Studenti in carcere

di Claudio Pedron

illustrazione di Paper Resistance

Insegno in carcere da venticinque anni e uno dei problemi principali è stato quello di riuscire ad aprire le classi in cui insegnavo. Aprirle per far uscire e anche per far entrare. In entrambi i casi, l’ospite era una: la conoscenza. Fin dal 1992 ho cercato contatti con le scuole esterne, andando a incontrare gli studenti e portandoli in carcere. Aprire per aprirsi, non necessariamente accogliere ma ascoltare e interrogarsi. Dall’anno scorso ho trasformato questa esperienza in un progetto per il Cpia 1 (Centro provinciale istruzione adulti) Firenze: “Il carcere a scuola, la scuola in carcere”.

Ci sono molte esperienze analoghe in giro per l’Italia. La mia si sviluppa in tre passaggi:

  1. Insegnanti, volontari, ex detenuti, operatori carcerari vanno nelle classi esterne a parlare e rispondere alle domande degli studenti.
  2. Le stesse classi vengono in carcere a incontrare gli studenti momentaneamente reclusi e gli operatori.
  3. Tutti assieme nel teatro del carcere per uno spettacolo e un confronto di restituzione.

Nel mezzo due libri da leggere: Camosci e girachiavi. Storia del carcere in Italia un saggio di Christian G. De Vito (Laterza 2009) e Alice nel paese delle domandine, una raccolta di racconti curata da Monica Sarsini (Le Lettere 2011). In aggiunta il lavoro svolto in classe con gli insegnanti. Hanno partecipato 240 studenti tra interni ed esterni al carcere.

Per raccontare questa esperienza ho scelto dei pezzi da alcuni scritti pescati a caso tra i testi che i ragazzi e le ragazze dai 15 e i 21 anni di un istituto professionale, di un liceo scientifico e di un liceo classico ci hanno restituito alla conclusione del progetto.

Un mio allievo, momentaneamente recluso, ha detto che noi insegnanti sbagliamo. Non dobbiamo portare questi ragazzi in carcere perché non si ha paura di quel che si conosce ma di quello che non si conosce. Credo sia un buon motivo per continuare, giudicate voi.

 

Il prima

Prima di questa esperienza affermavo che il carcere dovesse essere una struttura punitiva in cui il reo sarebbe dovuto restare a vita affinché riflettesse su quello che aveva fatto e sul motivo per cui si trovasse lì. (Francesca)

L’idea del carcere, in generale, non mi attira molto. Il carcere è un luogo estremamente chiuso, rigido e sorvegliato ventiquattro ore su ventiquattro. Al suo interno ci stanno i detenuti, coloro che hanno commesso uno “sbaglio” che deve essere ripagato con la pena. (Elisa)

Devo ammettere che all’inizio del progetto ero molto diffidente, quasi come se avessi paura di incontrare e toccare con le mie mani una realtà diversa dalla mia. Prima di questo incontro immaginavo il carcere come un luogo buio, dove i colori si perdevano, dove i poliziotti non si abbassavano al tuo livello neanche per guardarti negli occhi. Pensavo che i detenuti avessero tutti le medesime divise, che non svolgessero attività educative, immaginavo uomini e donne tatuati, dai mille piercing, con occhi pieni di odio e rancore, uomini senza sorriso, senza sentimenti ed emozioni. (Francesca)

“Attenzione a quei detenuti, Franco”, disse mia mamma, la notte prima di partire. (Franco)

Sono una persona che tende a immedesimarsi molto negli altri, anche troppo, rischiando di essere troppo emotiva, quindi sapevo che questa esperienza per me non sarebbe stata facile. (Aurora)

Per quanto ci professiamo cittadini moderni, pronti ad accogliere la diversità e a porgere la mano a chi è diverso da noi, dobbiamo fare i conti con la paura che siamo educati ad avere nei confronti di chi vive in uno stato di detenzione. Il carcere… è un luogo fantasma. Se trapelano notizie e impariamo alcune dinamiche attraverso la televisione manca il contatto reale con il microcosmo e questo, inevitabilmente, ci porta a isolarlo rispetto all’insieme delle possibilità conoscitive. Non ne parliamo anche come di un luogo nel quale vivono anime, solo come carcere, un ricettacolo di feccia sociale con la quale non dobbiamo avere a che fare… (Cecilia)

Sinceramente non mi ero fatto nessuna idea di come poteva essere prima di entrare. (Leonardo)

Ci sono cose che pensavo non avrei mai fatto in tutta la mia vita e considero sicuramente una di queste la visita al carcere… (Filippo)

Uno degli argomenti più discussi e trattati degli ultimi tempi è il carcere. Quest’ultimo non viene criticato solo per la sua struttura ma messo in discussione in tutte le sue sfumature: a partire dall’esperienza della inadeguatezza delle celle, fino agli alimenti, i servizi dei detenuti, le loro condizioni. E tra tutto il sovraffollamento delle carceri, che grava sui detenuti, i quali perdono sempre più diritti, come il rispetto per la propria dignità. (Elisa)

Siamo tutti affascinati dalla criminalità e dall’illegalità e ciò che è proibito e non si può fare. Ogni tanto mi incanto a guardare tutti quei programmi che vanno in onda il pomeriggio e che parlano di omicidi. In realtà questi programmi servono per attirare spettatori, chiamare dentro il crimine e tirando fuori la parte più buia e sporca. Tutto questo viene definito curiosità morbosa. Ma cos’è veramente il crimine, chi sono veramente i criminali? (Cinzia)

 

Il primo incontro in classe

Il giorno 28 gennaio io e la mia classe ci recammo in aula magna per avere un incontro con gli operatori del carcere di Sollicciano: ci troviamo un signore con la voce un po’ strana, una donna di una cinquantina di anni e una ragazza giovane con i capelli rasati e parecchi tatuaggi. L’incontro inizia con una domanda rivolta a noi: chi delle due donne fosse una carcerata. Ovviamente tutti risposero la giovane ragazza con i capelli rasati e i tatuaggi sbagliandosi, perché la giovane ragazza non era altro che una volontaria che si occupa del reinserimento dei carcerati nella società. (Andrea)

Successivamente l’educatore ci ha spiegato quali sono le procedure prima di entrare in carcere e com’è la vita là dentro. Giorni successivi all’incontro abbiamo continuato a parlare di questa futura visita, anche per non essere colti impreparati e per capire cosa ci aspettava. Il professore organizzatore di questa visita è intervenuto spiegandoci le fragilità delle detenute, avendo presente l’articolo 27 della Costituzione secondo il quale la pena del condannato non deve ledere la sua umanità e deve garantire la sua rieducazione. Abbiamo imparato quindi che il carcere deve avere uno scopo rieducativo e non punitivo come molti pensano. (Giò)

Con la mia classe e i professori abbiamo affrontato l’argomento carcere… In gennaio alla scuola … è venuto il personale del carcere di Sollicciano a raccontare e spiegare le situazioni che ci sono là dentro… Ci ha raccontato com’è la vita dei detenuti all’interno del carcere. Hanno la possibilità di studiare, di fare degli incontri con i parenti nel giardino del carcere e di poter fare delle domandine. e queste domandine sono scritte dai detenuti i quali chiedono l’autorizzazione per far fronte alle esigenze se è possibile realizzarle. .. L’incontro è stato importante perché ci hanno insegnato a guardare oltre. Dopo diversi giorni passati dall’incontro è venuto il nostro professore a parlarci del carcere e di chi c’è dentro. Raccontava che le persone là dentro sono fragili e che quando saremmo andati al carcere di non giudicare perché sono normali come noi. (Valerio)

Sinceramente non mi ero fatto nessuna idea di come poteva essere prima di entrare, se non per il passato intervento a scuola nostra. (Leonardo)

Quel giorno ci hanno spiegato moltissime cose, ad esempio come i detenuti riuscivano a comunicare con l’altro lato della struttura usando solo dei panni bianchi. (Marco)

Il prof ci ha raccontato di come vivono le persone in carcere e ha parlato delle domandine da compilare per chiedere qualcosa. E se non sanno scrivere vengono aiutate da degli scrivani. Lui, un volontario e un insegnante ci hanno spiegato che dentro al carcere i detenuti lavorano. (Alessandro)

L’incontro a scuola è stato molto utile poiché altrimenti sarei entrata nella struttura con dei pregiudizi e avrei preso l’esperienza molto alla leggera, senza riflettere su quanto invece le carceri e la vita in queste strutture siano una realtà vicina alla vita di ognuno, sia del detenuto che nostra. (Francesca)

Durante l’incontro svolto a scuola e a Sollicciano, ho scoperto la realtà del carcere, diversa da ciò che si vede e sente nella quotidianità (ad esempio in televisione). (Chiara)

Bello, bello, bello!… interessante e molto istruttivo. Già dall’incontro a scuola mi ha affascinato l’idea di conoscere un mondo che non mi tocca da vicino ma che vivendolo fa rendere conto che non sono personaggi fantastici ma persone reali proprio come me. Un conto è sentirne parlare da mia mamma, che in gioventù lavorò là, un conto è viverlo di persona. (Alessandra)

Il primo incontro in classe è servito un po’ per avere delle informazioni necessarie per affrontare al meglio l’incontro con i carcerati. (Damiano)

 

L’arrivo al carcere

Non ne parliamo anche come di un luogo nel quale vivono anime, solo il carcere, un ricettacolo di feccia sociale con la quale non dobbiamo avere a che fare: giace fra i nostri pensieri senza prendere forma. È così che mi sono sentita aspettando di entrare: galleggiavo in uno stato emotivo non ben definito. La curiosità si mischiava a un senso di timore e in qualche modo rifiuto, avvertivo una certa desolazione, non riuscivo a figurarmi un quadro di ciò che avrei visto e sperimentato con i miei occhi. Rapidamente cercavo di appurare le mie conoscenze su questo luogo fatto dai casi romanzeschi delle storie che conoscevo tramite gli altri, per esempio cinematografici. Non siamo allo zoo ragazzi, ha esclamato la prof., ho realizzato che era con quello spirito che mi accingevo a entrare, ero presa da una curiosità morbosa di osservare le dinamiche interne. (Cecilia)

Arrivati lì abbiamo notato i famosi panni bianchi che svolazzavano dalle finestre e un cuore rosso a una cella: quel detenuto con una detenuta erano fidanzati. (Silvio)

La visita è iniziata togliendo dalle tasche tutto quello che esse contenevano (telefoni, portafogli..) per poi recarsi all’interno del vero e proprio carcere. Essendo entrati ho subito notato la lunghezza dei corridoi interni e quanto erano stretti. (Riccardo)

Come sono arrivato, mi sono trovato di fronte a delle enormi recinzioni blu, con numerose telecamere, agenti della polizia penitenziaria e molta ruggine ad aggravare l’inospitalità del luogo. L’interno mette quasi i brividi, ma il fatto peggiore è che nel carcere si respira un’aria…come dire…”diversa”. (Leonardo)

L’ingresso al carcere è stata una cosa che non avevo mai provato, cancelli enormi per “contenere” delle semplici persone, persone che hanno sbagliato ma che sono pur sempre delle persone. Non ho ben capito il motivo per cui non ci hanno fatto lasciare tutte le nostre cose, varcando la porta ho avuto l’impressione di essere in un altro mondo, privo di libertà. (Niccolò)

Sono entrata nell’edificio con una certa ansia ma piena di curiosità. (Alessandra)

Nonostante l’entrata un po’ macabra, con il neon fioco e traballante, l’istituto era tutt’altro rispetto a come la mia fervida immaginazione lo rappresentava. (Sabrina)

Percorrere quei corridoi d’ingresso era paragonabile solo a una discesa nell’inferno con l’aggiunta di disegni sulle pareti forse volti a rendere più allegro il tutto ma solo più inquietante. (Filippo)

Successivamente, quando abbiamo oltrepassato il cancello del carcere, mi sono sentita come in trappola. Ero molto ansiosa e tremavo. I carcerati mi facevano molta paura. Entrati nella struttura, abbiamo attraversato un lungo corridoio e siamo giunti in una stanza decorata con una lavagna, delle cartine geografiche e una quarantina di sedie. La stanza e il carcere stesso erano malridotti. C’erano muri con la muffa, con le infiltrazioni o scrostati, il pavimento un po’ sporco e le stanze che puzzavano di tabacco. Il luogo incuteva molta paura. Era una stanza grigia, anche se illuminata dalla luce del sole. Era triste e malandata. Come una persona lasciata a se stessa. Come i carcerati. (Elisa)

Sono entrata in carcere in maniera rigida per prendere le distanze emotive da quel mondo. (Caterina)

Nel mio pensiero il carcere era uno stabilimento perfettamente funzionante, dai muri bianchi pallidi e dalle grate verdi e che all’interno di ogni cella rinchiudeva un detenuto quasi senza volto, con la divisa carceraria arancione e lo sguardo folle; la realtà consisteva in una struttura che non mi trattengo a definire fatiscente, con i muri corrosi dalle perdite con piccole grate di metallo arrugginito, lunghissimi corridoi all’apparenza abbandonati a loro stessi e, cosa che più mi ha colpito, persone, non detenuti… (Brando)

Il primo sguardo dalla distanza mi ha fatto subito un’impressione negativa: inquietante nonché squallido… ma l’importante è che sia funzionale… Peccato che anche la funzionalità scompaia quando vedo alcuni muri esterni coperti di muffa per scoprire che quella muffa è presente anche all’interno e che i tetti di certe celle lasciano passare l’acqua quando piove. (Federico)

È una giornata plumbea, cielo costellato dalle nubi temporalesche grava sulle nostre teste. Ma mai quanto l’imponente struttura del carcere, parte della quale mangiata dalla muffa, un po’ simile a qualche film distopico futuristico. La prima parola che penso è oppressione. La guardia carceraria ci scorta all’interno e mi saltano agli occhi dei cespugli di rose rosse intervallate da verdi sprazzi di un prato incolto, che sembra crescere indisturbato nonostante lo squallore di ferro, ruggine e cemento armato che lo circonda. Continuiamo il nostro percorso all’interno del carcere attraverso diversi ingressi con porte sempre più piccole, per approdare in uno stanzino buio, con le pareti macchiate dal tempo. È proprio questo il luogo in cui arrivano i detenuti per iniziare il loro percorso “rieducativo”. Sull’ingresso che conduce al cuore del carcere viene affissa una frase di Martin Luther King: arriveremo insieme alla libertà o non vi giungeremo. Dalla sentenza tristemente ironica procediamo attraverso corridoi gocciolanti, con le tubature esposte, l’intonaco corroso con ampie gore di umidità. Mi stringo nel cappotto certamente non è un posto accogliente né vuole esserlo. (senza nome)

 

L’incontro con gli studenti momentaneamente reclusi

Una volta entrato nel carcere, mi aspettavo un clima diverso, come nei film: personale empio, detenuti indossanti divise a righe e che urlassero attraverso le sbarre, e un clima in generale più tetro. Nonostante il clima non rispecchiasse il tipico modello dei classici film americani, la tristezza nel vedere degli umani reclusi, privi di libertà, non era indifferente. È doloroso pensare che delle persone non possano guardare il cielo dalla finestra, senza avere delle sbarre alla finestra che non impediscano la visuale! Proprio a causa di questo clima, ogni domanda che io avessi voluto fare mi sembrava impertinente. (Lorenzo)

Finalmente giungiamo alla nostra meta, l’aula del carcere. Non posso non sentirmi nervoso chiedendomi chi ci sarà dentro, dopo tutto siamo in un carcere non siamo certo dentro al Vaticano. Entro con lo sguardo basso cercando di non guardare nessuno negli occhi, agguanto una sedia senza sapere la mia ubicazione nella stanza e solo allora, dopo essermi sistemato, riesco a dare un’occhiata intorno. I detenuti sono per una buona parte stranieri intervallati sporadicamente da qualche italiano ma non paiono tanto minacciosi quanto mi ero figurato. Lentamente entriamo nel cuore dell’incontro. Una detenuta dall’aspetto curato comincia a leggerci la sua storia, la sua prima volta in carcere e mentre legge io la osservo: è quanto di più lontano ci possa essere dallo stereotipo del carcerato, infatti l’avevo scambiata per un’ assistente sociale. Con il suo racconto ma soprattutto con la sua serietà e disponibilità vedo il muro di ghiaccio che separava noi dai carcerati infrangersi, loro cominciano a parlare e noi a porgli domande. (senza nome)

Mi sembra un po’ un enorme labirinto. Raggiungiamo un corridoio più grande e luminoso in fondo al quale ci viene indicata l’aula. Dentro ci sono già una trentina di persone, mentre noi ci sediamo al lato opposto dell’aula formando un cerchio. Sono per la maggior parte uomini, la prima a prendere la parola è una donna, con un golfino nero e gli occhiali da lettura. Mentre penso che somiglia a una qualsiasi delle amiche di mia mamma, racconta della sua prima notte in carcere, come per molti, quando entri, non sei una persona ma una detenuta. (Sara)

Siamo seduti gli uni di fronte agli altri, come se ci fosse un limbo tra noi che ci separa, noi qui, i detenuti di là. Che brutto penso, avrei preferito essere seduto tra di loro. I miei occhi sarebbero stati costretti a viaggiare ed esaminare tutti meno velocemente, e forse sarebbe stato meno imbarazzante, ma Claudio ha scelto di disporci così, lontani per studiarsi meglio. Nella stanza non fa caldo, eppure brividi di calore mi attraversano continuamente il cuore (senza che io lo possa controllare) mi va a velocità insolita e per qualche ora è come se dimenticassi tutto ciò che fino a 10 minuti prima aveva fatto parte della quotidianità. I miei compagni e le insegnanti non li vedo neanche più, nella mia testa ci siamo solo io e loro. (Matilde)

L’aria che si respira è pesante e piena di tensione. La stanza in fondo al corridoio è quella nella quale ci stanno attendendo i carcerati. Siedo e osservo i diversi volti, gli occhi stanchi, tristi, alcuni nascostamente ancora speranzosi o malinconici. (Giulia)

Nel corso dell’incontro ci sono stati sicuramente anche dei momenti in cui emerge il loro rancore e la loro rabbia repressa verso ciò che li ha portati lì dentro, la maggior parte dei casi dice di qualcosa di cui si pentono ogni giorno e non riconosce neanche quella parte di loro che ha agito in quel momento e ora penso le condizioni spesso disumane in cui sono costretti a stare e che distruggono la dignità di ogni uomo. Quello però che leggevo in loro era soprattutto voglia di guardare avanti, di sperare in un futuro migliore, certamente condizionato dal fatto che tutti i detenuti presenti sapevano che prima o poi sarebbero usciti. (Filippo)

L’arrivo nella loro classe è stato di forte impatto e sembrava che non si potesse mai rompere il ghiaccio in una discussione, un confronto di opinioni tra noi studenti e loro detenuti, troppo diversi, troppo distaccati. Invece non è stato così, i nostri timidi interventi hanno scaturito altrettanto timide risposte loro… (Leonardo)

Altre invece sono rimaste e ci hanno spiegato la loro situazione, come a esempio I., il motivo per cui lei è in carcere è il furto, dice che era pentita, sia per lo stile sbagliato di vita, sia per i suoi tre figli che non può accudire. Sono felice che se ne sia pentita, mi ha fatto uno strano effetto sentirla parlare in quella maniera. Subito penso a quei tre bambini piccoli senza la loro mamma ma anche senza il loro papà perché li ha lasciati, non ha retto la situazione da solo. Spero che si riuniranno presto e ricominceranno a vivere insieme. Ma una vita diversa. Un’altra ragazza che ha parlato era giovanissima, sta lì per droga, una cosa che io personalmente odio, come ho detto a lei stessa alla fine dell’incontro, ci sono capitata con una persona vicino a me. La droga ti rovina sia fisicamente che mentalmente, inizi a fregartene di tutto il mondo perfino della tua famiglia. Ogni giorno che lei era lì era un po’ pentita e spero se ne penta sempre di più. (senza nome)

Dopo di me è intervenuto un detenuto proveniente dalla Costa d’Avorio che pensava la stessa cosa mia, ovvero che del carcere c’è bisogno però appena esci e vai a cercare lavoro non lo trovi perché nessuno ti assume perché hai la fedina penale sporca. In questo momento volevo intervenire dicendo che oltre al cambiamento del carcere deve anche cambiare la mentalità dell’uomo (me per primo, infatti grazie a questo incontro ho iniziato a pensare che ci deve essere una seconda chance per tutti, anche per loro), prima pensavo (sbagliando) che il carcere per chi aveva commesso atti dove avevano perso la vita delle persone era anche troppo poco, ma dopo aver sentito le regole, gli spazi dove vivono le persone, ho capito che anche loro si meritano qualcosa. (Matteo)

Inizialmente devo ammettere che quando ci siamo trovati con 30 detenuti davanti mi sono sentita molto a disagio, perché era un’esperienza nuova dove accanto a me non avevo i miei genitori, ossia il mio supporto maggiore, ma stavo imparando a conoscere un lato della vita “da sola”. Sentivo dentro di me come un fuoco che bruciava, un fuoco di paura, di ansia, di disagio e di curiosità. Mi sudavano le mani ed ero molto agitata, perché avevo di fronte persone mai viste prima, le quali avevano vari errori alle spalle, ed è difficile giudicare una persona in quelle condizioni, perché emergono i pregiudizi, cercavo quasi di trovare sicurezza abbracciandomi, stando accanto ai miei amici per provare a dare una possibilità a tale progetto. Una volta iniziato il dialogo fra noi e i detenuti, ho cominciato a capire qualcosa, ho cominciato a vedere quell’esperienza con occhi diversi: ho visto persone di tutte le nazionalità, una di fianco all’altra, imparare ad aprirsi per farci conoscere anche la loro visione della vita. Eravamo lì, faccia a faccia, con uomini che avevano alle spalle esperienze di vita fatte di errori, ma allo stesso tempo di amore e di sentimenti, infatti dalle loro parole ho capito che il dolore più grande che porta la detenzione è la lontananza dalla famiglia, dall’amore e dall’affetto che fuori dal carcere avevano, e “non ci si rende conto di quanto valgono le cose che ci circondano fino a quando non si perdono”, ha affermato un detenuto, ed è vero, mi mancheranno un giorno i banchi di scuola quando sarò grande, mi mancherà un giorno la mia quotidianità, anche le cose semplici che comunque fanno parte della mia visione del mondo, che per me è unica. (senza nome)

 

Infine

Quando dopo due ore che mi sono sembrate 5 minuti, dal carcere sento che qualcosa è cambiato in me (è scattato ma non so quale grilletto) come una scossa. Cosa sia successo non so, come sia potuto succedere nemmeno. Ancora la sera sono turbata e smarrita. È un’esperienza che per essere metabolizzata e assorbita necessita di molto tempo, devo ascoltare molte parti di me(ognuno di loro ha cose diverse da dire)… Quello che so è che non devo farmi travolgere dall’empatia venutasi a creare ieri ma cercare di misurarmi con la realtà delle cose e con i saldi principi(quelli che finora ho creduto essere tali) su cui baso la maggioranza dei miei pensieri e che credo davvero essere alla base di una società sana in cui tutti, senza eccezione, possano vivere con dignità! (Matilde)

Non voglio giudicare il motivo per cui si trovano lì, non spetta a me e non mi interessa anche soffermarmi nell’indigenza delle istituzioni in questo ambito. Voglio mettere in risalto che sono entrata con un’idea totalizzante di prigione e ne sono uscita con la consapevolezza, non così scontata, che in questo luogo ci siano individui, ognuno degno di essere chiamato per nome, ognuno degno di distinguersi, ognuno degno di essere ascoltato. (Cecilia)

Dopo l’incontro di ieri continuo a pensare che il carcere sia un luogo dove vengono posti i detenuti dopo una condanna, quello che ho capito è che non c’è l’umanità e la dignità che sono richieste universalmente da e per l’uomo, siccome ho capito che il carcere non è rieducativo come dovrebbe e potrebbe essere (salvo i casi dove è anche il detenuto che si mette in discussione con se stesso e quello che ha fatto). La mia personale esperienza di ieri è stata forte e ho apprezzato la verità e l’umanità delle persone che hanno parlato con noi e le ringrazio molto per avermi fatto cambiare idea su alcune piccole cose e di avermi aperto gli occhi su molte altre. (Aurora)

Forse una delle sensazioni più pressanti che ho trovato dopo questa esperienza è quella di aver avuto l’occasione di affacciarmi su una realtà assolutamente ignota fino a ora (è ancora più complessa adesso) ma dalla quale non so dire esattamente cosa ho ricevuto. È stato un impatto con una cosa nuova, lontana e allo stesso tempo così umana, io non saprei dare un nome alle mie riflessioni se non di dubbio: quando ci si avvicina a un uomo che il mondo etichetta in un certo modo, come si distinguono i confini di umanità, cuore e rapporto, da quelli tracciati in modo tanto sicuro dalla legge? (Elena)

Da quel giorno mi sono ricreduto sui carcerati, ho incominciato a rispettarli perché sono persone comuni come noi, persone che hanno sbagliato e ne stanno pagando le conseguenze. Spero che queste persone una volta uscite da lì non commettano più questi errori e che riescano a rifarsi una vita. (Ari)

Invece mi è stato molto d’aiuto anche il fatto di non conoscere le colpe dei ragazzi poiché veramente, e lo ribadisco, è importante conoscere le persone prima di giudicarle e soprattutto sperare che possano sempre migliorare; oggi mi sarei potuta sedere accanto a uno spacciatore, come a un ladro, o come a un assassino, non mi interessa. Quello che davvero è importante è stato capire come siano delle persone, da trattare come tali e verso le quali non avere dei pregiudizi perché come tutti possiamo sbagliare, possiamo anche correggerci e migliorarci, magari anche con tecniche diverse da quelle del carcere che a mia opinione accresce solo la rabbia nell’uomo che poi potrà sfogarla solo una volta uscito; certo non è completamente da eliminare, ma potrebbe essere sostituito anche con tecniche meno degradanti che tolgono alla persona gli affetti, la libertà, la comunicazione, il contatto, il lato umano. (Francesca)

Da questa esperienza ho capito che in carcere non ci sono solo delinquenti, ma anche dei disperati a cui la società non ha dato aiuto. (Irene)

Però in realtà, il carcerato deve essere trattato così. Se sei finito dentro, devi esser trattato male. Dovrai pentirti un giorno di quello che hai fatto, no? Dal momento in cui entri nel carcere, sarai trattato come un oggetto, non avrai più nessun valore. Sarai solo qualcosa che vivrà e occuperà una cella per diverso tempo. Solo cinque italiani su una trentina di carcerati. Forse è il caso di farsi qualche domanda, no? Esistono anche italiani vigliacchi e delinquenti, ma almeno sono furbi. Con questo non voglio dire che gli stranieri non lo siano; però con il fatto che arrivano in Italia senza soldi e senza una dimora fissa, essi in qualche modo vengono “spinti” a compiere atti di delinquenza per sopravvivere. Cercano di guadagnare qualche soldo, con atti di vandalismo o tramite il mercato nero della droga o altro. Sembravano gente brava, ma sono pur sempre dei detenuti, a prescindere dal motivo per cui sono finiti là dentro. Sono detenuti. Ricordiamocelo. Le loro storie potevano toccare chiunque, ma tanto disonesti sono e tali rimarranno. Secondo me, all’interno del carcere non si migliora ma si peggiora; perché una volta uscito, che fai? Dove vai? Con chi stai? Quanti soldi hai con te? Queste sono le domande che chiunque dovrebbe porsi. Purtroppo non ho cambiato la mia opinione sulla mia visione del carcere e dei detenuti. Infrangi le regole della Costituzione italiana? Bene, c’è un posto riservato per te all’interno di una cella. (Elisa)

Sicuramente questo progetto sul carcere di Sollicciano mi ha fatto crescere umanamente, perché ho imparato a vedere un nuovo lato della realtà che permette di avere una visione più completa del mondo. Mentirei se dicessi che la mia opinione è cambiata del tutto, perché non è possibile diventare “grandi” da una singola esperienza, ma ho fatto un piccolo gradino che senza questo progetto non sarei stata sicuramente capace di fare: ho imparato a non identificare le cose attraverso i pregiudizi. I detenuti sono persone che hanno “macchiato” parte del loro passato con un errore, e questa esperienza insegna a guardare al futuro con occhi diversi, a saper andare avanti in modo più consapevole, ma allo stesso tempo insegna alle persone “oneste” a essere più umili e meno orgogliose della propria bravura, a saper integrare fra loro persone che hanno alle spalle anche percorsi diversi a volte più difficili, a saper guardare negli occhi queste persone senza pregiudizi per avere una società molto più empatica, più unita, dove la violenza diminuisce e dove c’è la possibilità che, una volta in libertà, i detenuti, non commettano gli stessi sbagli. Grazie a questa esperienza porterò a casa maggior consapevolezza delle sfaccettature della vita, proverò a guardare la società con occhi diversi, proverò ad aprirmi trascurando i pregiudizi anche se è difficile, perché non si possono guardare con gli stessi occhi una persona “onesta” e una persona che ha alle spalle degli “errori”, perché la diversità si percepisce anche in unità minori come ad esempio la scuola. Dopo questa esperienza avrò la volontà di cambiare per un bene più grande e operare sempre in modo giusto e onesto, perché solo così “puoi essere il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. (Francesca)

Il carcere è un luogo che serve a insegnare gli errori fatti con le giuste punizioni, serve a far cambiare la persona che ha commesso un reato non tanto fisicamente quanto psicologicamente perché l’uomo giusto, gentile, simpatico, che non commette cose brutte è l’uomo forte non esteriormente (fisicamente) ma interiormente. Alcune carceri sono poco educative con quelle persone che dopo aver sbagliato vogliono cambiare, il che non li aiuta certo in questo cambiamento, anzi escono più arrabbiati di prima. (Serghej)

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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Comments (8)

  • Felice

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    “[…]Un mio allievo, momentaneamente recluso, ha detto che noi insegnanti sbagliamo. Non dobbiamo portare questi ragazzi in carcere perché non si ha paura di quel che si conosce ma di quello che non si conosce.” Istintivamente mi viene da dire che ha ragione, dal suo punto di vista. Lo interpreto come un tentativo di proteggere quelli di fuori. Ciò che i ragazzi di fuori, però, potrebbero prendere da questa esperienza è che la vita di una persona non si riduce ad un singolo atto, anche se criminale, o presunto criminale. C’è umanità nei detenuti, sono persone. E quindi ha senso portarli dentro e magari imparano (come è infatti successo) proprio lì dove in teoria non ci dovrebbe essere niente da imparare. I ragazzi sono molto sinceri, e aprono finestre dentro cui guardare.

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    • claudio

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      Hai ragione Felice. Il risultato è chiaro. Ho fatto leggere l’articolo al mio allievo e dopo la lettura ha ribadito il suo concetto. Secondo lui, quello che scrivono i ragazzi dimostra ciò che lui sostiene. In ogni caso, se prima i ragazzi vedevano solo il reato, dopo gli incontri spalancano gli occhi. Vedono il carcere e vedono le persone recluse. Se prima vedevano solo reati, poi vedono solo persone e neanche questo è giusto ma è l’inizio di un percorso.

      Reply

  • Daniele caprio

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    E’ stato bello rileggere alcuni commenti. I ragazzi guardano col cuore e spesso ci indicano dove andare e come guardare. Anche cosa pensare. Se soltanto li seguissimo di più. Ho sempre sottolineato come la maggior parte dei ragazzi di tutti gli istituti scolastici, direi tutti, visiterebbero le persone detenute e sono spinte dalla voglia di capire e dal desiderio di vicinanza. Gli ostacoli vengono posti dagli adulti. Spero che questi progetti possano continuare senza trovare ostacoli di alcun genere

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    • claudio

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      Caro Daniele, non ho trovato tanti ostacoli nel carcere. I contatti con gli insegnanti esterni sono casuali e son loro a cercarci o li conosciamo già e sai anche tu che non tutti all’esterno condividono e approvano questa esperienza. Vedremo, per quest’anno ci risiamo. Come dici tu, la parte più importante è che i ragazzi colleghino il cuore al cervello. Portare il carcere nella società, distinguere il reato dalla persona, interrogarsi sulla società, sulle scelte, sulla realtà e come viene rappresentata. In ogni caso avremo cittadini migliori, anche grazie al carcere. E gli allievi interni, se non saranno considerate belve allo zoo, avranno la possibilità di confronto con l’esterno. Uscire dalla routine, avere un ruolo diverso e non essere solo il reato che hanno commesso.

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  • Maria Teresa Caccavale

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    Ritengo il progetto molto interessante e che debba continuare per far conoscere ai giovani un mondo lontano dalla loro realtà ma vicino perchè molto sottile il confine tra il bene e il male.

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    • claudio

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      Grazie Maria Teresa, proprio ieri il progetto è ripreso e abbiamo incontrato 140 ragazzi di un liceo. Hanno partecipato usando la loro curiosità, ciò che sapevano o non sapevano per interrogarci e per confrontarsi con la realtà del carcere e con le nostre idee. Non è mai semplice parlare ed entrare in questo mondo. Ci proviamo.

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  • Bianca

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    Ciao a tutti anche io insegno in carcere da poco…solo sei anni….anche da noi arrivano alunni esterni a visitare il nostro percorso scuola carcere….e il problema credetemi non sono loro ….I giovani…ma gli adulti…perché il pregiudizio è ancora dentro di noi….siamo solo ipocriti….difficilmente incontro un adulto che vuole dignità x il detenuto….

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