L’eclissi della donna

di Dora Russell

(…) Mi è sempre sembrato che la sfida che le donne affrontano nel mondo moderno sia qualcosa di più profondo della lotta per i diritti politici o economici. Qui stiamo discutendo dell’intrusione dello Stato nelle nostre vite private – con qualche beneficio per le persone, come dobbiamo ammettere. Ma cos’è effettivamente questo Stato, al quale ci affidiamo sempre di più come fosse il padre e la madre dei suoi cittadini? È meccanico, burocratico, amante del potere, sadico, guerrafondaio, repressivo. Per sua stessa natura, storia e principi, non può affrontare costruttivamente i problemi umani. È fondato sul principio di mantenere l’ordine con la forza al suo interno, e con la forza aggredire i nemici all’esterno. Secondo questo principio cerca per esempio di affrontare la criminalità e la delinquenza giovanile aumentando notevolmente la retribuzione della polizia, mentre insulta e sottopaga gli insegnanti e gli infermieri. Il suo atteggiamento tradizionale negli affari esteri è una tragedia sulla quale non vale la pena di soffermarsi.

In definitiva, è con questa macchina diabolica dello Stato industriale che le donne sono state impegnate a combattere da quando hanno voluto emanciparsi. All’inizio confuse, hanno premuto per il voto. Ma gli eventi le hanno rese consapevoli che se non emergono dalle loro cucine, lussuose o anguste che siano, per chiedere molto di più, non solo le loro famiglie ma tutta l’umanità sarà in grave pericolo.

Il segno della crociata di Emmeline Pankhurst, leader del movimento delle suffragette, si trova in un paragrafo della prima pagina del libro della figlia Christabel Unshackled (Liberata dalle catene):

Il nord industriale è un’efficace scuola di economia politica, e mia madre ha appreso pienamente la sua lezione. Il lato squallido dell’industrialismo e la manifesta necessità di riformarlo appaiono nella loro realtà. I cieli oscurati dal fumo, una miscela di fumo e aria da respirare, la cancellazione del verde della natura, le strade senza colori, le case misere e persino malsane, il rumore meccanico, il lavoro monotono ma precario degli operai, la sottrazione prematura dei bambini alla scuola e al gioco, la vita ansiosa di madri troppo denutrite per dare alla luce bambini forti e troppo povere per nutrirli correttamente mentre crescevano – queste e altre piaghe dilagavano nel Lancashire all’inizio della vita di mia madre.

Gli aspetti più sordidi dell’industrialismo forse hanno cominciato finalmente ad attenuarsi, ma la maglia organizzativa rigida e stretta su cui esso si basa è diventata sempre più pesante, come l’estremo controllo della mente e del corpo senza il quale il funzionamento dei dispositivi moderni sarebbe impossibile. È diventato il nemico di tutto ciò che è spontaneo e anarchico nella vita biologica, quegli impulsi che riguardano specificamente le donne. Mi sorprende che nessun critico abbia commentato il messaggio implicito nell’opera di Dürrenmatt I fisici, in cui la ridicolizzazione della moglie e del figlio e lo strangolamento delle infermiere simbolizzava l’irrilevanza delle donne. Il trionfo finale dell’opera è assegnato alla scienziata – una parodia storpiata del sesso femminile – che imita la malvagia attrazione maschile per il potere tramite l’abuso della scienza.

Fondamentalmente, gli uomini hanno sempre amato loro stessi e i loro scopi più di quanto abbiano amato le donne. C’è stato un tempo in cui la superstizione avvolgeva l’agricoltura, la fertilità era adorata e vigeva il culto delle dee. Ma quando gli uomini cominciarono a lavorare il metallo, ad acquisire conoscenze e tecniche, diminuì la superstizione e il potere patriarcale cominciò a dominare. Oggi la fertilità può essere considerata una maledizione più facilmente che una benedizione, e quindi non conferisce alcun prestigio all’essere donna.

In un libro recente Robert Graves ha scritto così: “Secondo me, la confusione politica e sociale degli ultimi 3000 anni è stata interamente dovuta alla rivolta dell’uomo contro la donna come sacerdotessa della magia naturale, e la sconfitta della sua saggezza per mezzo dell’intelletto”. Ciò è di particolare interesse se affiancato alle osservazioni di Martin James, uno psichiatra, circa la controversia Newsom. Avrebbe potuto anche essere più condiscendente: “Molti signori inglesi che appartengono alla classe privilegiata di coloro che mandano i figli alle scuole private (…) devono reimparare dalle loro mogli che le persone possono essere infantili e irrazionali e allo stesso tempo umane; loro sono stati istruiti a idealizzare la logica pura e la ragione, spesso a discapito dell’emozione. L’influenza esercitata da questi mariti rafforza il mito della razionalità nelle mogli e indebolisce le loro convinzioni centrate sul bambino”

E ancora: “L’apparente illogicità delle donne è in realtà una logica subdola, che dà gioia sia a loro che ai loro uomini. È infatti altrettanto consecutiva e sensibile, a modo suo, quanto la razionalità concettuale basata sul processo secondario e l’educazione secondaria” (Martin James è così compiaciuto della sua convinzione che questo “ideale di razionalità” maschile debba predominare, da non immaginare nemmeno lontanamente che in questo caso sia l’educazione maschile a essere sbagliata).

George Meredith è più saggio:

Il loro senso è con i loro sensi tutto confuso;

Distrutte dalle sottigliezze sono queste donne!

Più cervello, mio Dio, più cervello! O sciuperemo

Completamente questo bel giardino che potremmo conquistare.

E la scrittrice cinese Han Suiyn:

Oh quale folle quale folle è l’uomo, che sta stretto al firmamento dimenticando che la terra è una stella…

Io sono legata alla terra e così rimango. Io sono una donna, ostinata, radicata, invischiata alla vista all’odorato e al tatto, sospettosa delle astrazioni.

Ciò che qui viene detto in modi diversi è importante e significativo.

Quando gli uomini cominciarono a usare la ragione, per studiare la matematica e l’universo che li sovrastava, trovarono uno scampo alla servitù della loro esistenza biologica e, tramite Dio e la religione, persino la speranza di una salvezza dalla morte individuale. Le donne, a causa dei bisogni sessuali maschili, furono sempre identificate con la dimensione animalesca della natura umana. Negli intervalli tra i momenti di eccitazione sessuale, le donne non esistevano per gli uomini, i quali si sentivano poi come gli esseri distaccati, razionali, spirituali che aspiravano a diventare.

E Robert Graves ha ben ragione: su questo culto dell’intelletto, su questo escapismo, su questa separazione fra mente e materia, fra corpo e anima, gli uomini hanno costruito le loro filosofie, le loro concezioni politiche, i loro stati, nel corso del tempo. Con l’uomo di Newton e Cartesio – “datemi moto e materia e costruirò il mondo”, “la ragione cocchiera delle passioni” – nascono le nozioni di “universo meccanico” e “conquista umana della natura” su cui sono stati in definitiva costruiti gli stati industriali.

Il potere è sempre stato il principio sul quale l’uomo ha basato l’autorità dello Stato: prima l’autorità della tirannia, o del diritto divino dei re; poi, nella modernità, il culto del meccanismo e la pulsione del potere dinamico. Un relitto dell’antico principio è di avere un dittatore – oppure il vecchio della tribù – al vertice.

Tutto deve procedere secondo la disciplina e l’ordine. Le curve abbondano in natura – come nelle donne – ma sono prevalentemente estranee all’immaginazione di architetti e urbanisti. Le strade devono essere larghe e dritte per le adorate automobili, verso la cui capacità di portare la morte c’è una stupefacente indifferenza. Al posto delle cattedrali abbiamo ora i grattacieli di vetro e cemento, simboli – come ha detto recentemente uno dei loro architetti – della virilità. Il razzo, alimentato dal fuoco e spinto nello spazio, è il più perfetto dei simboli fallici, senonché la sua testata porta la morte invece di seminare la vita. Forse anche questo significa qualcosa.

Per fermare questa corsa suicida è obbligatoria una nuova concezione dello Stato e degli scopi umani. Da soli, gli uomini non ci arriveranno mai. La visione delle donne non dev’essere liquidata come irrilevante; le donne devono essere incoraggiate a esprimersi e a usare quella saggezza che indubitabilmente posseggono, per quanto schiacciata dalla prevalenza maschile. Per natura le donne non fuggono dalla realtà, e in generale si sentono a casa loro nel mondo naturale. Dando la vita, creano letteralmente “nella carne”, e non c’è nulla della vita animale che disprezzerebbero, a meno che non sia stato loro insegnato – com’è stato – a farlo. Già l’attenzione al parto naturale è una rinnovata affermazione della loro dignità. In più, le attività di partorire e crescere i bambini sono state arricchite di un nuovo significato dai progressi della medicina, della psicologia, della psichiatria e della pedagogia. Le donne sono consapevoli che la genitorialità e tutte le dinamiche che la riguardano – cure mediche, scuole, servizi sociali – sono molto più importanti della formazione di altri tecnici per l’industria.

Abbiamo cominciato a capire che tramite l’eredità e l’ambiente creiamo degli esseri umani portatori di schemi indotti da noi, e che saranno veramente il futuro della nostra specie. Questa consapevolezza, che ha portato con sé il concetto di educazione “centrata sul bambino”, è relativamente nuova nel nostro mondo. Ci dice che possiamo giocare una parte più cosciente nell’evoluzione dell’umanità.

Per quanto possiamo ammirare i risultati degli uomini nella scienza – e nessuna donna sarebbe così ingenerosa da negarli – le donne sanno che l’uomo, nella sua intossicazione di meccanicità e produzione industriale, avanza verso un vicolo cieco. Se vogliamo rendere possibili ulteriori progressi dello spirito umano, abbiamo bisogno di nuove persone più che di nuove macchine.

In un modo o nell’altro dobbiamo porre fine a ciò che così giustamente Robert Graves chiama il dominio della “meccanoanarchia”. È necessario riconciliare l’uomo industriale con il suo antico ambiente – il mondo delle piante e degli animali, il mondo della vita e della crescita, che scandisce il tempo non con gli orologi ma con l’oscurità e l’alba, il clima e le stagioni. L’uomo deve imparare a frenare la sua incessante ambizione di potere, imparare a vivere in pace con i suoi simili, smettere di sacrificare al profitto e all’avidità le risorse del nostro pianeta, stuprandole e sprecandole.

In questo è l’educazione dell’uomo, più che quella della donna, a dover diventare più concreta e personale, meno ipnotizzata dalle astrazioni, dalle teorie, dai concetti razionali generali.

Le conquiste delle donne hanno mostrato quanto siano abili a contrastare un’educazione determinata dagli uomini; ciò cui aspirano adesso è che l’educazione degli uomini vada loro incontro. Gli uomini hanno almeno fatto un passo avanti, cominciando a risolvere il dualismo di mente e materia.

I nostri esperti continuano a dirci che l’educazione deve produrre più persone altamente qualificate nel campo scientifico, così da farci competere con i nostri rivali industriali all’estero. Che idiozia monumentale! L’industria continua a espandersi ed espandersi, come la pentola di porridge della favola, fino a un’inarrestabile inondazione? Negli Stati Uniti è già in crescita una nuova grande industria specializzata nella distruzione di prodotti industriali, in modo da far crescere le vendite e aumentare i profitti.

Dobbiamo cominciare a educare i ragazzi e le ragazze a essere umani, invece di torturarli come soggetti d’esami e topi da gare carrieristiche. Hanno bisogno di una visione più ampia, non di specializzazioni più anguste; hanno bisogno di saper guardare alla complessità del loro mondo.

In questo momento l’aggressività e la competizione sono favorite; la disobbedienza all’arbitrio dell’autorità è repressa con la violenza del bastone. Eppure numerose ricerche hanno dimostrato che questi metodi inducono malvagità, non adeguamento. Altre sperimentazioni hanno dimostrato invece che è possibile educare i bambini alla democrazia, alla tolleranza e alla cooperazione, tramite misure di autogoverno, con l’aiuto di adulti che guidino senza sopraffare costantemente la loro dignità.

Soprattutto, è l’educazione alla vita e alle relazioni che dovrebbe essere valorizzata. Sia i ragazzi che le ragazze hanno bisogno di imparare che, per quanto divertente possa essere il sesso, il suo uso più bello è quello di un’occasione di sensibilità e incontro profondo. La genitorialità dovrebbe essere presentata non come un’autosoddisfazione e una proiezione di se stessi, ma come l’esperienza più importante in cui possano impegnarsi uomini e donne. Se questo fosse accolto, ne verrebbero immensi cambiamenti nell’organizzazione e nella direzione delle nostre vite economiche e sociali.

L’uomo razionale, l’uomo industriale, l’uomo scienziato, l’uomo illuso, dedica le sue attenzioni a un atterraggio sulla luna. Nel frattempo assassina e si prepara ad assassinare milioni di propri simili e a ignorare gli innumerevoli milioni di analfabeti, affamati e ammalati. È per questo che dovremmo vivere? È per questo che le donne dovrebbero fare dei figli?

Solo apprezzando la vita e la creazione e riconoscendo nella cura dei nostri figli la possibilità del nostro futuro saremo in grado di modellare i fini di uno Stato nemico della violenza, dell’avidità e della pianificazione disumana, perché diventi l’autentico padre e madre del popolo. Uomo e donna, nessuno dominante, lavorando assieme, potrebbero realizzarlo. Per quanto sappiamo, qualcosa del genere non è mai accaduto nella storia dell’umanità. Poterlo vedere è la speranza di molti giovani, sia uomini che donne, di questa generazione.

(da “Anarchy” n. 56, ottobre 1965)

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

 

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