Napoli, uno sparo nella notte

di Gianluca D’Errico

 

Mi sbilancio: se qualcuno volesse capire qualcosa in più della città di Napoli, oggi, dovrebbe leggere Lo sparo nella notte di Riccardo Rosa, edizioni monitor.

Non siamo di fronte ad alta letteratura o a complessa analisi, ma a una inchiesta giornalistica. Il libro racconta dell’uccisione di Davide Bifolco, un giovane napoletano, a opera di un carabiniere. Una morte della quale si parlò tanto all’epoca dei fatti nel settembre 2014, e non solo in città. Tre ragazzi su uno scooter, un inseguimento a opera di una volante, un carabiniere che spara. Questi i tre elementi accertati della storia, elementi, fin dai primi giorni, variamente ricombinati ad alterare la verità. Si scrisse che sul mezzo c’era un pregiudicato, si scrisse che i ragazzi avevano un’arma, che avevano forzato un posto di blocco. Tutte cose poi smentite. Smentite che non fecero clamore: da questo modo approssimativo e tendenzioso di ricostruire i fatti sarebbe dovuta derivare una generale riprovazione per quella che, secondo me, è una delle categorie professionali più “corrotte” che abbiamo in Italia: i giornalisti. Così non fu ovviamente, anzi: alle ricostruzioni sbagliate (pochissimi ebbero il buonsenso di anteporre un “forse” alle “verità” che provenivano in massima parte da quanto riferito dall’arma dei carabinieri) si aggiunsero analisi pseudo sociologiche e criminologiche a dir poco fuorvianti. Gli sputasentenze che affollano i salotti della tv italiana insieme a tanti editorialisti fondarono le loro prediche e telecondanne su fatti che nessuno si prese la briga di verificare.

Lentamente ma inesorabilmente la vittima, un sedicenne incensurato di un quartiere periferico di Napoli, divenne il “colpevole”. Colpevole di essere in qualche modo assorbito in una battaglia tra “il bene e il male”, forze dell’ordine e criminalità, che in quel quartiere si svolge quotidianamente; di essere, a prescindere dalla propria storia personale, un “non civile” ( “era un teppista, lo era da vivo e lo è da morto” ebbe a dire Borghezio in una delle tante trasmissioni televisive che si avvicendarono nei giorni successivi all’omicidio secondo quanto riferisce Rosa); colpevole di avere qualche parente che aveva avuto problemi con la giustizia.

Il processo mediatico al ragazzo fu, nello smottamento di senso logico al quale siamo troppo abituati, processo alla sua famiglia e poi processo a un intero quartiere, il rione Traiano. Da questo punto di vista il libro offre interessanti spunti per capire come oggi funziona, in Italia, l’informazione e la comunicazione: nella migliore delle ipotesi opinionisti che si affidano a cronisti che non verificano, altrimenti malafede pura.

Riccardo Rosa è innanzitutto un cronista, va sui luoghi, ascolta le persone coinvolte, parla dei contesti. Ricostruisce quanto accaduto nella notte tra il 4 e il 5 settembre 2014, la notte dell’uccisione di Davide Bifolco, e lo fa da giornalista serio, senza accomodarsi nelle verità ufficiali; ma poi, e questa è la parte forse più “forte” del libro, delinea una breve storia del quartiere. Una storia “dal basso”, scritta a partire dalle interviste a diversi abitanti del luogo: la costruzione dei palazzi negli anni sessanta, l’arrivo dei primi abitanti ( molti provenivano dalle baracche costruite in via Marina nel dopoguerra) e poi la seconda ondata post terremoto, le occupazioni dei piani terra e degli scantinati dei palazzi mai ultimati (gli scantinati trasformati in abitazioni stabili sono una caratteristica architettonica e sociale del rione), lo stato di abbandono dei luoghi e delle persone, le esperienze politiche, il presente di disgregazione sociale. Un quadro più complesso e articolato rispetto al rassicurante e autoassolutorio “è un quartiere con la criminalità organizzata” usato da gran parte della Napoli “colta” anche all’epoca della morte di Davide. Un racconto che ribadisce, semmai ce ne fosse ancora bisogno, come in quartieri come il Rione Traiano le responsabilità dei singoli si impastano con le colpe di chi quei luoghi li ha costruiti, abbandonati e poi, la beffa, denigrati.

La città dicevamo. Dire ciò che oggi è Napoli sarebbe presuntuoso e necessariamente semplificante, si può però azzardare la lettura di alcuni fenomeni. Allora: centro città offerto al turismo, prostituito in forme civilmente e culturalmente accettabili. Senza dilungarsi: l’economia del turismo massiccio che investe Napoli è economia dell’immediato che pensa all’oggi e trascura, a volte affossa, il domani; economia che fa velocemente soldi per pochi e lavoro nero per tanti riproducendo quindi le ingiustizie sociali; speculazione immobiliare strisciante. Eppure abbaglia, promette, sembra. Basta salire sui pochi bus notturni che, attraversando la città, dal centro vanno verso le periferie per incontrare la carne viva (una parte) di questo nuovo miracolo napoletano: giovani camerieri, pizzaioli, lavapiatti, aiuti cuoco che tornano nei quartieri dormitorio. “Hanno trovato un lavoro, di che si lamentano?”.

E poi nel centro ci sono le università, quelli che leggono e pensano, le élite culturali.
Intorno al centro, distanti, separati, i rioni come il Traiano. Lontani culturalmente e socialmente, ma anche geograficamente (il sistema di mobilità pubblica, inaffidabile e carente, è ridicolo per una città con gli abitanti che ha Napoli). Rione Traiano, Ponticelli, Piscinola ma anche Bagnoli, Pianura, Soccavo. Le fratture tra “centro” e “periferia” a Napoli sono voragini, invalicabili fenditure in un terreno solo apparentemente comune. Quando queste distanze riguardano le giovani generazioni l’espressione per dirlo è solo una: differenza di classe, difficile trovarne altre. Lo sguardo su questi luoghi è sempre lo stesso: si oscilla tra stolto buonismo e razzismo malcelato. Niente di nuovo e originale, la storia è sempre la stessa.

Nell’intervista che Riccardo Rosa fa a Gianni, il padre di Davide, il sottotesto costante è: se Davide non fosse nato in questo quartiere (“noi veniamo dai bassifondi proprio”) non sarebbe morto ammazzato da un carabiniere. Ovvio e tragico. In questo senso siamo di fronte a un omicidio di classe. E non cambia che il grilletto l’abbia premuto un altro proletario.

Due riflessioni. La prima ha a che fare con il dibattito che seguì la morte di Davide, totalmente appiattito sulla domanda su chi fosse questo ragazzo. “E ro’ si? (Di dove sei?) A chi appartieni?” si domanda a queste latitudini e dalle risposte si presume di capire tutto dell’interlocutore. Era un pregiudicato? Si accompagnava a un pregiudicato? Portava un’arma? Non aveva rispettato l’alt dei carabinieri? Il non detto che sta dietro a queste domande è osceno: se appartieni ai “cattivi”, ai non compatibili, in qualche maniera te lo meriti il tuo destino, tragico o desolato che sia. Quando devi chiedere scusa per ciò che sei, qualsiasi cosa tu sia (anche la peggiore), la civiltà giuridica del posto dove stai sta scricchiolando pesantemente.

Rosa scrive: “Scivola in secondo piano la riflessione che dovrebbe essere la più immediata e naturale: il fatto che, in uno “stato di diritto”, anche se a bordo del motorino ci fosse stato un latitante che in realtà non c’era, e anche se i ragazzi avessero forzato il posto di blocco che in realtà non c’è mai stato, la situazione non prevedeva l’utilizzo di una pistola e lo sparo di un colpo ai danni di una persona già a terra (…)”. Insomma, la storia di Davide fa pensare a Stefano Cucchi e alle altre vittime delle forze dell’ordine ovviamente, ma anche alle scene finali di Non essere cattivo di Claudio Caligari; a Carlo Giuliani, certo, ma anche ai tanti giovani detenuti che ho avuto modo di incontrare, giovani che scontano il loro “esser cattivi” con l’espulsione dal mondo dei diritti attraverso il carcere. E questo non perché non c’è differenza tra l’essere delinquente e non esserlo (e Davide non lo era) ma perché, per chi ha una determinata “provenienza”, questa distinzione finisce, negli occhi di chi guarda (della maggioranza), per non avere gran valore. Pensiamo al discorso pubblico di questi mesi sui migranti.

Ancora. La rassegnazione è parola che torna spesso nelle descrizioni del rione Traiano soprattutto riferita ai meno giovani, ma è un termine estendibile a molte periferie. Essa è l’altro volto del discorso pubblico secondo cui i diritti te li devi “meritare”. Questo dire è una goccia fissa che ha fatto il fosso nei quartieri popolari e nelle menti di chi li abita, fino a normare quelle menti. Più che una resa è un’adesione coatta al pensiero comune (e maggioritario) che colpevolizza i non compatibili, i non adeguati, i marginali per il solo fatto di esserlo. Le persone sono rassegnate perché è maledettamente difficile arginare le ingiustizie ma anche perché, e questo è scomodo dirlo e ascoltarlo, riconoscono (che è più della semplice accettazione) che in fondo i diritti non sono per tutti e che godi solo di ciò che ti è concesso.

Bisognerà fare i conti con questo tipo di rassegnazione, in cui al crescere dell’ingiustizia si accompagna, fatto in apparenza contraddittorio, la pacificazione e l’assenza di conflitto.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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