Contro l’università: Extra ecclesiam

di Emanuele Dattilo

illustrazione di Nikolaus Heidelbach

 

Nicola Chiaromonte chiamava malafede lo stato di un’epoca (la nostra) in cui ogni credenza è mantenuta con la forza, in mancanza di fedi vere e genuine. Ora, nessuna fede è più labile e malcerta di quella nelle istituzioni, e nessuna istituzione è più malridotta di quella universitaria. Prendere atto di ciò non vuol dire negare che vi siano, all’interno dell’università, persone che svolgono il loro insegnamento in buonissima fede, tentando di scavare, come talpe, cunicoli che aprano nuove possibilità all’interno di questa istituzione. Ma si tratta di casi eccezionali, che rappresentano dei compromessi, e non possono come tali costituire per noi un esempio.

Cinismo e malinconia sono i sentimenti prevalenti di coloro che, sui trent’anni, dopo una lunga adolescenza dottorale e post-dottorale, intraprendono ora faticosamente la carriera universitaria (o almeno questi i sentimenti dei più lucidi tra essi). “Extra ecclesiam nulla salus”: questa norma è ora puramente pratica. Nessuno attende salvezza dalle istituzioni, e proprio questo rende la malafede un pasto tanto amaro quanto più è ritenuto necessario (se non altro per tirare a campare). Chi dica, credendosi furbo o cercando di mascherare il cinismo e l’affanno, di usare le istituzioni, che esse sono forme vuote, non si rende conto che sono le istituzioni a usare molto efficacemente di lui. Che i precari universitari siano una classe oppressa, è fuori di ogni dubbio; ma che essi rappresentino effettivamente un motore rivoluzionario, come qualcuno sostiene, è un’ingenuità ideologica quasi irritante. Possibile che l’unica domanda sia “come” stare dentro le istituzioni, e che nemmeno ci si ponga seriamente la domanda se sia davvero giusto starci? Il fatto che, in particolare in Italia, l’università sia un luogo di massima corruzione, di chiusura, di imbalsamazione burocratica, non deve deviarci dalla domanda più centrale: è davvero un’istituzione necessaria? veramente non possiamo concepire noi altre strade per lo studio e la trasmissione dei saperi? Non è questo il luogo per domandarsi se tale istituzione abbia mai avuto un senso. Prendiamola per com’è ora: un dopo-liceo che ha il compito, come si dice, di fabbricare competenze, di creare specialismi sempre più raffinati e inutili.

In particolare le cosiddette scienze umanistiche, sempre a rischio e sempre nel dovere di giustificare la propria esistenza davanti al mondo, soffrono molto con questa categoria, la competenza, che sembra racchiudere in sé il concentrato dell’essenza universitaria. Che vuol dire per la letteratura, per la filosofia, per la poesia, per la storia, per l’arte, “essere competenti”? Se già è abbastanza difficile definire la competenza per quanto riguarda le materie scientifiche, per quelle umanistiche questo concetto mostra tutta la sua ambiguità. La competenza serve, propriamente, a competere sul mercato del lavoro, e a rendere tutti gli altri incompetenti. Per farlo, serve che ogni lavoro venga semplificato. Da ciò si comprende la crescente centralità, nelle università di tutto il mondo, delle questioni di metodo, per cui ogni sapere è sistematicamente ridotto a una serie di procedure (si potrebbe dire: a una ortoprassia). Ognuno nel mercato del lavoro vende il proprio sapere, e questo sapere ha ora un carattere perlopiù tecnico. Un libro accademicamente vendibile è un libro in cui le note sono curate nel modo più pedissequo, in cui la bibliografia è esauriente e si dà prova di conoscere tutto il conoscibile su quell’argomento. Tutto documentato, tutto uguale. Qualsiasi argomento può essere dato in pasto ai tesisti, che provvederanno, se dotati, a renderlo remoto, a trasformarlo in un “tema”, addomesticato. Come nella favola del Re Mida, ogni cosa è trasformata in valore a patto di perdere vitalità, di essere uccisa. Lo specialista dà prova di virtuosismo con note che coprono e appesantiscono sempre più le pagine, con riferimenti sempre più esoterici ai propri colleghi, con strizzatine d’occhio e parole caustiche verso i propri avversari. Avere una posizione equivale ad avere un’identità, e questa è la massima ambizione di professioni così incerte altrimenti della propria esistenza. Si può, è accertato, fare una buona carriera universitaria senza avere una sola idea, solamente rendendo omaggio a queste procedure, a questi triti rituali universitari, che d’altronde hanno proprio la funzione di rendere tutti capaci di essere competenti in qualcosa. La procedura, il metodo, la scatola vuota, è quanto può essere venduto più facilmente. Non sono persino il decostruzionismo, il pensiero debole, la semiotica, lo strutturalismo, prodotti da vendere, da esportare? Non corrispondono tutti (al di là delle differenze di merito) a precise procedure, vuote, che si possono applicare a tutto e diffondere negli ambienti universitari, magari internazionali, per la gioia dei baroni rampanti che organizzano convegni? La stessa interdisciplinarità non è, insomma, solo il rovescio dello specialismo miope? Non vogliamo qui rivendicare, ovviamente, il valore romantico dell’individualità di genio, contro l’università di massa. Vorremmo piuttosto affermare il carattere indeducibile e incalcolabile delle scienze umane, che non possono mai essere ridotte a una somma di procedure bibliografiche.

Nell’alternativa marxiana tra conoscere e trasformare il mondo, o tra un arido sapere tecnologico-scientifico che trasforma e un sapere umanistico che conosce sterilmente, bisogna scegliere un’altra strada, che è quella, vorremmo dire, mistico-materialistica: ci vuole una conoscenza che sia capace di trasformare. Questa è l’unica conoscenza che ci serve, e proprio questa non può esserci oggi trasmessa dalle istituzioni, che tendono a mantenersi entro un equilibrio stabile di sopravvivenza. Bisogna strappare il sapere allo specialismo, alle competenze, ai convegni, a ogni procedura che lo voglia separato da noi – come se fosse qualcosa che si raggiunge attraverso una serie di mezzi specifici in mano ad alcuni eletti. Questi mezzi possono forse valere per l’apprendimento di alcune lingue, ma senz’altro non valgono per la maggior parte delle scienze umane. Non si tratta dunque di riformare l’università, ma di non avere rimpianti nel disertarla. Finché si resterà aggrappati a tali forme morte, non si riuscirà a vedere neanche come il sapere viva già, e più lietamente, fuori di esse. Rendersi conto che la conoscenza, che crediamo così vincolata a certi luoghi e a certe procedure, sta già fuori, vagando per strade e piazze, potrebbe forse essere il modo migliore per svegliarci da questo sogno.

Riprendendo il paragone tra istituzione ecclesiastica e istituzione universitaria, si potrebbe dire che l’università impedisce ora l’accesso al proprio oggetto esattamente nello stesso modo in cui le chiese hanno, nella nostra storia, impedito ogni accesso a Dio. “Ma il mio dio se ne va in bicicletta/ e bagna i muri con disinvoltura” (Sandro Penna).

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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Comments (1)

  • Antonella Fimiani

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    Gentile Emanule Dattilo, bellissimo articolo. Vero e profondo. E’ da un po’ che penso le cose che lei ha così ben descritto e individuato. Nelle sue parole mi sono assolutamente riconosciuta. La scommessa della cultura è fuori. Grazie!

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