Il professore universitario come educatore

di Paulo Freire

Paulo Freire

Nel momento in cui l’essere umano, operando un discernimento sul tempo, è riuscito ad “attraversarlo” – relegando nel passato, fino a quel momento incorporato in un presente quasi eterno, gran parte delle forze magiche, agenti, che lo comandavano –, ha fatto un passo decisivo nella storia della cultura. Ha avuto così inizio, a partire da timide esperienze, la sua individualizzazione. E si è andata radicando in essa la sua attività docente.

Tale attività docente, da cui non si è più allontanato, è un dato della sua esistenza. Essa è essenzialmente legata alla sua qualità spirituale, che lo rende un essere capace di discernere e di trascendere. Che lo rende capace di relazione con il suo mondo, da cui deriva l’arricchimento che ne trae.

È questo arricchimento, manifestazione del suo spirito creatore, della sua possibilità di inventare e reinventare, che lo porta a proiettarsi in un campo esclusivamente suo, quello della storia e della cultura.

È lì esattamente che si distingue dall’animale, che in realtà non porta niente al suo mondo. Un animale “sta a malapena nel mondo” e non “con il mondo”. È per questo che i suoi contatti con il mondo non sono propriamente relazioni, le quali implicano invece incorporazioni consapevoli, risposte plurali, ossia integrazione e non solo accomodamento o semplice aggiustamento.

Non ci interessa in questa sede discutere le variazioni che nel tempo e nello spazio ha presentato l’attività docente a partire da quei primitivi passi. Quello che ci interessa, in queste considerazioni preliminari, è sottolineare l’attitudine puramente umana di questa attività. Il suo impegno nel preservare e trasmettere l’esperienza creatrice dell’uomo, il suo arricchimento nei confronti del mondo. Però, nella misura in cui questa esperienza creatrice dell’uomo è trasmessa sistematicamente, questo impegno di trasmissione, proprio perché umano e quindi spirituale, deve essere anche formatore e non semplicemente informatore o catalogatore.

Tutte le volte che l’attività docente si è persa nel formalismo, ha compromesso l’essenza stessa della comunicazione umana. In realtà, l’attività docente deve essere, pena tradire l’“apertura” ontologica dell’essere umano, eminentemente comunicativa. Se perde il senso della comunicazione e si riduce a comunicato, l’attività docente perde in ugual misura il significato in ordine alla formazione che la natura umana reclama da essa. “Senza dialogo, forma autentica di ‘comunicazione’, non c’è criticità, fondamento dell’integrazione. È nella comunicazione che si esercita la propria criticità (Jaspers). La comunicazione che viene dalla ragione e non provoca ragione è mero comunicato, imposto o donato. È addomesticamento. Per questo la comunicazione è vera solo quando c’è interazione dei poli che ‘simpatizzano’ attraverso l’oggetto della comunicazione. Lì c’è razionalità e l’uomo non viene addomesticato. Nella costrizione dettata o nella semplice donazione non esiste l’interazione. Uno dei poli si appropria dell’oggetto della comunicazione e, negando possibilità all’altro di un suo ‘trattamento’, lo lascia passivo e ‘accomodato’. Addomesticato. Nel ‘dettato’ o nella donazione da cui si ricava il comunicato, si stimola l’irrazionalità, l’accomodamento. Nel dialogo, la razionalità, con cui l’uomo si umanizza” (P. Freire, Escola primaria para o Brasil, in “Revista Brasileira de Estudos Pedagogicos” xxxi, 1961, 82, 17). Contraddice la forza spiritualmente creatrice dell’uomo che lo distingue totalmente dagli altri animali. L’attività docente che non comunichi e che non sia in se stessa anche una forma creatrice e ricreatrice tende a stagnare nella sua inautenticità. A partire da queste considerazioni, il titolo dell’articolo che stiamo scrivendo può sembrare contraddittorio (Il professore universitario come educatore). In realtà, quando parliamo dell’attività docente, sia del professore universitario, come nel nostro caso, sia del professore o del maestro di scuola, si considera implicitamente la sua azione educatrice. Ed è ciò che sorprende nell’analisi dell’essenza di tale attività. Determinate condizioni storiche, economiche e, in generale, culturali, in tempi e spazi diversi, hanno compromesso l’essenza formatrice di tale attività e l’hanno per questo ridotta a procedimenti aggressivamente formali.

Ecco perché queste e altre manifestazioni dell’agire umano non possono essere considerate senza un’analisi delle condizioni circostanziate allo specifico clima culturale in cui si realizzano. Da qui deriva la necessità, l’urgenza stessa, dell’analisi di alcune di queste condizioni nell’attualità brasiliana quando vogliamo discutere del ruolo del professore universitario come educatore.

Oggi più che mai la società brasiliana reclama l’identificazione del professore universitario con la figura dell’ educatore.

Il professore diventa educatore autentico nella misura in cui è fedele al suo tempo e al suo spazio. Senza questa fedeltà, anche se ben intenzionato, viene compromessa la sua attività formatrice. Non ci può essere formazione dell’educando se il contenuto della formazione non si identifica con il clima generale del contesto in cui si dà. Sarebbe prima di tutto una deformazione.

Questo ci porta alla discussione circa la contraddizione tra i valori di una specifica cultura e i valori essenzialmente umani, universali. Come ogni antino-mia educativa, tale contraddizione non è inconciliabile. Tale conciliazione, ad esempio, non si è verificata nel trapianto, operato dai gesuiti, di un’educazione che in Europa rispondeva alle sfide di una società post-rinascimentale a una società, come la nostra di allora, schiavista, latifondista, senza classe media, senza vita urbana, senza dialogo.

Siamo una società che, transitando velocemente da una forma “chiusa” a una forma “aperta”, presenta un gioco di contraddizioni. Tali contraddizioni si approfondiscono nella misura in cui la società brasiliana, cogliendo nuovi temi, affrontando nuovi problemi, tentando di fornire alcune soluzioni, sta cercando di superare questioni del passato. Stiamo vivendo precisamente il passaggio da un’epoca a un’altra. Stiamo assistendo, talvolta attoniti e ingenui, allo scontro, a cui noi stessi partecipiamo, tra il “vecchio” che cerca di preservarsi e il “nuovo” in lotta per affermarsi. Da qui il fatto dell’esistenza, nell’attualità del cambiamento, di qualcosa che, pur stando nell’attualità, non è propriamente in essa e per questo non si adegua ai suoi temi, a fianco di qualcos’altro che non sta solo nel cambiamento ma vi è implicato, e per questo adeguato ai suoi temi.

Tale adeguamento o non adeguamento ai temi implica necessariamente un’integrazione o una non integrazione con le domande naturali e proprie dell’epoca. Una posizione organica o inorganica. Una fedeltà o un’infedeltà all’epoca. Una delle note fondamentali della società brasiliana in cambiamento è esattamente la democratizzazione di base in cui siamo coinvolti. E con essa, l’emergere del popolo nella vita politica nazionale. La presa di coscienza dei nostri problemi più seri. In essa o vicino a essa, la nostra riappropriazione culturale, la nostra ansia di vedere noi stessi, di conoscerci, di assumere il ruolo di “soggetti dei nostri pensieri”, della rinuncia alla posizione di oggetto. Ed è esattamente questa democratizzazione fondamentale che, aprendosi ad altre dimensioni, porta la società che di essa si nutre alla democratizzazione politica, sociale, economica e culturale.

Non esiste però una democratizzazione fondamentale che, inserendosi in una società chiusa, punto di partenza del transito o del passaggio da un’epoca a un’altra, non metta in rilievo posizioni inattuali per la sua inadeguatezza rispetto alle nuove domande. D’altra parte è la stessa democratizzazione, che inizia come apprendimento, che esige l’enfasi verso un’educazione alla responsabilità sociale e politica. Non per questo il dialogo democratico, che nasce dalla ragione e genera ragione, il solo con cui possiamo esercitare la nostra capacità decisionale, deve convertirsi in una forma anti-spirituale che nega la fede.

Scrive Karl Popper: “Insisto nel dire che nel prendere delle decisioni e nell’assumercene la responsabilità non possiamo né dobbiamo essere sorretti dalla fede o ispirati dalla tradizione o dai grandi esempi”. (K. Popper, La società aperta e i suoi nemici, Armando Editore 2002).

E continua: “Quello che definisco vero è il razionalismo di Socrate. È la consapevolezza dei propri limiti, la modestia intellettuale di coloro che sanno quante volte sbagliano e quanto dipendono dagli altri, perfino nella loro conoscenza”.

Il professore di cui la società brasiliana ha bisogno nel contesto del suo cambiamento deve essere quello che non si delizia con il suo “sapere”, a volte inautenticamente libresco, presentato in aule che sembrano classi per bambini. Il suo ruolo deve essere un altro. Non c’è tempo da perdere circa la scelta da farsi: o si inserisce criticamente nel cambiamento della società e si presenta come maestro del momento o rimane un ingenuo professore nel momento. O aderisce a un dialogo creatore e capace di comunicare o si riduce a semplice veicolo di comunicati ingenui e inefficaci. O si sente con umiltà un compagno del suo studente, che aiuta a rafforzarsi nella ricerca della conoscenza e con il quale cerca la conoscenza, oppure corre il pericolo del suo svuotamento. Un professore nel momento raramente esce dall’ovvietà e si addentra in un’avventura intellettuale. Ha paura della novità. Si sclerotizza in temi e stili superati. Teme la ribellione del giovane, in cui vede sistematicamente solo disordine. La sua insistenza per vivere solo nel momento, senza integrarvisi e senza mettersi in discussione a partire da esso, non gli permette di percepire i fondamenti di questa ribellione. Ribellione che prima di tutto dovrebbe apparire a lui come una sfida che esige una risposta adeguata. Risposta formatrice risultante dall’analisi della ribellione fatta da lui e dai suoi alunni. Nel momento stesso in cui si iniziasse tale analisi, avrebbe inizio la coscientizzazione del problema e si andrebbe verso la sua esatta comprensione.

Ancora una volta siamo caduti in un’unica attitudine, per noi legittima, del professore come maestro del momento nazionale: quella del dialogo, quella della critica. Sembrerebbe forse ovvio parlare del rischio che corriamo in una società disalienata, di per se stessa in cerca di creazione autentica, ossia di spaventarci dell’elaborazione critica che, rompendo con la consuetudine, alimenta una sana “avventura dello spirito”.

Un professore universitario che non corra tale rischio o che si spaventi di coloro che lo corrono “è destinato a morire di freddo”, dal momento che solo nell’esercizio della sua attività spiritualmente creatrice e ricreatrice l’essere umano può scaldarsi e sopravvivere intellettualmente. Le università brasiliane compiranno la loro fondamentale missione nella misura in cui i suoi professori si integreranno con le nuove condizioni del Paese e diventeranno realmente quello che devono essere: educatori e non trasmettitori di comunicati.

Se spetta all’università la formazione delle élite, esse devono essere adeguate al momento che si sta vivendo. Devono essere formate con sufficiente capacità critica da cui risulti la possibilità di riconoscere quello che c’è di autentico e di inautentico, di valore e di disvalore nel gioco delle contraddizioni profonde che caratterizzano la nostra attualità. Non può essere allora con il mero trasferimento di formule passate, con l’insistenza verso doni intellettuali che prepareremo una gioventù che è di “cambiamento”. Ma, al contrario, con la formazione di attitudini adeguate all’ottimismo critico di una società disalienata, da cui proviene una nota di speranza fondata nella conoscenza critica delle situazioni drammaticamente problematiche.

La formazione e l’esercizio di questa attitudine esigono che si incontri, nel professore universitario, l’educatore lucido, responsabile e umile, figura di cui abbiamo bisogno oggi più che mai. Si deve esigere dall’università una crescente e coraggiosa apertura al suo mondo, al fine di diventare un’autentica istituzione del suo tempo. Perché, occupandosi del reale e ancora di più dell’universale, non si senta in contraddizione quando si occupa del locale e del regionale. Non siamo pessimisti nei confronti della generalizzazione del professore educatore nell’università brasiliana, verso la preponderanza di professori “del cambiamento”. (…)

Tratto da Le Virtù dell’educatore. Una pedagogia dell’emancipazione di Pauolo Freire (Edizioni dehoniane 2017) e pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

 

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