Nel paese di Garcìa Màrquez

di Susana Moreira Marques

Nell’aprile del 2017, Susana Moreira Marques ha visitato la costa caraibica della Colombia con una borsa di studio della Gabriel García Márquez Foundation, viaggiando nella terra di Cent’anni di solitudine a cinquant’anni dalla pubblicazione del libro. Questo articolo ne è il risultato. Susana Moreira Marques è stata ospite all’ultima edizione di Babel, Festival di Letteratura e traduzione. Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”. L’articolo originale è consultabile online su “Specimen. The Babel review of translations”.

 

La situazione è questa: arrivi in una nuova città, in un paese diverso, dall’altra parte del mondo. Cerchi di comprenderli nello spazio di pochi giorni, di scriverne, di riassumerli. Vuoi al tempo stesso costruire un ponte e attraversarlo, ma la cultura e la storia ti ostacolano. Vuoi goderti il caldo e i tropici. Ma anche farti un’idea più lucida della condizione di un popolo.

Immagina di arrivare con un romanzo come tua unica guida, sapendo che un romanzo può far luce, ma anche indurre in errore. Ti lasci prendere per mano da uno scrittore scomparso che dall’aldilà è ancora capace di trasmettere lo sgomento e la meraviglia di un’eredità, di un individuo quanto di una comunità.

Ti serve un punto di partenza, per capire come fanno cento anni a trasformarsi in altri cento anni e in altri cento ancora, mentre la natura umana resta inspiegabilmente riconoscibile.

La piazza (la ciudad):

Come qualunque altro punto del centro storico di Cartagena de Indias, Plaza de los Coches è perfetta per iniziare a parlare di lasciti e dei misteriosi ingranaggi che regolano il trascorrere del tempo.

Su un lato della piazza c’è la Torre dell’orologio, il Big Ben colombiano, sull’altro stupendi edifici antichi in stile coloniale, ottimamente conservati, dipinti nei toni del giallo e del rosso.

È difficile tenere traccia di tutti i nomi assegnati nei secoli alla piazza: Plaza del Juez, in onore del giudice che condannò e rimpiazzò Pedro de Heredia, fondatore della città; Plaza del Esclavo, per il mercato degli schiavi africani; Plaza de la Hierba, per il mercato del fieno per i cavalli, gli asini e altri animali; Plaza del Puente, per il passaggio sull’acqua che la collega a Bocagrande; Plaza del Rollo, per la colonna su cui venivano affissi gli annunci pubblici: per lo più elenchi di accusati dal Tribunale dell’Inquisizione e di schiavi messi all’asta, uomini, donne e bambini.

C’è un continuo movimento di turisti e passanti nella piazza. Gli ambulanti provenienti da sobborghi lontani – in genere uomini di colore – vendono cappelli, occhiali da sole e le tradizionali borse intrecciate a mano. Spingono carrelli di gelati e succhi di frutta appena spremuta. Le donne di colore portano abiti esotici lunghi e variopinti e vendono banane, manghi e ananas, tenendo le ceste della frutta in equilibrio sulla testa. Gli uomini mostrano fotografie di spiagge bianche – las islas, urlanoe vendono escursioni.

Al tramonto, gente d’ogni tipo si siede fuori per una birra, al Donde Fidel, e ascolta la salsa a tutto volume. Le prostitute – in genere donne di colore – aspettano appoggiate contro muri antichi. Il movimento prosegue per tutta la notte, con suonatori di percussioni e voci che cantano. Nei momenti di silenzio, si sentono scalpitare gli zoccoli dei cavalli che trainano le vecchie carrozze e si ha l’impressione di vivere in un’altra epoca.

Plaza de los Coches è, come ogni altra piazza, testimone dei passaggi del potere, perfetta per riflettere su come il colonialismo e il razzismo plasmano una città e chi ci vive.

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Perché se cerchi delle immagini a conferma di un sospetto, le troverai: ad esempio, lasciando la città per la campagna, ecco le fragili strutture costruite dai pescatori in mezzo all’acqua, un po’ distaccate le une dalle altre. Un uomo può anche non essere un’isola, ma può di certo passare la vita a costruire un’isola per se stesso; una stanza tutta per sé, un mondo tutto suo, che sia uno scrittore o un pescatore. L’immagine della solitudine è anche l’immagine della perseveranza e dell’indipendenza. E, ovviamente, della creatività.

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La piazza (el pueblo):

come in ogni cittadina, c’è una piazza ad Aracataca, città natale di Gabriel García Márquez, ed è lì che tutto si svolge. Ci sono la chiesa, i negozi, i bar e i chioschi agli angoli delle strade. Al centro della piazza c’è una struttura rotonda che sembra fatta unicamente per farci correre attorno i bambini.

Davanti alla chiesa hanno allestito uno schermo e messo delle sedie per la proiezione di un film scritto da Gabriel García Márquez.

Le donne sono arrivate con i loro abiti migliori. Le più giovani hanno vestito a festa i loro figli. I vecchi siedono concentrati. I ragazzi girottolano per la piazza, con la birra in mano.

Due bambine, tra i capelli i fiocchi dello stesso colore, giocano, battono le mani e cantano, intanto il film comincia. Un bimbo assonnato si gratta la testa contro la schiena della sorella. La ragazzina ha i pattini. Mi sorride. Dopo un po’ pattina fino alla sedia accanto a me per chiedermi di dove sono e dirmi che vorrebbe vedere posti lontani.

Uno degli uomini che se ne sta un po’ defilato in silenzio deve essere uno scrittore. Mi hanno detto che la città è piena di scrittori, tutti aspirano a essere il prossimo Nobel colombiano, giocandosi parole fortunate come a una lotteria.

Forse Aracataca è stata un giorno Macondo, ma adesso è diventata Aracataca.

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Cerchi la finzione e trovi i fatti; cerchi l’immaginazione e trovi i dati storici.

Aureliano Buendía, il coronel che nell’incipit di “Cent’anni di solitudine”, in attesa di essere giustiziato da un plotone, si ricorda della prima volta in cui ha visto il ghiaccio con suo padre, somiglia molto ai leader storici della guerriglia e dei gruppi armati, uomini trincerati nella lotta, caparbi anche di fronte alla sconfitta, assillati dal potere di condurre altri uomini al massacro o a massacrare, di istigare ammirazione e paura, fiduciosi, paranoici, ossessionati; e alcuni di loro, – è il caso di Manuel Marulanda Vélez, fondatore delle FARC – sono addirittura arrivati a morire, come Aureliano Buendía, di una morte innocente e naturale.

Scopri che le parole sono in grado di trasmettere con accuratezza l’immaginazione aberrante della violenza e scopri anche che sono in grado di renderla sopportabile.

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Dizionario delle esecuzioni:

Corte de corbata: ti tagliano la gola di traverso e fanno uscire fuori la lingua, come una cravatta.

Picar para tamal: ti segano il corpo un pezzo dopo l’altro, da vivo. La sepoltura ci guadagna, perché occuperai una fossa più piccola.

corte frances: ti tagliano lo scalpo quando sei ancora vivo.

bocachiquiar: ti incidono il corpo in più punti e aspettano che tu muoia dissanguato.

Corte floreo: dopo averti mutilato le membra te le riattaccano al torso come se fossero petali di un fiore.

Vedere anche: decapitazioni semplici, impiccagioni, crocefissioni, morte per fuoco, morte per percosse.

Le lezioni de La Violencia – il conflitto tra Conservatori e Liberali scatenatosi tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Sessanta – sono state perfezionate dai paramilitares e dalla guerrilla delle FARC. In totale: quasi settant’anni di scontri, circa mezzo milione di morti e sette milioni di rifugiati.

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Cento anni in una vita:

La nonna di Jorge Leal Molina arrivò dalla Spagna, da un villaggio di cui nessuno ricorda più il nome, ai primi del xx secolo. Andò in sposa a un colombiano e restò in Colombia fino alla morte. Il padre di Jorge cominciò a lavorare alla piantagione di banane, di proprietà della United Food Company, da ragazzo. Era una società potente. Il padre di Jorge l’avrebbe descritta più tardi come una piovra, che con un tentacolo produceva banane, con un altro si allungava fino in Africa per estrarre diamanti, e così, via via, si estendeva sul mondo.

Il padre di Jorge sposò una giovane di un distretto vicino, che ebbe sette gravidanze, di cui due furono aborti: tutti maschi. Jorge era il secondogenito e dalla madre aveva ereditato solo gli occhi verdi e un animo gentile. Era una donna robusta e vigorosa, più forte del marito, e diventò l’uomo di casa. Sarebbe stata lei a gestire la fattoria che avrebbero posseduto più avanti. Trasportava da sola pesanti sacchi pieni di chicchi di caffè. Lui gestiva i soldi e vagliava i nuovi investimenti. Casalingo lui. Mondana e generosa lei; le piaceva la gente e più tardi sarebbe scesa in politica, una mossa che ne avrebbe causato la morte, a meno di sessant’anni.

Jorge crebbe nella proprietà dell’azienda: diecimila ettari recintati, gestiti da un gruppetto di direttori e tecnici degli Stati Uniti, pattugliati senza sosta da uno schieramento militare che garantiva la sicurezza dei terreni. Da piccoli, Jorge e i suoi fratelli giocavano con i bambini americani. Si mascheravano per Halloween con costumi poco adatti ai climi tropicali. Impararono a giocare a baseball e a badminton. Era un paese strano, né Colombia né Stati Uniti, un paese che aveva proprie leggi, basate sul potere dei pochi sui molti. Il ricordo della strage di decine di lavoratori durante gli scioperi del 1928 era ancora vivo.

Il padre di Jorge aveva acquistato la casa di famiglia da un direttore in congedo, e in questa casa Jorge era nato e cresciuto e lì avrebbe saputo dell’assassinio della madre.

Jorge lasciò la tenuta, il villaggio di Sevilla, la zona della Bananera, la costa caraibica e, infine, la Colombia. Andò a vivere in Spagna, a nord, dove le estati sono fresche. Era tornato da poco, e viveva temporaneamente nella stessa vecchia casa di sempre, con l’idea di rientrare in Spagna, quando accadde l’assassinio.

Fu al villaggio che ne sentirono parlare per primi, poi la voce arrivò alle fattorie circostanti, loro furono gli ultimi a saperlo. Qualcuno andò al tramonto a cercare suo padre.

Jorge trovò la madre morta sul ciglio della strada, con un proiettile nel petto e uno in una gamba. Qualche metro più avanti, giaceva suo fratello, gli avevano sparato alla nuca. Venne fuori che le FARC avevano sequestrato il parente di un operaio fidato della madre e che lui l’aveva uccisa.

Era passato molto tempo da quando le famiglie americane avevano lasciato la tenuta, e la perdita della madre di Jorge accrebbe la solitudine della vita nella proprietà. Anni dopo – sopravvissuto senza rimetterci il senno alla perdita di sua moglie, di suo figlio e di parte della sua terra, anche quella sottratta dalla guerilla – il padre morì. Gli altri fratelli se ne andarono, tranne Hugo.

Jorge non è più tornato in Spagna. Non si è sposato e non ha avuto figli. Non ha più ripreso la sua vita. Si prende cura della fattoria che la sua famiglia possiede tuttora. Anche lui è diventato un leader locale, aiuta le altre vittime della violenza e lotta per la restituzione della terra, per ottenere un po’ di giustizia.

Vive nella sua casa con Hugo. Le loro camere sono distanti, tanto cha a volte ha l’impressione di vivere da solo.

Al centro della casa c’è un grande salotto con poltrone logore, divani dalla tappezzeria fuori moda, vecchie tende tirate, bellissimi e intatti servizi di porcellana sul tavolo da pranzo, libri che si sbriciolano, foto in bianco e nero della famiglia appese alle pareti. Non usano mai il salotto e lo conservano sperando in qualche visita, sognando di farne un museo.

Fuori, la casa è circondata da ruderi e dal verde intenso e lussureggiante dei terreni incolti.

*

Non credi ai fantasmi, ma ti fanno paura; credi nel ricordo della memoria, ma temi che si perda nel tuo stesso tempo.

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“Questa è la vera Macondo”, dice l’uomo con un machete in mano. “Qui. La vera Macondo”. Alle sue spalle, la moglie spazza via foglie morte.

Macondo è accanto alla piantagione di banane. È a pochi minuti di macchina, parallela ai binari della ferrovia. Ci sono due strade e una scuola. Le case sono vicine, disposte su una fila, tutte hanno all’esterno una gabbia con gli uccellini. Una casa uguale alle altre sembra fungere da chiesa: attaccato al muro c’è un foglio con una citazione biblica scritta a mano, a ricordare che coloro che non ascoltano saranno giudicati dalla verità, Giovanni 12:48. Le strade non sono asfaltate. Gli uccellini in gabbia non smettono di cinguettare.

Il tempo sembra non avere alcun ruolo qui. Non ci sono né futuro né passato; solo un presente che si ripete.

Nel piccolo villaggio di nome Macondo – lo stesso nome del villaggio fittizio di “Cent’anni di solitudine”, sebbene sia difficile affermare quanto García Márquez conoscesse di questo posto – la gente si affaccia sulla porta per guardarmi, esattamente come io osservo loro. I bambini seguono me e gli altri intrusi come se fossimo gli zingari di García Márquez, giunti da terre lontane per mostrare le novità in fatto di meraviglie e di magie.

Nel tragitto in autobus, vedo altri piccoli villaggi come questo, posati sulla strada, leggermente diversi l’uno dall’altro, come fotogrammi di un film che imbarazza una nazione.

*

Verdi le foglie a forma di ventaglio dei banani, verde la strada che taglia in due il paesaggio, circondata dalla Sierra Nevada dove, da qualche parte lassù, code di turisti vestiti color kaki, con costose scarpe da trekking ai piedi, cercano di raggiungere ciudad perdida, la città perduta, per contemplare la perdita di una civiltà.

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Non sei un’esploratrice. Ti manca casa tua. Non ti piace il clima tropicale. Non sei forte. Non hai coraggio. Ma vuoi restare, sentire il peso della tragedia e la possibilità della redenzione; e dell’inconsapevolezza delle piante e la scienza dei corpi diversi e feriti.

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Per tornare in città, la strada scorre accanto all’acqua: il Caribe è come un vasto campo, appena agitato da venti e maree.

Il mare continua.

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Una vita, dizionario personale:

Orrore: la faccia di Neryle (come lei stessa la descrive), a cinque anni, quando si alza per scoprire che i cadaveri sono ancora esposti nella piazza del villaggio, davanti alla sua finestra.

Silenzio: la faccia di Neryle, a sette anni, quando nel buio alza gli occhi dal letto per vedere suo padre che si nasconde dagli uomini armati, tra il soffitto e il mezzanino della loro grande casa.

Tristezza: la faccia di Neryle, poco dopo essere arrivata in città, ennesima rifugiata di un’ennesima famiglia di rifugiati, quando capisce che la vita non sempre cambia in meglio.

Fame: la faccia di Neryle, che beve acqua per andarsene a letto con lo stomaco pieno.

Umiliazione: la faccia di Neryle, quando una vicina le nega il cibo, e un’altra tira via i suoi figli in segno di protezione.

Desiderio: la faccia di Neryle, che ripensa alla vecchia grande casa, alla fattoria e all’aria pura, ricordi facilmente confusi con l’abbondanza e la fiducia.

Rabbia: la faccia di Neryle, che scalcia e urla e picchia i compagni di scuola.

Amicizia: la faccia di Neryle, quando si accorge che una bambina ha fatto breccia nella sua solitudine.

Forza: la faccia di Neryle, a nove anni, quando decide di affrontare lei la questione; prende un autobus da sola e torna al villaggio.

Rassegnazione: la faccia di Neryle, quando torna in città e dai parenti preoccupati, sapendo perfettamente dove deve stare.

Amore: la faccia di Neryle, quando un ragazzo la avvicina con dolcezza.

Confusione: la faccia di Neryle che partorisce, a quindici anni.

Amore materno: la faccia di Neryle, che guarda il suo bambino prendere le prime decisioni difficili.

Identità: la faccia di Neryle, additata da un professore universitario perché povera, nera, ragazza, contadina.

Consapevolezza: la faccia di Neryle, quando scopre di non essere sola e che ci sono molti altri con cui essere gentili.

Utilità: la faccia di Neryle, che tiene impegnati i bambini del quartiere nei fine settimana, per dargli più speranze a cui aggrapparsi.

Successo: la faccia di Neryle, quando ricorda senza piangere.

Forza: la faccia di Neryle (mentre mi racconta della sua vita all’Università di Cartagena), quando spiega che la tragedia può unire una famiglia e che la gente può diventare invincibile nell’unità compatta.

Gioia: la faccia di Neryle (mentre la immagino, altrove), che balla con un uomo di cui non mi dice nulla, in una sala da ballo all’aperto, decorata di ghirlande.

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Cerchi le differenze e trovi le somiglianze. Cerchi il passato e trovi il futuro.

Pensi alle parole di Melquíades, lo zingaro di “Cent’anni di solitudine”, un po’ scienziato, un po’ filosofo e un po’ mago, quando profetizza che un giorno chiunque, senza muoversi da casa sua, potrà sapere cosa succede nelle case più lontane. Quale responsabilità si porti dietro un simile potere non è dato saperlo.

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Vedi i trucchi dello scrittore. Hai identificato gli schemi, le ripetizioni; un nome che eredita un nome del passato, un viso che ricorda un viso del passato, la narrazione che si chiude su un personaggio, su di te. Però, il trucco più spettacolare è che lo scrittore ti fa sperare per il meglio; e per più tempo.

*

Anche se credi alla scrittura come a un atto contro la sparizione, non saprai mai perché certe cose vengono scelte per essere conservate con le parole e altre no.

Questa potrebbe essere l’ultima immagine custodita del viaggio: una donna porta in braccio la sua piccola e la rimprovera con amore. Un uomo dall’aria assente sta sulla soglia di una porta aperta. È metà pomeriggio e il quartiere è silenzioso. L’audio sparato di un televisore raggiunge la strada: è una telenovela. La donna con la piccola in braccio si ferma, posa la bambina, la bambina si lamenta, la madre la riprende in braccio. Nella strada tutti i fiori sono sbocciati. Forse è sempre così, una fioritura eterna.

 

 

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Comments (1)

  • sedersi in piazza - ATBV

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    […] che è stato al centro delle letteratura degli ultimi anni, secondo me. E lo fa molto bene, questo articolo che vi dicevo, descrivendoci un’umanità che gira in quella piazza, la quale umanità sogna di […]

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