Dal Sud Sudan

di Daniele Moschetti

Daniele Moschetti è missionario comboniano. Da sei anni provinciale della congregazione del Sud Sudan.

Qualche giorno fa, Amnesty international, l’organizzazione non governativa che si occupa di monitorare i diritti umani in giro nel mondo, ha stilato un report sulle atrocità che il conflitto in Sud Sudan ha causato a milioni di persone. Il 9 luglio 2017, abbiamo celebrato il 6° anniversario della nascita di questo nuovo stato, ma quasi quattro di questi anni sono stati passati dalla popolazione nella guerra civile, che ha visto milioni di rifugiati all’estero, quasi la totalità nei paesi vicini, e migliaia di morti dei quali non si saprà mai il numero preciso. Fame, colera e gruppi ribelli di varie etnie sono il frutto delle continue divisioni interne al paese, dell’esercito governativo e anche dei ribelli stessi che lottano contro il presidente Salva Kiir. Prendo spunto proprio da questo report per informarvi e cercare di condividere con voi il dramma di un popolo sempre più alla deriva e abbandonato da tutti, anche da una comunità internazionale molto confusa, che invece di intervenire con misure decise, tergiversa a causa dei propri interessi politici e economici nella zona,oltre che a causa di strategie regionali e di alleanze geopolitiche.

Amnesty ha denunciato che un nuovo fronte del conflitto del Sud Sudan ha causato atrocità, terrore e fame e costretto nell’ultimo anno centinaia di migliaia di persone ad abbandonare la fertile regione dell’Equatoria.

Le ricercatrici di Amnesty hanno visitato la zona nel mese di giugno 2017, documentando come le forze governative ma anche quelle dell’ opposizione abbiano commesso crimini punibili secondo il diritto internazionale, compresi quelli di guerra, contro la popolazione civile.

Queste atrocità hanno costretto alla fuga verso l’Uganda quasi un milione di persone. A questo numero, dobbiamo poi aggiungere i milioni di persone già fuggite negli anni precedenti verso il Sudan, il Kenya e l’Etiopia. Dopo aver combattuto negli stati del Nord del Sud Sudan tra i Nuer, ora il conflitto si è trasferito verso sud ovest nelle regioni più ricche di acqua, terreno fertile e foreste, cioè nell’Equatoria.

“L’aumento delle ostilità nella regione di Equatoria ha significato brutalità ancora più diffuse contro i civili. Uomini, donne e bambini sono stati uccisi, pugnalati a morte coi machete e bruciati vivi nelle loro abitazioni. Donne e bambine sono state rapite e sottoposte a stupri di gruppo”, ha dichiarato Donatella Rovera, Alta consulente di Amnesty per le risposte alle crisi, appena rientrata dal Sud Sudan.

“Abitazioni, scuole, ambulatori e sedi delle organizzazioni umanitarie… tutto è stato razziato, vandalizzato e raso al suolo. Il cibo è usato come arma di guerra”, ha accusato Rovera. E continua:
“Queste atrocità sono ancora in corso. Centinaia di migliaia di persone che solo un anno fa si sentivano al riparo dal conflitto, ora sono sfollate”. Per quasi tre anni, la regione dell’Equatoria, nella parte meridionale del Sud Sudan, era stata risparmiata dal conflitto esploso nel 2013 tra le forze dell’Esercito popolare di liberazione del Sudan fedeli al presidente Salva Kiir e quelle legate all’allora vicepresidente Riek Machar.

Intorno alla metà del 2016, sia le forze governative sia quelle di opposizione si sono dirette verso Yei, centro strategico di 300mila abitanti, 150 chilometri a sud-ovest della capitale Juba, lungo un’importante arteria commerciale che si snoda verso l’Uganda e la Repubblica Democratica del Congo.

Le forze governative, appoggiate da milizie locali tra cui la famigerata e impunita “MathianAnyoor” (composta per lo più da giovani combattenti di etnia dinka), si sono rese responsabili di una lunga serie di violazioni dei diritti umani. Sebbene su scala minore, anche i gruppi armati di opposizione hanno compiuto gravi abusi.

Numerosi testimoni oculari dei villaggi intorno a Yei, hanno raccontato ad Amnesty come le forze governative e le milizie loro alleate abbiano ucciso numerosi civili in modo deliberato e con accanimento.

In uno di questi casi, la sera del 16 maggio i soldati hanno arrestato undici uomini del villaggio di Kudupi, nei pressi del confine ugandese. Hanno costretto otto di loro a entrare in una capanna, ne hanno chiuso la porta, hanno appiccato il fuoco e sparato alla cieca. Secondo quattro dei sopravvissuti incontrati da Amnesty , due dei prigionieri sono arsi vivi e altri quattro sono stati uccisi dai proiettili.

Joyce, una madre di sei figli del villaggio di Payawa, ha raccontato quanto accaduto il 18 maggio, quando suo marito e altri cinque uomini sono stati uccisi dai soldati: “Era la quinta volta che l’esercito attaccava il villaggio. Le volte precedenti si erano presi delle cose, avevano portato via degli uomini per torturarli e delle ragazze per stuprarle, poi le avevano liberate. Lo hanno fatto anche a Susie, la nipote di mio marito, di 18 anni. Era il 18 dicembre scorso”.

Il 21 maggio 2017 nove abitanti del villaggio di Gimuni sono stati rapiti dai soldati. La polizia locale ha ritrovato i loro corpi, segnati dai colpi di machete, intorno alla metà di giugno. Com’è normale, quando i soldati uccidono dei civili, nessuno è stato chiamato a risponderne.

Gli attacchi contro i villaggi da parte delle forze governative paiono spesso motivati dal desidero di rappresaglia contro le forze armate di opposizione attive nella zona. I combattenti dell’opposizione hanno a loro volta compiuto uccisioni deliberate di civili sospettati di parteggiare per il governo o per il solo fatto di essere di etnia dinka o rifugiati provenienti dai monti Nuba, ritenuti dalla parte del governo.

Con l’intensificazione dei combattimenti, il numero dei rapimenti e degli stupri di donne e bambine è cresciuto vertiginosamente. “Il solo modo di essere al sicuro per donne e ragazze è quello di essere morte. Non c’è modo di esserlo fino a quando sei viva. È brutto da dire ma la situazione è questa…”, ha detto Mary, 23 anni, madre di cinque figli. 

Nell’aprile 2017, tre soldati hanno fatto irruzione nella sua abitazione in piena notte e due di loro l’hanno stuprata. Lei si è trasferita in un’altra abitazione abbandonata, ma una notte uno sconosciuto ha appiccato il fuoco, costringendo la famiglia a fuggire ancora una volta.
Le donne rischiano di essere stuprate soprattutto quando, a causa della scarsità del cibo e dei continui saccheggi, vanno a cercare qualcosa da mangiare nei campi intorno ai villaggi.
Sofia, 29 anni, ha raccontato di essere stata rapita due volte dai gruppi armati di opposizione. L’hanno tenuta prigioniera insieme ad altre donne per un mese la prima volta, e per una settimana la seconda, stuprandola ripetutamente in entrambe le occasioni, sebbene supplicasse di essere risparmiata in quanto madre di tre figli e vedova di un uomo ucciso dalle forze governative. In seguito, Sofia è fuggita a Yei dove ha grande difficoltà a procurare da mangiare alla sua famiglia.

L’accesso della popolazione civile al cibo è estremamente limitato. Sia il governo sia i gruppi di opposizione hanno bloccato le forniture in determinate zone, si dedicano a saccheggiare i mercati e le abitazioni private e prendono di mira chi prova a passare lungo la linea del fronte anche con una minima quantità di cibo. Ognuna delle parti accusa i civili di passare cibo a quella avversa o di essere sfamata da questa.

A Yei, dove la maggior parte degli abitanti è fuggita nel corso dell’ultimo anno, i pochi civili rimasti sono praticamente sotto assedio. Non potendo più andare in cerca di cibo nei campi, soffrono per la grave penuria di prodotti alimentari. 

Il 22 giugno le Nazioni Unite hanno ammonito che l’insicurezza alimentare ha raggiunto livelli senza precedenti in Sud Sudan. “È crudelmente tragico che questa guerra ha trasformato il granaio del Sud Sudan, che un anno fa poteva sfamare milioni di persone, in un campo di morte che ha costretto quasi un milione di persone alla fuga in cerca di salvezza”, ha commentato Joanne Mariner, Alta consulente di Amnesty per le risposte alle crisi.

“Tutte le parti in conflitto devono riprendere il controllo dei loro combattenti e cessare immediatamente gli attacchi contro i civili che sono protetti dalle leggi di guerra. I responsabili delle atrocità, in qualsiasi parte militino, devono essere sottoposti alla giustizia. Nel frattempo è fondamentale che i peacekeeper delle Nazioni Unite eseguano il loro mandato che è quello di proteggere i civili dalla carneficina in corso”, ha concluso Mariner.

Ma noi missionari e la gente, sappiamo benissimo che molto spesso queste parole non vengono ascoltate, né dai soldati né da chi ha il dovere di mettere in pratica questo mandato fondamentale per la sicurezza e per la protezione dei civili in Sud Sudan. Troppi. in questi 4 anni, sono stati gli esempi di superficialità e di mancato intervento da parte dei soldati delle Nazioni Unite e del governo al fine di proteggere i cittadini dagli assalti provenienti da entrambe le parti. Le testimonianze che abbiamo letto in queste righe, ne sono la prova.

E noi Comboniani, dopo la mia partenza agli inizi di gennaio, qualche giorno dopo abbiamo perso un’altra missione, LominKajoKeji, caduta nelle mani dei ribelli prima e dei governativi poi. Saccheggiata e totalmente distrutta;una delle migliori missioni organizzate della nostra provincia sud sudanese e, come riporta il report di Amnesty nella zona più fertile e pacifica degli ultimi anni, ora messa a fuoco e fiamme. I nostri confratelli e sorelle Comboniane hanno deciso di seguire la gente che si è trasferita in massa nei campi di rifugiati in Uganda. La vita là è veramente dura, non ci sono i servizi necessari per poter vivere ma nemmeno per sopravvivere. Quando si hanno milioni di rifugiati da gestire, il problema umanitario è grande per tutti. La speranza non è morta, continua a vivere dentro queste persone che lottano quotidianamente per sopravvivere con la voglia di riscatto e di ritornare un giorno alla loro terra.

È troppo semplice descrivere il conflitto nel Sud Sudan come esclusivamente etnico. La lotta per il potere, la corruzione, la pessima gestione della leadership militare, politica, delle risorse e la mancanza di libertà di base, sono situazioni reali che complicano fortemente il conflitto. Le divisioni etniche sono rimaste una caratteristica costante della società sud sudanese per molti decenni. In passato, hanno indebolito la loro lotta per la liberazione e questo, è un fattore importante all’interno dell’attuale guerra civile. La ricca diversità etnica di questo bellissimo paese dovrebbe essere causa di celebrazione, non di sofferenza. 

La gente in questo conflitto civile così violento ha una profonda necessità: la sicurezza. Il conflitto civile – qualunque sia la sua origine politica – è spesso guidato da tale necessità, in quanto gruppi o leader tentano di assicurarla attraverso forze dirette e violente contro gruppi e leader dai quali si sentono minacciati.

La necessità di sentirsi al sicuro è una necessità primaria, tanto quanto la necessità di acqua, cibo e di un posto per poter vivere in pace. Questa necessità comprende non solo la sicurezza fisica, ma anche la sicurezza degli interessi economici (terre), politici (potere), legali (diritti e titoli) e dell’identità (appartenenza e status). Tali aspetti “diversi”, spesso si combinano insieme, rendendo più difficile risolvere le controversie o il conflitto come sta avvenendo in questi ultimi anni.
Quando un gruppo percepisce che è minacciato, la risposta è quella di riunirsi e di ritrarsi dall’altro gruppo percepito come minaccioso. Il risultato è che, una volta che le persone si vedono minacciate, questo fatto influisce negativamente sul pensiero, sul sentirsi al sicuro e sulle azioni compiute verso gli altri. Questo, a sua volta, influenza come gli altri li percepiscono, creando così una divisione e aumentando il livello di minaccia. Inoltre, si riducono i sentimenti di identità condivisa, si rafforza l’identità di sottogruppi basati sui clan e sull’etnia, scompare la fiducia tra le persone e si apre la strada alla violenza. Tutto questo, perché la gente cerca di trovare la sicurezza che non possiede se non all’interno e attraverso il proprio sottogruppo.

In Sud Sudan, alcuni politici sfruttano le divisioni etniche per aumentare le loro ambizioni e ricchezze. Alcuni leader della comunità, personaggi notevoli e capi di famiglie, hanno anche un ruolo importante nel diffondere messaggi divisivi. Le comunità opposte rileggono e riportano fatti e narrazioni differenti e contrastanti del passato. Abbiamo storie concorrenti del Sud Sudan, nelle quali la colpa è attribuita ad alcune comunità mentre altre sono assolte da qualsiasi colpa.
Bisogna utilizzare questo bisogno e desiderio di profonda necessità di sicurezza e trasformarlo in una spirale positiva che porti all’unità e alla stabilità. Bisogna cercare di individuare e comunicare un’alternativa alla sicurezza tribale o clanica, al fine di vincere il sostegno pubblico e politico generale e al tempo stesso, esporre le contraddizioni e le insufficienze intrinseche dell’approccio clanico o tribale alla creazione della sicurezza. Nel fare questo, si cerca di costruire la forza continua dell’identità nazionale, degli interessi reciproci e della comunione reciproca. Bisogna educare e creare una cultura nazionale che promuova invece uno stato che difenda l’identità e gli interessi di tutti, creando un’identità nazionale.

Bisogna utilizzare un linguaggio di pace e di solidarietà da parte di chi media e aiuta a ricostruire il tessuto sociale nazionale e locale e bisogna, inoltre, ripristinare la fiducia tra i leader politici e militari, senza i quali non è possibile giungere a un accordo politico. Certamente deve entrare nelle menti e nei cuori dei politici, militari e cittadini, che io sono sicuro e posso vivere meglio, se e quando, anche l’altro mio vicino è sicuro.

Questo anelito ha lo scopo di informare e modellare il pensiero di politici, militari, formatori, leader civici, capi di famiglie, giovani e vecchi. Può essere usato dai mezzi di comunicazione e dal passa parola effettuato attraverso le organizzazioni della società civile, attraverso, i politici – sia al governo sia all’opposizione -, attraverso i leader civili e le altre comunità. Può essere comunicato non solo attraverso parole, ma anche attraverso i simboli e con le azioni di cittadini di ogni livello: quartiere / comunità, locale, stato e governo nazionale, società civile, chiese e moschee. Comprende tutti poiché necessita di tutti, al fine di rassicurare la collettività nei confronti di un futuro comunitario e che non sia solo appannaggio di pochi.

Certamente bisogna lavorare molto sul concetto che soltanto quando tutti si occupano di sicurezza erispetto reciproco e cadono i livelli di minaccia, c’è una maggiore sicurezza per tutti e lo spazio e gli incentivi per l’estremismo si restringono, mentre quelli per la cooperazione si alzano. Ciò offre una reale speranza di fine dell’insicurezza e della divisione e di ritorno alla stabilità e all’unità. Tutto il resto dipende da questo: posti di lavoro e prosperità, educazione e sanità, cessazione della corruzione, trasformazione di servizi pubblici che forniscano un governo e una giustizia adeguati.
È un lavoro paziente, snervante, difficile e continuo ma che potrebbe offrire un futuro determinato dalla mutua preoccupazione e dal rispetto, invece che dal conflitto e dall’instabilità. Non richiede che alcun sud sudanese ceda i propri diritti o rinunci a lottare per ciò che è giusto. Al contrario, può contribuire a creare un’atmosfera politica che favorisca l’effettiva risoluzione delle controversie.

Dopo tutto, in aria di conflitto, la verità diventa distorta rendendo le possibili risoluzioni ostiche. Preziose vite di giovani, scarse risorse e preziose opportunità di sviluppo sono sprecate. Tutti si sentono impotenti davanti all’insicurezza, anche gli avversari, ma cercando di lavorare sulla realtà di una sicurezza importante per il singolo quanto per la comunità, fornisce un raro strumento per trovare nuove vie alla pace. Quindi, se uno si sente al sicuro, anche l’altro si sente al sicuro; solo così si costruisce la pace. Sarà fattibile e ci sarà la giusta fiducia tra militari, politici, etnie diverse, giovani e adulti? Non lo sappiamo ancora, ma c’è speranza. La strategia può essere buona ma ci vogliono cambiamenti nei cuori e nelle menti. È ancora lungo il cammino verso le guarigioni dai traumi e dai ricordi di milioni di persone che hanno vissuto guerre negli ultimi 40 anni. . Ma tutto è possibile, e dobbiamo crederci mettendoci al servizio in vari modi e su vari piani. Il governo ha lanciato qualche mese fa un’iniziativa intitolata National Dialogue (dialogo nazionale) all’interno della quale si vogliono coinvolgere anche i ribelli; purtroppo, questa iniziativa non sta funzionando perché tutto è nelle mani del governo stesso e del presidente Kiir. Ci vuole un gruppo neutrale e non di parte affinché ci si possa davvero mettere attorno a un tavolo con le molte controparti. Ed è anche necessario che sia davvero un’iniziativa globale e capillare all’interno della quale siano tutti veramente coinvolti in vista di un reale cambiamento di cuore, mente e sentimenti.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

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