Genova, di droga si muore

di Roberto D’Alessandro

In un torrido fine luglio genovese, mentre la città dibatte noiosamente su quanto sia opportuna l’iniziativa del “red carpet” nelle località turistiche della Liguria, un evento sembra scuotere le coscienze e riportare sui media il tema della droga. È la morte di Adele, una ragazza di sedici anni, che nel corso di una serata tra amici assume una dose di mdma (ectasy), viene colta da malore e crolla a terra vanificando ogni tentativo di rianimarla da parte dei soccorritori.

Quando muore una ragazza di sedici anni in queste circostanze, riparte sui media la catena di titoli caratterizzati da parole come “emergenza”, “allarme”, “dilagare del fenomeno”. E per esorcizzare l’angoscia di non trovare rapidamente una connessione tra causa ed effetto, prima ancora di capire cosa stia succedendo molti si prodigano alla ricerca di soluzioni, spesso troppo semplicistiche per affrontare il problema. La complessità del quale richiederebbe invece la costruzione di un sistema di risposte e interventi, che intercettino mondi diversi ma tra loro connessi come quello della formazione, dell’educazione, della cultura, del divertimento, delle relazioni intergenerazionali.

Se pur in lieve aumento rispetto agli anni precedenti, i decessi per assunzione o per overdose da sostanze stupefacenti si sono nel tempo ridotti numericamente. Può bastare questa fredda nota statistica a normalizzare un fenomeno, quello dell’uso e abuso di droghe da parte dei giovani e non, e a farlo scomparire dall’agenda delle priorità di una metropoli? Nell’arco di trent’anni le politiche e gli interventi legislativi in materia hanno dato voce alle diverse scuole di pensiero contrapposte tra proibizionismo e antiproibizionismo, tra educazione e repressione, tra aiuto e controllo, tra vizio e malattia. Ma se c’è una cosa che dovremmo aver imparato quando si parla di droga (e della morte drammatica di una sedicenne), è che la realtà è molto più complessa delle facili ricette o slogan che ci tranquillizzano e che ci fanno presumere di aver capito il problema, di avere la o le risposte.

Partiamo da una constatazione di fondo. Non possiamo scandalizzaci per il dilagare dell’uso o abuso di droghe di ogni tipo, in una società che ha consolidato nel tempo il modello del consumo come caratteristica identitaria del nostro tempo. Una società innanzitutto farmacodipendente, dove per ogni sintomo devo disporre immediatamente di un rimedio chimico che anestetizzi senza se e senza ma il dolore. La compulsione al consumo dilaga e ci trova vulnerabili e indifesi. Tutto, dal divertimento, allo shopping, è finemente orientato a farci consumare sempre di più, a illuderci di essere appagati riempendo il vuoto con oggetti invece che con relazioni vere e non solo virtuali.

Il poeta Riccardo Mannerini nel 1958 scriveva in una sua poesia: “Come potrò dire a mia madre/ che ho paura?/ La vita, il domani, il dopodomani/ e le altre albe/ mi troveranno/ a tremare/ mentre nel mio cervello/ l’ottovolante della critica/ ha rotto i freni/ e il personale è ubriaco./ Ho paura, tanta paura,/ e non c’è nascondiglio possibile/ o rifugio sicuro”.
Forse il nodo sta proprio nell’inconfessabile corollario di paure e fragilità che ci portiamo addosso, paure che proprio perché inconfessabili e inesprimibili prima o poi trovano la strada per esprimersi, talvolta in modo creativo e talvolta in modo distruttivo.

Negli anni Ottanta l’eroina falciava ogni anno a Genova decine di giovani. L’aids correlato all’uso promiscuo di siringhe mieteva altrettante vittime. La Liguria era ai primi posti in Italia in questa classifica. Ci siamo messi al lavoro, servizi sociali, sanitari, pubblico e privato insieme, iniziando proprio da dove queste cose succedevano. Dalla strada. Si chiamava “riduzione del danno” quella strategia che mirava a non nascondere o peggio reprimere un problema, ma a guardarlo in faccia senza giudizi, per quello che era e per quello che significava. Gli eroinomani faticavano a venire ai Servizi per le dipendenze? Morivano sulla strada? Non avevano ancora la spinta giusta, volevano cambiare solo alcuni comportamenti avvertiti come dannosi ma senza lasciare del tutto le sostanze? Allora andammo noi, operatori sociali, da loro, sulle piazze, con le Unità di strada. Sorretti da un’idea pragmatica e non ideologica: la gradualità e sostenibilità di interventi finalizzati in primis a far vivere (cioè non morire), quindi a consumare con meno rischi, poi a consumare meno fino all’obiettivo con la O maiuscola di non consumare. Una strada complessa e lenta come lento è il processo motivazionale che ti induce a cambiare una consuetudine che per molti versi riconosci anche piacevole. Incontrammo molte critiche. Si diceva che la riduzione del danno era una resa al consumo di sostanze. Non era così. Consegnare, ad esempio, una siringa pulita a un consumatore compulsivo di eroina che non aveva ancora deciso di smettere, non significava aiutarlo a drogarsi come molti pensavano, ma aiutarlo in quella particolare fase a modificare un comportamento dannoso, innescando una relazione che nel tempo lo avrebbe portato a chiedere ulteriori cambiamenti e anche ad accedere a un servizio di riabilitazione. Questa politica silenziosamente portò frutti. Molti consumatori di eroina si rivolsero ai servizi che avevano imparato ad abbassare la soglia di accesso, a ridurre le barriere e a favorire l’avvio di un cambiamento. La mortalità per overdose scese significativamente, le infezioni droga-correlate anche. Molti fattori contribuirono a questo risultato, certo, non solo le strategia sopra citate. Ma queste diedero un contributo fondamentale anche in termini di cambiamento culturale.

Si erano finalmente introdotte chiavi di lettura nuove che scardinavano analisi un po’ sclerotizzate sul perché della droga. Si parlava di approccio motivazionale, di sostenibilità e individualizzazione dei percorsi di recupero, di “educare e non punire”. Uno degli aspetti non trascurabili nell’approccio a chi usa una sostanza psicotropa è la perdurante ambivalenza di chi – più o meno consapevole dei rischi legati a un comportamento autodistruttivo – ne apprezza e ne insegue anche gli effetti piacevoli, ai quali non vuole e spesso non riesce più a rinunciare. È il momento in cui un elemento chimico introdotto nel tuo corpo riempie vuoti ma nel contempo apre voragini. Se nella lettura della dipendenza o del consumo di sostanze non si assume la categoria dell’ambivalenza non si riesce a capire l’intimo quotidiano tormento, la lotta, la battaglia vissuta tra fughe, sensi di colpa, facili e fugaci onnipotenze e altrettanto rapidi fallimenti e frustrazioni. Ogni giorno si deve fare i conti con l’oscillazione dell’asticella del limite, che se ieri marcava il territorio oltre il quale non volevi spingerti, domani viene archiviato come un nuovo gradino verso l’alto o verso il basso, dipende dai punti di vista. Ci rendemmo allora, e ci rendiamo conto ora, di come non basti affatto affermare frasi di principio come “drogarsi fa male, ti uccide”, le stesse che paradossalmente scriviamo a caratteri cubitali sui pacchetti di sigarette. Occorre favorire occasioni di dialogo, di incontro tra mondi che non si giudichino ma si confrontino, favorire quella capacità di soppesare i pro e i contro dei propri comportamenti, l’impatto delle proprie emozioni e dei vissuti profondi che sostengono un atto auto e spesso etero lesivo.

Le politiche di contrasto al fenomeno droga in Italia hanno risentito di spinte e pressioni di diversa natura e sono spesso rimaste incompiute, pur avendo aperto la strada a un sistema che tenta di coniugare la prevenzione con la cura e la riabilitazione. Ma è ancora troppo poco. Il problema è troppo vasto e complesso e spesso si preferisce nasconderlo dietro il prevalere di logiche contenitive. Le carceri sono piene di tossicodipendenti. Certo il “controllo” è importante, ma deve essere assunto come l’altra faccia inseparabile dell’aiuto. Le misure alternative esistono. ma la loro applicazione perché funzionino (e non servano solo a dare sollievo alle strutture carcerarie e trattamentali) è legata a risorse troppo spesso insufficienti.

Un felice slogan recitava che “la politica sociale è la migliore politica penale”. Qui sta il punto. Le politiche sociali sono spesso la cenerentola nei programmi amministrativi, soggetti a tagli crescenti e visioni parziali. La prevenzione, vero asse portante di queste politiche, sappiamo come paghi poco in termini meramente elettoralistici in quanto produce risultati a medio/lungo termine, ben oltre i confini dei mandati amministrativi. La riabilitazione e il reinserimento lavorativo cozzano contro un mercato del lavoro che nella sua involuzione dell’ultimo decennio fatica a fare accedere le cosiddette “fasce deboli”. In sintesi cambiano le sostanze ma i concetti di fondo rimangono invariati. Anche l’educativa di strada, rappresentata in questo caso dalle Unità di strada o dai Drop in, andrebbe valorizzata e rinforzata. A Genova come in altre città gli operatori di strada sono spesso presenti nei luoghi della movida, o accanto ai rave come presenza finalizzata ad aprire un dialogo, a fare breccia, ad affrontare senza tabù la questione sostanze, siano esse legali o illegali. Ma non fanno notizia.

Forse da troppo tempo è calato il silenzio anche e soprattutto culturale e istituzionale sul problema. Non appare più una priorità. Troppo faticoso affrontarlo davvero senza mettere in discussione il modello consumistico nel quale affoghiamo tutti? Troppo imbarazzante ammettere la sconfitta di tutti dietro la morte di una sedicenne?

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

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