Msna: minori stranieri non accompagnati

di Chiara Bianchi

 

illustrazione di Andrea Bruno

Quando affrontiamo temi controversi e di grande attualità come quello della migrazione e della migrazione forzata, siamo costretti a confrontarci non solo con il fenomeno e tutte le sue complessità, ma anche con la rappresentazione – o forse le rappresentazioni – di quel fenomeno.

Se il moltiplicarsi delle prospettive ha tanti punti di forza, il rischio di perdersi nella complessità fermandoci agli stereotipi è altrettanto alto.

Questa premessa è determinante anche se restringiamo la visuale sui minori e in particolare sui minori non accompagnati. Escludendo i casi di razzismo più estremo, in generale i bambini e le bambine fanno commuovere, sono la fotografia più semplice della brutalità di certe condizioni, coinvolgono emotivamente la gente fino a sostenere campagne e a indurre donazioni. Al di là della violenta strumentalizzazione dei corpi dei più piccoli, delle loro storie e delle nostre menti, tutta questa apparente ovvietà rimane solo sulla superficie. Se siamo forse tutti d’accordo sulla loro vulnerabilità, ciò non si traduce in politiche, prassi e percorsi di accoglienza davvero tutelanti e volti all’inte(g)razione. Accanto a esperienze molto positive, il sistema è una coperta corta e tutta sempre volta all’emergenza.

“Per minore straniero non accompagnato (Msna) presente nel territorio dello Stato si intende il minorenne non avente cittadinanza italiana o dell’Unione europea che si trova per qualsiasi causa nel territorio dello Stato o che è altrimenti sottoposto alla giurisdizione italiana, privo di assistenza e di rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti per lui legalmente responsabili in base alle leggi vigenti nell’ordinamento italiano.”(l.47/2017). La definizione data dall’ultima legge (l. 47/2017 cd. legge Zampa) non si discosta più di tanto da quella precedente (l. 142/2015 attuativa della direttiva 2013/33/Ue) fatta eccezione per l’uso della parola “straniero”: un apparente dettaglio ma, se parlare bene significa pensare bene, è essenziale ascoltarci e capire che significato hanno le parole che usiamo, o che abbiamo imparato a usare. Utilizzare la parola “straniero” al posto di termini tecnici come “extracomunitario” o “cittadino extra-Ue”, è una scelta fatta dalla nostra normativa sulla migrazione. A noi l’interpretazione.

Per ciò che riguarda i minori poi, soprattutto dopo l’ultima legge, le parole rispondono a scelte semantiche tutte politiche: infatti, in quanto minori, la loro condizione è equiparata a quella dei bambini e delle bambine italiani ed europei.

Chiarito il significato del titolo Msna, dobbiamo cominciare a scorrere l’indice.

Si è parlato di prospettive: per fare chiarezza attorno al mondo che circonda la vita di chi, giovanissimo, è costretto a fuggire dalla propria casa, possono essere fatte molte scelte. Ciascuna però deve avere l’obiettivo di vedere le persone dietro alle riflessioni geopolitiche, alle statistiche, al “fenomeno”. Ri-trovate le persone, possiamo farci forti di tutta la nostra scienza e conoscenza e decidere che prospettive vogliamo davvero per loro e per noi.

Il mondo è già un luogo plurale, a noi resta solo la scelta di come vogliamo farne parte.

Per cominciare a dare un contenuto alla sigla Msna o Mna, è utile iniziare a capire chi sono i minori che arrivano in Italia che, insieme alla Grecia, rappresenta oggi il principale canale di accesso all’Europa (seguono da lontano Bulgaria e Spagna).

Gli ultimi rapporti e dati di Unhcr, Oim e Unicef sul 2016 e sui primi mesi del 2017 confermano l’esistenza di due principali modelli migratori che investono i minori e che interessano, per ovvie ragioni geografiche, due zone distinte.

La Grecia accoglie minori che viaggiano con le proprie famiglie o, almeno, il cui percorso migratorio è iniziato con loro. Sono famiglie infatti per lo più provenienti da Siria, Afghanistan e Iraq, zone di devastanti conflitti ancora in corso.

Dall’Africa subsahariana invece i ragazzi, di media un po’ più grandi e maschi, partono da soli, pianificando il viaggio o, più spesso, non pianificandolo affatto. Nella maggior parte dei casi questi giovani non stanno partendo per l’Europa – figuriamoci per l’Italia – ma stanno scappando da casa loro e da lì, paese dopo paese, alla ricerca di un posto che possa permettergli di vivere dignitosamente e lontano dalle persecuzioni e dalle violenze che hanno costretto alla fuga.

La migrazione dall’Africa per i giovani (e i meno giovani) ha prospettive che si costruiscono un passo dopo l’altro. Spesso, in assenza di un qualunque punto di riferimento, i minori non prendono nemmeno in considerazione i rischi che corrono, rimanendo esposti ad abusi e sfruttamento da parte di chi gestisce il business del traffico di esseri umani.

Prima di passare in osservazione i numeri e capire che cosa possono raccontarci le statistiche, è utile anticipare due aspetti.

Nel computo dei minori e dei minori non accompagnati non figurano tutti quei ragazzi e ragazze che raggiungono le nostre coste appena maggiorenni. La maggior parte di loro è partita da adolescente e si può dire che sia del tutto casuale che alcuni arrivino in Europa a 19 anni e altri a 17 (in media il viaggio dura 1 anno e 2 mesi, al netto di chi rimane – e rimarrà sempre di più – intrappolato in Libia). Difficile sostenere che il diciannovenne sia meno vulnerabile del diciassettenne, eppure i due hanno diritti e tutele drammaticamente differenti. Facile quindi immaginare quanti di loro possano dichiararsi minorenni – o maggiorenni, nei casi che vedremo – senza esserlo, e quanto, viceversa, per limitatezza culturale, non venga dato credito a chi ha una corporatura che appare più adulta.

Questa riflessione ci porta alla seconda premessa: l’incertezza dei dati con cui ci confrontiamo.

Dalla correlazione delle rilevazioni delle Agenzie Onu, Unhcr, Oim, Unicef con i dati del Ministero dell’interno e del Ministero del lavoro e delle politiche sociali è possibile provare a disegnare la sagoma del fenomeno, consapevoli però delle tante sbavature e imprecisioni che porta con sé. Oltre al tema dell’accertamento dell’età, dobbiamo “fare i conti” con il numero sempre crescente di minori irreperibili (6.561 nel 2016 dai 1.754 del 2012), che per lo più fuggono dall’accoglienza e cercano di arrivare in altri stati europei. Sono noti ormai vari episodi di brutali respingimenti alle frontiere interne, come quanto è accaduto per diversi mesi lo scorso anno tra la Svizzera e l’Italia.

Nel 2016 sono arrivati in Europa più di 100mila minori migranti di cui il 34% non accompagnati.

In Italia, dei quasi 30mila arrivi, le percentuali di ragazzi e ragazze soli è del 92%. Proporzione diametralmente opposta alla Grecia che ha accolto più del doppio dei minori migranti (rappresentano il 37% della popolazione migrante), ma i Msna si stimano intorno all’8%.

Una percentuale molto alta di minori non accompagnati si registra anche in Bulgaria, dove sarebbe però necessaria un’analisi ad hoc. Guardando come questi numeri sono cambiati nel tempo, si nota un preoccupante aumento degli arrivi di minori e minori non accompagnati non proporzionato all’andamento dei flussi migratori: in Italia, ad esempio, in un anno il numero di minori non accompagnati è raddoppiato (dal 7 al 14%) e il numero di minori in accoglienza dal 2012 è più che triplicato (23.934 minori di cui più del 90% non accompagnati).

Anche i dati sul genere e sull’età confermano e convalidano i due diversi modelli migratori. Mentre in Grecia il numero di maschi è di poco superiore a quello delle femmine, in Italia il dato è netto: il 93% sono ragazzi con età media tra 15 e i 17 anni. In Grecia il 30% dei minori invece ha meno di 4 anni e più del 50% ne ha comunque meno di 15.

I numeri sono utili, ma non raccontano tutto.

Se queste statistiche accompagnano senza difficoltà il racconto di giovani uomini migranti e si allineano perfettamente alla narrazione mainstream del giovane-maschio-africano-nero che invade il nostro territorio, rischiano però non solo di appiattire le sfaccettature, ma di far scomparire interi mondi perché fatti di una percentuale a una cifra sola.

Mi riferisco in particolare a quel 7,6% di ragazze e bambine.

Guardando meglio le cifre stiamo parlando di 1.832 persone (quadruplicate dal 2012).

Dall’ultima analisi di Save the children emerge, in proporzione, un maggior numero di bambine sotto i 14 anni (278, di cui 15 con meno di 6 anni).

Per inquadrare il fenomeno è rilevante notare come la maggior parte di loro provengano da due soli stati: la Nigeria e l’Eritrea. Se dall’Eritrea il fenomeno è endemico e le cause sono maggiormente note, gli arrivi dalla Nigeria di donne, ragazze e bambine sta aumentando esponenzialmente e ruota principalmente intorno al girone infernale della tratta. Tra il 2015 e il 2016 il numero di donne e bambine nigeriane arrivate in Italia è raddoppiato e fa saltare ogni statistica sia sulla migrazione femminile che minorile: le bambine nigeriane rappresentano circa il 42% dei minori nigeriani ribaltando completamente la statistica generale sui minori (contro, ricordiamolo, il 7% sulla totalità dei minori). Facendo una stima rispetto agli ultimi anni, il numero di donne e bambine nigeriane è aumentato complessivamente quasi del 400%. Il numero spaventosamente in crescita mostra come la tratta si stia evolvendo a adeguando ai nostri sistemi normativi di prevenzione e contrasto. Rispetto alla migrazione femminile, uno dei più grossi rischi è non riuscire a essere altrettanto reattivi. Questo riguarda in misura minore le bambine e le ragazze e maggiormente il sistema di protezione internazionale e le donne “adulte”, ma apre il grande tema dell’efficacia degli strumenti di accoglienza e di tutela su cui, su carta, siamo primi in Europa.

L’epoca della madama è finita, oggi la rete criminale permea tutti gli spazi di transito della tratta, con una compravendita continua che inizia in Nigeria, più o meno radicata in patti che si suggellano con riti tradizionali, e vive forte in Italia e in Europa.

Le donne e le bambine, nell’ossimoro di essere debitrici e schiave, trovano nuovi carnefici a ogni confine che attraversano e non smettono mai di essere sfruttate. Il culmine degli orrori, volendo trovarne uno, arriva in Libia dove molte sono costrette a transitare per le connection house, spazi di prigionia e sfruttamento, di abusi e violenze senza precedenti.

Non serve elencare i rischi e le conseguenze di questo scenario, dalle malattie alle gravidanze indesiderate, ai viaggi obbligati in terribili condizioni.

Arrivate in Italia, vengono intercettate quanto prima e riassorbite nel circuito della tratta, che a questo punto alimentano e nutrono i nostri Paesi. Quando si incontrano gli operatori dei centri che si sono confrontati con queste ragazze, tutti evidenziano il grosso rischio della loro fuga non appena hanno a disposizione un telefono. Qui ci troviamo di fronte a uno dei grandi nodi: un Piano nazionale anti-tratta all’avanguardia con scarsa efficacia nella sua applicazione. Il tasso di ragazze irreperibili è in aumento, la forza della rete criminale di essere presente a ogni passo rende davvero una sfida per operatori e operatrici intercettarne i casi, ma i passi avanti possibili sono molti: dalla presenza senza eccezioni di poliziotti donne e mediatrici agli screening che seguono il primissimo soccorso, all’attenzione massima prima di ricollocare le ragazze nel circuito dell’accoglienza diffusa in giro per l’Italia – riconoscendo in questo passaggio uno dei momenti più critici –, alla formazione profonda di tutti gli operatori e le operatrici dei centri.

Con l’approccio Hotspot, l’accoglienza Cas – quella diffusa capillarmente intorno a noi e gestita per lo più dal privato sociale – ha il compito di essere in prima linea nel contrasto al fenomeno e nella prevenzione. Si è di fronte a un duplice grado di vulnerabilità: queste ragazze e queste donne non solo hanno affrontato il viaggio migratorio come tutti gli altri migranti, ma lo hanno fatto da schiave e sono vittime di persecuzioni che toccano una sfera storicamente meno tutelata che non ha a che fare con la cosa pubblica, ma con il loro essere donne. Doppio allora deve essere il grado di fiducia che devono accordarci e che ci è indispensabile per poterle supportare.

Questa lunga parentesi è andata oltre il focus della minore età, perché quando si parla di migrazione femminile il fenomeno purtroppo è trasversale e la questione della dichiarazione/accertamento dell’età è un dato centrale: molte ragazze minorenni (anche visibilmente) non si dichiarano tali su esplicita indicazione per non essere inserite in percorsi maggiormente controllati e tutelanti.

I minori non accompagnati in generale provengono nella quasi totalità dall’Africa e, in particolare, dell’Africa Subsahariana. Nel 2016 i principali paesi di provenienza secondo i dati del Ministero dell’interno sono stati l’Eritrea, il Gambia, la Nigeria, l’Egitto, la Guinea, la Costa d’Avorio, la Somalia, il Mali, il Senegal e infine il Bangladesh. Proporzionalmente passiamo dai quasi 4000 minori dell’Eritrea ai poco più di mille dal Bangladesh. Lasciando da parte quest’ultimo percorso, il viaggio dall’Africa ha varie costanti, ma una in particolare: la Libia. Dopo essere transitati in diversi stati, per lo più costretti a lavorare per pagare i debiti di viaggio e gli eventuali riscatti, quasi tutti ci arrivano.

Come ancora oggi, nel 2017, i migranti, minori arrivino in Libia può sembrare un mistero. Che la Libia sia uno stato senza Dio, come molti ragazzi subsahriani dicono senza neanche riuscire ad alzare lo sguardo, è un’informazione che ci si aspetta possa aver fatto il giro del mondo a questo punto della storia. Viceversa, da qualche parte crea ancora l’aspettativa di poter essere un luogo dove, seppur discriminati, si ha l’opportunità di ricostruirsi un futuro o, per chi ha già le idee chiare, per arrivare in Europa. Univocamente ascoltando le storie dei migranti, leggendo i rapporti, le statistiche, le relazioni il periodo in Libia è la parte più traumatica del viaggio.

Stiamo parlando di un paese in mano alle bande armate dove i trattenimenti arbitrari, le sparizioni forzate, lo sfruttamento lavorativo, la tortura, gli abusi, gli stupri e varie altre violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno.

La scelta gravissima di bloccare i migranti in Libia sostenendo la guardia costiera libica fatta lo scorso 28 agosto a Parigi, tra Francia, Germania, Italia, Spagna, Libia, Ciad e Niger viene giudicata dallo stesso Alto commissario Onu per i diritti umani, Zeid bin Ra’ad al Hussein, una “chiara violazione del principio di non respingimento previsto dal diritto internazionale”.

Il principio di non-refoulement (non respingimento) sancito dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra prevede proprio che:

“Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche”.

Nonostante la formulazione letterale, perché sia applicabile il principio di non respingimento non è necessario che alla persona sia riconosciuto lo status di rifugiato o una forma di protezione internazionale, né che ne abbia fatto richiesta e il principio fa riferimento a qualsiasi forma di trasferimento forzato, compresi deportazione, espulsione, estradizione, trasferimento informale e non ammissione alla frontiera verso un paese non sicuro.

La significativa contrazione degli arrivi a cui si assiste in questi ultimi mesi non deve rassicurarci: i migranti non si sono fermati, né sono diminuiti. Sono bloccati, i minori come tutti gli altri, in quell’inferno in terra che è la Libia, e l’Italia e l’Europa ne sono perfettamente consapevoli.

Sopravvissuti al viaggio in mare, salvati e non sbarcati su gommoni inagibili alla navigazione (non barconi), i minori arrivano in Italia. L’Oim stima che delle 5096 persone che hanno perso la vita in mare nel 2016 (e di cui noi siamo a conoscenza) almeno 700 erano minori.

Arrivati nei porti in Italia, nel sud dell’Italia, i minori sono accolti da vari soggetti: ci sono le autorità (militari o polizia), i rappresentati di varie agenzie Onu ed europee, gli operatori di varie ong e associazioni. Accanto alle visite mediche e a una informativa su dove si trovano, quali siano i loro diritti, lo scopo del primo soccorso dovrebbe essere far sentire al sicuro un minore che, nella migliore delle ipotesi, da diversi mesi sta vivendo in una condizione di totale precarietà, in balia di potenziali abusi e varie forme di sfruttamento, vittima di uno dei più grandi business del secolo.

L’attuale sistema di accoglienza invece immerge subito anche i minori in una dimensione emergenziale, fatta di attese e di percorsi poco chiari. Il sistema hotspot, introdotto nel 2015 dall’Agenda europea sulle migrazioni, che ha lo scopo di identificare e “smistare” i migranti, accoglie minori non accompagnati per l’identificazione spesso in situazioni di promiscuità con le persone adulte e per un numero di ore e di giorni variabili. Sui termini di trattenimento legittimi negli hotspot e sulle procedure di identificazione andrebbe fatto un discorso a sé stante, quello che è possibile sottolineare brevemente è la dimensione di precarietà in cui si fa permanere un minore.

Nel superiore interesse del minore – formula che apre ogni riflessione sui diritti dei minori – sarebbe opportuno assegnarlo immediatamente a un centro di accoglienza specializzato, che abbia le competenze necessarie al suo supporto e alla sua tutela, che rompa la catena di precarietà in cui si trova ingabbiato, mentre viceversa sono state registrate permanenze di minori non accompagnati negli hotspot per diverse settimane.

I dati ancora una volta ci aiutano a tratteggiare un disegno che racconta un’altra storia.

Una storia molto complessa che vede il moltiplicarsi di centri e di soggetti che possono essere accreditati e che hanno il controllo sull’accoglienza stessa, che divide (o ha diviso fino a ora) non solo tra una prima accoglienza e una seconda, ma tra minori non accompagnati richiedenti asilo e non. Ancora nel 2016 una percentuale intorno al 16% di minori si trovava presso strutture non accreditate. Molti progetti di accoglienza per minori sono legati al filo dei finanziamenti pubblici ed europei, qualcosa di molto lontano da una gestione strutturale del fenomeno, senza nemmeno riuscire a coprire tutto il fabbisogno: al 31 dicembre 2016 erano accolti da centri specializzati 23.934 minori, solo nel 2016 ne sono arrivati 25.846.

Questo comporta che se il minore non trova posto in un centro ad hoc, viene temporaneamente (e spesso fino ai 18 anni) inserito nei centri di accoglienza straordinaria per adulti (Cas) che, tra le varie storture, si trovano a dover gestire minori senza essere attrezzati, e a volte in condizioni di promiscuità. A questo primo grande bivio, si aggiungono poi altre criticità, dai tempi per l’assegnazione del tutore, al trovare un posto in seconda accoglienza dove veramente dovrebbe iniziare il percorso di integrazione, ai tempi per la richiesta di protezione internazionale fino alle pratiche per progetti di ricongiungimento con familiari in altri parti d’Europa.

Si richiama l’attenzione sul fatto che la gestione di un fenomeno affrontato come se si trattasse di un problema è una scelta, non la risposta allo stato delle cose: né per i migranti né per i minori.

Alcuni numeri di nuovo possono venirci in aiuto, cercando di darne una lettura funzionale al fenomeno, senza farci prendere dai sensazionalismi che spesso le statistiche fanno scaturire.
Se è certamente vero che i flussi migratori in Europa stanno aumentando, è altrettanto vero che l’Europa si trova molto in basso nell’elenco dei paesi ospitanti, soprattutto se parametriamo il dato rispetto alle risorse a disposizione. Nel 2015 i migranti forzati nel mondo erano 65.3 milioni, di cui 21.3 milioni di rifugiati e 3.1 milioni di richiedenti asilo. In Europa nello stesso anno è stato raggiunto un picco con l’arrivo di oltre un milione di persone (1.015,078), mentre nel 2016 i numeri si sono abbassati drasticamente con la chiusura delle frontiere in Grecia a causa dell’Accordo con la Turchia, con una riduzione quasi dell’80% (362.376 persone), mentre nel mondo i numeri continuano ad aumentare con 65.6 milioni di migranti forzati e 22.5 milioni di rifugiati, di cui la metà con meno di 18 anni.

Osservando i numeri dei migranti giunti in Italia si conferma la crescita del trend migratorio, con un aumento del 18% tra il 2015 e il 2016, passando da 153.800 arrivi agli oltre 180mila (181.436) del 2016, per un totale a metà del 2017 di 131mila rifugiati e rifugiate in Italia.

Appare chiaro che stiamo parlando di un numero di persone su cui sarebbe possibile organizzare un percorso di accoglienza europea integrata non di tipo emergenziale. Soprattutto perché parliamo di un fenomeno, e non di un problema, strutturale e che certamente non si potrà interrompere, come è evidente se guardiamo il tragico numero di persone morte e disperse in mare nel tentativo di raggiungere le nostre coste.

Una illuminante infografica mostrava come il numero dei rifugiati in Italia non arrivasse a riempire metà del Circo Massimo. Come sottolinea Save the children nel suo ultimo rapporto, da soli questi 26.846 minori rappresentano una cittadina non più grande di Cesenatico.

Forti di questo quadro, nel seguire il filo rosso di questa storia a un certo punto ci si imbatte in un percorso finito bene: la cd. Legge Zampa (l.47/2017). Si tratta di una legge particolarmente fortunata sia per la sua genesi, che per le modifiche introdotte. Il testo è stato elaborato con un buon livello di partecipazione, raccogliendo l’esperienza di associazioni e realtà che vivono quotidianamente con i minori, recependo molte delle esigenze che erano state segnalate in questi anni. Molte le tocca nel segno, prima di tutto predisponendo una legge che ha lo scopo, finalmente, di mettere al centro i minori in quanto tali, rendendo secondarie le differenze tra i singoli status. Integra e mette ordine nel sistema di accoglienza, aprendo la seconda accoglienza (Sprar) a qualsiasi minore non accompagnato, con la possibilità se necessario di percorsi che si concludono a 21 anni invece che al raggiungimento della maggiore età. Viene creata una banca dati nazionale con la “cartella sociale” del minore, a cui viene garantita la presenza di un mediatore in tutte le fasi del suo percorso.

Si mette mano anche alle procedure di identificazione e accertamento dell’età e vengono predisposte varie garanzie procedurali e processuali (come la possibilità di ricorso e di essere ascoltati). Vengono previste maggiori tutele nell’accesso al diritto allo studio e alla salute e soprattutto si individua chiaramente l’affido familiare come strada da privilegiare, strumento fino a oggi a dir poco inutilizzato. Come le opportunità di relocation (quote di persone che, arrivate e identificate in Italia, potevano proseguire il percorso di accoglienza in altri stati europei): in due anni sono stati ricollocati solo 32 minori non accompagnati su 8.598 persone (quota comunque ampiamente inferire a quanto previsto).

La prospettiva della legge va nella giusta direzione ma, in un paese che non riesce a prendere una decisione sullo ius soli e a creare reali politiche di integrazione e accoglienza, occorre non abbassare la guardia perché si tratta di minori e non dare per scontato che sarà più semplice, perché l’esperienza ci insegna il contrario e la responsabilità di quello che facciamo con le conoscenze che abbiamo è solo nostra.

La prima volta che mi sono confrontata con i minori non accompagnati ero a Lampedusa, nel 2011. I minori arrivati “nell’emergenza Lampedusa” erano stipati e lo sarebbero rimasti per diversi mesi nella base Loran, ex-base Nato, in una delle punte dell’isola a picco sul mare: non male per dei bambini che hanno appena rischiato il naufragio e visto chissà quante persone morire in mare. Le cabine telefoniche non erano state allacciate e i ragazzi riuscivano a chiamare casa solo grazie ai pochi volontari che avevano accesso alla struttura a dir poco militarizzata. Neanche il tempo di avvicinarci a pochi metri da distinguere le figure umane che una macchina di militari ci ha subito identificato: eravamo un gruppo di persone con Amnesty, non certo pericolosi militanti. Di quell’incontro, a cui sono seguiti a titolo personale vari altri tentativi di avvicinamento, ricordo le mani dei ragazzi sulle inferriate, i canti e i fischi per attirare l’attenzione, il senso forte di ingiustizia che mi ha portato a cambiare progetto di vita. Negli anni successivi, grazie all’avvocata Alessandra Ballerini, ho avuto l’opportunità di incontrare alcuni di loro, con cui all’epoca ci eravamo scambiati qualche lettera, sempre grazie al suo aiuto.

Una persona, una storia in particolare mi rimarrà per sempre impressa: S. (la sigla sta per il nome che non possiamo citare). Dietro quelle inferriate S. ha scritto una lettera alla madre che ha girato l’Italia e che, letta durante un campo estivo di Amnesty international per i diritti umani, dove S. partecipava come altri tra coetanei, ha superato qualsiasi barriera, permettendo al ragionamento razionale di fermarsi e di cercare strade più semplici per guardare in faccia e toccare con mano l’uguaglianza.

La riporto, perché è un pezzo di storia e un tributo al suo coraggio.

“Alla mia mamma.

L’amore di un bambino per la sua mamma. Scrivo questa lettera per dirti che ti amo. Da quando ci siamo separati ti penso giorno e notte, la notte è molto lunga per me lontano da te. Tu sei la più bella donna del mondo, tutti i bambini sognano di averti sulla terra, tu sei la miglior madre che io abbia mai potuto pensare. Un giorno mi sono separato da te mamma. Sai, se fossi un fiore io ti pianterei nel mio cuore, ti innaffierei con le mie mani. Quando ti penso le lacrime cominciano a scendere. Se oggi sono qui senza di te io mi sento solo al mondo e non c’è niente da fare tu sei la persona che conta di più per me, la più cara del mondo. Io sogno per me un giorno di ritrovarti sana e salva, le tue piccole filastrocche canzoni, mi fanno salire il morale, e mi danno la speranza di essere un bambino amato da sua madre. Io vorrei essere il più felice al mondo come gli altri bambini della terra, vorrei gioire della tua presenza, ti prometto che combatterò come posso con tutte le mie forze per ritrovarti. Io so che sei viva e mi pensi, io sarò sempre concentrato in tutto quello che faccio a pregare Dio misericordioso il più misericordioso, io so che Tu mi ascolti, senza sonno né sonnolenza, Tu sei presente nel tuo trono. Tra tutti i bambini aiuta me a ritrovare la mia famiglia, vorrei essere il più felice del mondo e sarebbe un giorno indimenticabile della mia vita.

Mi aiuti a farmi uscire da questa griglia?

S. 14 anni, orfano di padre, figlio unico.

S. quest’estate ha ritrovato la sua mamma.

 

Per capirne di più

Enrica Rigo, Donne attraverso il Mediterraneo. Una prospettiva di genere sulla protezione internazionale in “Politeia”, XXXII, 124, 2016. ISSN 1128-2401 pp. 82-94.

Inter/rotte: storie di tratta, percorsi di resistenze. Rapporto a cura della cooperativa Befree, 2016.

Unhcr, Unicef e Iom, Refugee and Migrant Children – Including Unaccompanied and Separated Children – in Europe. Overview of Trends in 2016, aprile 2017.

Unicef, Children on the move in Italy and Greece, giugno 2017.

Save the children, Atlante minori stranieri non accompagnati in Italia. Prima di tutto bambini, giugno 2017.

Amnesty international, Hotspot Italia. Come le politiche dell’Unione europea portano a violazioni dei diritti di rifugiati e migranti, novembre 2016.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

Trackback from your site.

Leave a comment