Le nostre copertine

di Rufus Segar

 

Non avendo fatto niente per l’interno di questa rivista dal numero 6 in poi, ho pensato che fosse giunto il momento di scrivere qualcosa su quello che è accaduto sul suo esterno.

Il modo in cui la rivista viene messa insieme è comico, terribile, troppo sgangherato per un giornale del dissenso. I testi vengono assemblati dal direttore e spediti a un compositore tipografico a Stepney. Le prove di stampa sono fatte a Putney. Le matrici delle parti interne sono prodotte a Whitechapel. La fotografia della copertina è fatta a St.James’s e poi mandata a una litografia di Clerckenwell. Il clichè viene mandato a uno stampatore a Bishopsgate che stampa le copertine. Le parti interne e le copertine vengono messe insieme e portate da un rilegatore a Fulham che piega gli interni, cuce le copertine e rifila le copie. Le riviste vengono portate a Whitechapel per la spedizione. A volte voi ricevete la vostra rivista in ritardo.

Il processo è “vittoriano”, una produzione industriale su piccola scala. La composizione tipografica, la produzione dei clichè, la stampa, la rilegatura e la spedizione sono pagate. Il resto è fuori dall’economia del denaro. La scrittura, la redazione, il disegno e la distribuzione sono gratis. Non c’è da essere riconoscenti, considerate le motivazioni delle persone coinvolte.

Posso parlare solo per me stesso. Faccio la maggior parte delle copertine, con notevole autonomia e indipendenza, e in splendido isolamento. Il direttore mi manda il tema del numero; a volte con una spiegazione, a volte con un ritaglio o un’immagine possibile, spesso solo con un indice. Da questo punto in poi, ciò che vedete sull’esterno della rivista è mia responsabilità. Le copertine sono un sottoprodotto del mestiere che faccio, si adattano al mio variabile carico di lavoro e la quantità di tempo e di ingegno che gli viene dedicata è estremamente incostante. Ma questo non ha molto a che vedere con la loro qualità. Alcune copertine fatte di fretta hanno avuto una certa risonanza, altre molto più elaborate sono state un disastro. Le copertine sono la registrazione della mia reazione ad “Anarchy” con un mese di anticipo sull’uscita del numero e senza il beneficio della sua lettura. Col senno di poi, un numero su quattro mi entusiasma, uno lo leggiucchio appena, altri due mi sembrano illeggibili. Questa reazione è incostante come le copertine fatte: una apprezzabile, una così così, due semplicemente tirate via.

La ragione per cui faccio le copertine e per cui continuo a farle è una combinazione di fedeltà e passione. La fedeltà è soprattutto verso il direttore e verso un indefinito gruppo di anarchici inglesi, piuttosto inermi ma pieni di promesse. La passione è per la potenza della situazione.

Il direttore è un uomo della posterità: vuole che, oltre alle copie pubblicate, vengano messe da parte altre copie non rilegate per essere poi raccolte in volumi con copertina rigida, uno per anno dal 1961 in poi. Le copertine non saranno incluse. Le copertine sono a perdere.

Il direttore è un uomo di frontiera. Se ne va in giro a seminare semi di rivoluzione, a instillare pillole d’amore e sedizione nel corpo politico. Le copertine sono il pacchetto dei semi o lo zucchero sulle pillole.

La produzione delle copertine ha creato problemi con i diritti d’autore e la censura. Sono questi problemi che hanno reso necessario il presente articolo.

I diritti d’autore hanno a che fare con la titolarità e il diritto di proprietà. Sono temi importanti per una rivista anarchica (vedi Proudhon sul n. 106). Ciò è ben illustrato da quello che è accaduto con il n. 89 del luglio 1968, dedicato alla Francia e ai giorni del Maggio. L’immagine era una foto di giornale presa da “The Times”, ingrandita tre volte e con il titolo sovrapposto in lettere rosse. La fotografia ritraeva tre manifesti incollati sul muro di un edificio pubblico. L’immagine era forte, intensa e appropriata. Altre due immagini comparivano come illustrazioni all’interno della rivista. Erano tutte piratate. Nessuna attribuzione, nessun permesso, nessun pagamento: erano rubate, “liberate”.

Di chi era la loro proprietà? I diritti delle immagini appartengono all’autore e a chi le riproduce. Iniziamo dai manifesti, dalle persone che li hanno fatti e li hanno affissi abusivamente, da cui tutto questo è iniziato. La loro era una libera offerta. La fotografa è stata la prima a riprodurli, era lì e li ha acchiappati al volo col suo retino per farfalle. Così ha acquisito un diritto d’autore. Il giornale ha comprato le foto e le ha riprodotte. Anche il giornale ha acquisito un diritto d’autore. Noi abbiamo ignorato sia la fotografa che il giornale, e le immagini sono state riprodotte di nuovo. L’intenzione era di ampliare il pubblico dei manifesti originali, che erano liberi.

Ci sono state alcune conseguenze: un anno dopo la fotografa è venuta in Inghilterra e ha fatto causa ad “Anarchy”. Eliane Barrault era indignata dal fatto che le foto fossero state usate senza permesso. “The Times” era l’unico giornale inglese ad averle usate (avevano pubblicato una selezione di sue immagini, senza indicazione dell’autore). Vedendo la copertina di “Anarchy” n. 89 e riconoscendo la sua foto, si è arrabbiata ancor di più leggendo che la copertina era attribuita a qualcun altro. L’unico rimedio era rimettere le cose al loro posto e dire di chi erano quelle foto, e così ho fatto, senza molta grazia. Non c’era una richiesta di pagamento per aver usato le immagini, perché l’intenzione dei manifesti, e quella di “Anarchy” nel riprodurli, era meritevole di supporto. Miss Barrault è stata fin troppo gentile: se quel giorno avessi ritagliato e usato “Paris-Match” sarei finito in prigione.

Lascio in pace i cani che dormono: ho la vaga impressione che ci siano ogni sorta di segugi del copyright sonnecchianti, alcuni feroci e con un occhio aperto, la maggior parte che russano, ma una dozzina di pulci tipo “Anarchy” non dovrebbe disturbarli troppo. Facendo la copertina per ogni numero e riproducendo illustrazioni da una molteplicità di fonti, è difficile venire a sapere cosa è coperto da diritti e cosa non lo è, e se lo è, chi li possiede. Ho usato consapevolmente un bel po’ di immagini, intere o in parte. Non sono incline a chiedere scusa per questo.

Ogni numero pone il problema di trovare un’immagine da assemblare con le parole per fare la copertina. Se non ho un’immagine sotto mano da usare, la disegno io. Quando i cani si sveglieranno e cominceranno a mordere, ne disegnerò ancora di più.

Ci sono tre questioni da affrontare quando si violano i diritti d’autore: il denaro, l’ego e le autorizzazioni. Alla questione del denaro si può ovviare: l’esercizio di pirateria più complesso che posso immaginare, che consente di rubare la maggiore quantità di impegno per centimetro quadro, è quello di riempire l’intera copertina con una carta topografica: le royalties sarebbero di 7 sterline e 13 scellini. Gli ego offesi possono essere ammorbiditi con generose attribuzioni e ringraziamenti tempestivi. Le autorizzazioni sono più difficili, meglio evitare di chiedere che rischiare un rifiuto. A questo proposito, quando c’è il rischio serio di complicazioni, bisogna aggredire l’immagine: tagliarla, strapparla, giustapporla, alterarla, integrarla: qualsiasi cosa che la trasformi.

L’altra questione è la censura. A volte capita che mandi tutto all’aria. Sul retro di copertina del numero 63 c’era l’incisione su legno di un uomo nudo su un materasso, sottoposto a diverse pressioni, rappresentate con corde e legature degli arti e del corpo manovrate da mani e avambracci ben vestiti. Il nudo era frontale, con il pene in vista. La copertina passò attraverso tutta la catena di montaggio, fino ad arrivare in rilegatura. Lì il capo del reparto cucitura rifiutò il lavoro: non poteva lasciare che le operaie maneggiassero una copertina del genere, avrebbero potuto offendersi. È da notare che l’obiezione non riguardava lui, ma la protezione di qualcun altro da una possibile offesa. Con qualche ritardo e costo il numero riuscì a uscire lo stesso.

Più recentemente, qualcosa di simile è accaduto per il numero 105, dedicato a Wilhelm Reich. La copertina realizzata era eccessiva per quasi tutti gli operatori della catena, alla litografia la trovarono equivoca e dissero che il principale si sarebbe rifiutato di fare il clichè. Gli risposi che se non volevano farlo dovevano spiegare almeno il perché. Si convinsero, e produssero il clichè. Poi alla tipografia si rifiutarono di stampare la copertina. Uno dei collaboratori della rivista vide una prova di stampa della copertina e minacciò di ritirare il suo articolo se non ci fossimo decisi a cambiarla. Non posso neppure riprodurla come illustrazione a questo testo: chiunque ne voglia una copia mandi una busta preaffrancata con il suo indirizzo a Freedom Press.

Questo è tutto. Continuerò a fare questo lavoro bello, brutto e indifferente, e magari scriverò un aggiornamento sul numero 208. Nel frattempo, se c’è qualcuno in giro che è capace di fare qualcosa di più intenso e provocatorio per una o più copertine, per favore si faccia vivo.

(da “Anarchy” n. 107, gennaio 1970)

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

Trackback from your site.

Leave a comment