Ragazze

di Harriet Ward

 

“Le dispiacerebbe? Stanza 43, una classe mista. Siamo arrivati a questo punto del programma…”. Cosa importa a che punto sono arrivati? Non so niente – ho la bocca secca – le mie ginocchia tremano. Ingiusto! Ingiusto! Ma eccoli seduti, attenti, e l’orologio ha due ore da girare intorno fino al momento del mio rilascio. Stranamente mi ritrovo a parlare, scrivere con il gesso sulla lavagna, comportarmi come un’insegnante… Loro fanno domande – Io so le risposte! Io faccio le domande – loro sanno le risposte! È interesse vero, con occhi svegli, seconda fila dal fondo? Già le cinque del pomeriggio e non solo sono sopravvissuta, ma mi è piaciuto.

Nel frattempo le mie ambizioni e la mia coscienza si sono affinate osservando gli altri insegnanti. Ci sono lezioni buone e non-tanto-buone, ma ogni insegnante qui sembra aver colto il germe che ho sentito fluttuare nell’aria dell’aula professori – entusiasmo, premura – chiamalo come vuoi… Io penso sia dedizione. La loro motivazione è genuina, la loro preparazione evidente, il loro sforzo generoso -in breve, hanno davvero a cuore gli studenti e provano a fare del loro meglio per insegnare bene.

Quanto è precisamente giusto l’approccio di quest’insegnante… Complicità senza accondiscendenza, comprensione verso la negatività degli studenti senza approvazione,…

Ecco un gruppo di ragazze, che sembrano poco più grandi di pulcini appena nati, malgrado i loro capelli laccati e le ciglia truccate… avide di sapere da cosa vengono le uova, come sono deposte e come si schiudono. Penso di non mancare di rispetto se estendo la metafora alla loro insegnante… calda, gentile, sollecita come ogni chioccia. La sua spiegazione pragmatica di concepimento, gestazione, parto non lascia spazio ad arrossimenti e risatine. Se una di queste ragazze si ritrovasse involontariamente incinta, scommetto che la signora W. lo verrebbe a sapere prima di sua madre…

Avendo un po’ di tempo e di distacco durante le lezioni, comincio a notare gli sbadigli mal celati e le copie del “Daily Mirror”, e a sentirmi offesa per i bisbigli nell’ultima fila. Devo essere io! Aiuto! Sarebbe il momento in cui dovrei tirar fuori il coniglio dalla manica! Purtroppo non so improvvisare… Mi trascino sconsolata fino alla fine. Non sono capace di cambiare i cavalli in corsa quando sento che il mio vecchio ronzino comincia a vacillare.

Ora anch’io ho assaporato il “nettare” dell’insegnamento! – quell’atmosfera silenziosa di attenzione rapita che dev’essere di sicuro la cosa a cui si riferiscono quando dicono che questo è un mestiere gratificante. Ora almeno so a cosa puntare.

(“Anarchy” n. 53, luglio 1965)

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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