A Summerhill scuola antiautoritaria

di Alexander S. Neill

Ritengo che lo scopo della vita sia la felicità, ed essere felici significa provare interesse per qualcosa. L’educazione dovrebbe preparare alla vita. In ciò la nostra cultura non ha avuto successo. La nostra educazione, la politica, l’economia, portano alla guerra. Le nostre medicine non hanno vinto le malattie, la religione non ha abolito i furti o l’usura. L’opinione pubblica si vanta tanto del suo umanitarismo e, ciononostante, approva ancora il barbaro sport della caccia. I progressi sono limitati alla tecnica: sono progressi nel campo delia radio, della televisione, della elettronica, dell’aeronautica. Il nuovo mondo è minacciato dalle guerre poiché la coscienza sociale è ancora primitiva.

Se oggi volessimo porci delle domande, eccone alcune cui è difficile rispondere. Perché l’uomo sembra essere soggetto a un maggior numero di malattie che non le bestie? Perché l’uomo odia e uccide in guerra mentre gli animali non lo fanno? Perché i casi di cancro aumentano? Perché ci sono tanti suicidi? Perché ci sono tanti delitti sessuali? Qual è la ragione di quella forma d’odio che è l’antisemitismo? Perché si odiano e si linciano i neri? Perché tante calunnie e tanto rancore? Perché il sesso è considerato osceno ed è oggetto di battute lascive? Che cosa rende i figli illeggittimi una disgrazia sociale? Perché la religione ha, nel tempo, perduto la sua carica originaria di amore, speranza e carità? Ci potremmo porre migliaia di perché sul nostro tanto vantato livello di civiltà.

Pongo queste domande perché di professione sono educatore, e sono solito trattare con i giovani. Pongo queste domande perché quelle che di solito fanno gli insegnanti si limitano agli argomenti scolastici e sono prive di importanza. Mi domando quali vantaggi si possano ottenere da discussioni sulla storia antica, o sulla letteratura francese, quando questi argomenti non valgono nulla se paragonati a quelli, ben più importanti, che riguardano il soddisfacimento dei naturali istinti vitali e la felicità interiore dell’uomo.

Quanta parte del nostro sistema educativo è basata sulla realtà, sulla libera espressione di sé? Per lavoro manuale spesso si intende solo il fare un oggetto di nessuna importanza sotto gli occhi di un assistente. Persino il ben conosciuto metodo Montessori, fondato sul gioco diretto, è un sistema artificioso che permette al bambino di imparare mentre fa qualcosa. Non c’è in esso nulla di creativo.

In famiglia il bambino viene continuamente ammaestrato. In ogni famiglia c’è sempre almeno un adulto infantile che vuole insegnare a Tommy come funziona il suo nuovo motore. C’è sempre qualcuno che mette il bambino a sedere su una sedia quando questi vuole andare vedere qualcosa sul muro. Ogni volta che spieghiamo a Tommy come funziona il suo motore gli togliamo una delle gioie della vita: il piacere della scoperta, il piacere di superare un ostacolo. Peggio! Facciamo sentire al bambino che egli ci è inferiore e che deve dipendere dal nostro aiuto.

I genitori si rendono conto con molta lentezza della poca importanza di ciò che si impara a scuola. I bambini, come gli adulti, imparano quel che vogliono imparare. Tutti i riconoscimenti, i bei voti, gli esami, soffocano il libero manifestarsi della personalità. Solo i pedanti sostengono che l’educazione la si fa sui libri.

I libri, a scuola, sono la cosa meno importante. Un bambino deve solo saper leggere, scrivere e far di conto; il resto deve essere tutto teatro, giocattoli, creta, pittura, sport, libertà.

La maggior parte del lavoro che gli adolescenti fanno a scuola è un puro spreco di tempo, di energie, di pazienza. Toglie al giovane il diritto di giocare, giocare, ancora giocare; mette teste vecchie sulle spalle giovani.

Quando tengo delle conferenze ai futuri maestri e maestre, spesso rimango stupito dell’immaturità di questi giovani pieni di conoscenze inutili. Sanno un mucchio di cose, brillano di qualità dialettiche, commentano i classici, ma la visione della vita che molti di loro hanno è quella di un bambino.

Sono stati abituati a imparare e non a sentire. Questi studenti sono amichevoli, simpatici, premurosi, ma qualcosa manca loro: il fattore emotivo, la capacità di subordinare il pensiero al sentimento. Io parlo loro di un mondo che hanno dimenticato e che continuano a dimenticare. I loro libri non parlano del carattere degli individui, dell’amore, della libertà, della autodeterminazione. E così il sistema va avanti, mirando solo a insegnare quello che c’è sui libri, e separando la mente dal cuore.

È tempo di mettere in discussione l’attuale nozione scolastica di studio. È dato per pacifico che un ragazzo debba imparare la matematica, la storia, la geografia, un po’ di scienze, un poco di arte, e una certa quantità di letteratura. È ora di rendersi conto che il ragazzo medio nutre ben poco interesse per queste cose.

Di questo mi rendo conto ogni volta che dico a un nuovo allievo che la frequenza delle lezioni è libera. Gridano tutti: “Urrah! Non dovrò più sorbirmi la matematica e roba del genere!”.

Non voglio denigrare l’istruzione. Ma l’istruzione deve venire dopo il gioco; e lo studio non deve venire deliberatamente condito con il gioco per renderlo appetibile.

L’istruzione è importante ma non per chiunque. Nijinsky non riuscì a superare gli esami scolastici a Pietroburgo in mancanza dei quali non poteva essere ammesso al Balletto di Stato. Egli semplicemente non era capace di imparare le materie scolastiche: i suoi pensieri correvano altrove. Furono costretti a falsifìcare un esame, fornendogli le risposte su un foglio – così dice una biografia. Quale perdita sarebbe stata per il mondo se Nijinsky avesse dovuto superare davvero quegli esami!

Chi ha capacità creative impara quel che vuole imparare per fornirsi quegli strumenti che la sua originalità e il suo genio richiedono. Non si può sapere quali capacità creative vengono distrutte nella scuola dando tutta l’importanza all’istruzione.

Mi è capitato di vedere una ragazza studiare la geometria di notte, e piangerci su. Sua madre voleva che frequentasse l’Università, ma lei aveva un chiaro temperamento artistico. Fui contento di sapere che era stata bocciata per la settima volta agli esami di ammissione. A questo punto la madre le avrebbe forse permesso di fare ciò che lei desiderava.

Qualche tempo fa mi capitò di incontrare a Copenhagen una ragazza quattordicenne che aveva passato tre anni a Summerhill dove aveva imparato a parlare l’inglese alla perfezione. “Immagino che in inglese sarai la prima della classe”, le dissi.

Mi rispose con una smorfia afflitta: “No, sono l’ultima della classe perché non so la grammatica”. Credo che questo sia il miglior esempio di quel che gli adulti pensano debba essere l’educazione.

Quegli stessi studenti apatici che, sottoposti a un regime di disciplina, diventano insegnanti privi di fantasia, medici mediocri, avvocati incompetenti, potrebbero invece diventare ottimi meccanici o abili muratori o coscienziosi agenti di polizia.

Spesso abbiamo constatato che il bambino che non può, o non vuole, imparare a leggere fino a quindici anni è un ragazzo col bernoccolo della meccanica che potrebbe diventare un ottimo meccanico o un elettricista. Non oserei mai prendere una posizione decisa nei riguardi di ragazze che non frequentano mai le lezioni, specialmente di matematica e di fisica. Spesso queste ragazze passano la maggior parte del tempo in lavori di cucito, e alcune. successivamente, nella vita, si occupano di confezioni e di moda. È un curriculum assurdo quello che costringe una futura disegnatrice di moda a studiare le equazioni di secondo grado e la legge di Boyle.

Caldwell Cook scrisse un libro intitolato The play way nel quale spiegava come insegnava l’inglese servendosi del gioco. Era un libro affascinante, pieno di ottime idee; tuttavia ritengo che fosse solo un nuovo modo di appoggiare la teoria che imparare è cosa della massima importanza.

Per Cook l’istruzione era tanto importante da credere necessario di dover addolcire la pillola dello studio con lo zucchero del gioco. La convinzione che l’allievo, se non impara niente spreca il tempo, non è nient’altro che una maledizione, una maledizione che acceca migliaia di insegnanti e la maggior parte degli ispettori scolastici. Cinquanta anni fa la parola d’ordine era “imparare studiando”. Adesso è “imparare giocando”. Il gioco viene impiegato come mezzo per raggiungere un fine, ma non so davvero se il fine sia valido.

Se un maestro vede i bambini giocare col fango, e approfitta dell’occasione per parlare dell’erosione del terreno, qual è scopo si propone? Che cosa importa al bambino dell’erosione dei fiumi? Molti educatori pensano che non sia importante quel che il bambino impara, ma che basti insegnargli qualcosa. E naturalmente, con scuole ridotte a essere solo fabbriche per una produzione di massa, che può fare un insegnante se non insegnare qualcosa e convincersi che l’insegnamento, in se stesso, è la cosa più importante?

Quando tengo una conferenza a un gruppo di insegnanti, inizio dicendo che non ho intenzione di parlare di materie di studio, o di disciplina, o di classi. Il pubblico mi ascolta per un’ora in un silenzio pieno di interesse. Quando, dopo un applauso sincero, il presentatore annuncia che sono pronto a rispondere alle domande, almeno i tre quarti riguardano materie di studio e problemi didattici.

Non lo dico con un senso di superiorità. Lo dico con un senso di amarezza per dimostrare come i muri della classe e gli edifici scolastici fatti come prigioni restringano l’apertura mentale degli insegnanti e impediscano di vedere gli elementi essenziali dell’educazione. Il loro lavoro prende in considerazione solo la parte del bambino che sta al di sopra del collo; e necessariamente, la parte vitale del bambino, quella emotiva, rimane per costoro territorio straniero.

Mi piacerebbe veder nascere, fra gli insegnanti più giovani, un grande moto di ribellione. L’educazione superiore e le lauree universitarie non servono ad affrontare i mali della società. Un nevrotico istruito non è migliore di un nevrotico privo di istruzione.

In tutti i Paesi, siano essi capitalisti, socialisti o comunisti, si costruiscono scuole minuziosamente elaborate per educare la gioventù. Ma i meravigliosi laboratori, le officine, non sono in grado di aiutare John o Peter o Ivan a superare i danni emozionali e i malanni sociali alimentati dai genitori, dagli insegnanti, e le pressioni coercitive della nostra civiltà.

(“Anarchy” n. 11, gennaio 1962)

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

Trackback from your site.

Leave a comment