumersi rischi. A non assumersi rischi con dei matti, si sa bene dove si va a finire, immancabilmente.

Gli infiniti del “qualunque cosa”…

I segreti di questa materia pressoché sconosciuta che sta tra gli uni e gli altri e che chiamiamo l’“ambiente”.

Non ho mai avuto gusto, né talento, per modellare dei personaggi. So bene che, in giro per il mondo, degli educatori si ingegnano a modellare questo “uomo nuovo” secondo la richiesta o il comando dello Stato…

Non vorrei che ci si sbagliasse. Ho veramente scritto nel 1944 un libretto che parla di questo mestiere. Che non è il mio.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

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