Cosa significa utopico

di Paul Goodman

Paul Goodman ha risposto ad alcune domande che gli hanno posto Roger Barnard, Bob Overy e Colin Ward.

Molte persone sembra che ti vedano come un “pensatore utopico”, e infatti uno dei tuoi libri si intitola Utopian essays and practical proposal (Saggi utopici e proposte pratiche). Eppure, da quel che so, mi sembra che tu ti sia definito più volte come un “pragmatista”. È una contraddizione, o a te non sembra?

Dunque, non sono un utopista in nessun senso convenzionale del termine. In ogni caso, le persone che usano la parola “utopico” generalmente la impiegano come una parolaccia, non vi sembra? Utopico significa che non vogliono farlo davvero! Capisci, non gli sta veramente a cuore, hanno altri interessi. Se per utopico intendiamo che qualcuno possiede alcune grandi nozioni preconcette su ciò a cui il mondo dovrebbe assomigliare, e vuole imporle agli altri come il loro scenario, io penso che questo sia fascismo, e non mi interessa.

Ci sono in realtà davvero tante cose che nella situazione attuale potrebbero essere fatte molto meglio, in modo molto meno costoso e molto più semplice. In genere questo richiede un atto di volontà, o potere politico. Ora, come acquisire il potere politico per fare cose anche molto piccole, come prendere il denaro che viene impiegato per finanziare il sistema scolastico pubblico di New York e dividerlo tra migliaia di piccole scuole indipendenti? Ciò funzionerebbe molto meglio di come funziona attualmente, non costerebbe di più, non necessiterebbe di più insegnanti, eccetera… Non c’è niente di “utopico” in questa idea, tranne il fatto che… non verrà realizzata!

È una questione di potere. Naturalmente è anche una questione di azione politica. Ora, io non capisco niente di politica. Quindi, piuttosto, posso dire al professionista: guarda, questo è il modo per farlo, adesso fallo. E lui dice: ma ci vuole potere… Certo che ci vuole. Quindi, fai in modo di procurartelo!.

C’è un altra cosa che uso fare, una specie di trucco. Gli americani – e sono abbastanza sicuro che valga per tutti paesi ad alta tecnologia – sono assolutamente convinti che il modo in cui le cose vengono fatte attualmente sia inevitabile, e che null’altro può essere tentato a causa della complessità delle tecnologie moderne, l’urbanizzazione galoppante, l’esplosione demografica, la crescita del Terzo mondo, eccetera. È una convinzione errata. Quindi, per cercare di ammorbidire psicologicamente un po’ gli americani, sono abbastanza pronto a farmi venire in mente una mezza dozzina di idee bizzarre su qualsiasi argomento. Come dire: pensi che questo sia l’unico modo possibile? Non è così: si può fare anche in questo altro modo, guarda, o in quell’altro ancora, vedi? In realtà queste idee non mi importano tanto di per sé, quanto politicamente: mi piace inventarne di interessanti. Ma psicologicamente, il punto è mostrare, per esempio, che questa eccessiva centralizzazione non è necessaria, e che non mantiene neanche la sua promessa di efficienza. Mi sforzo di inventare dei piccoli modelli, senza che ciò voglia necessariamente essere un invito ad applicarli. È come dire: guarda, pensaci su un pochino.

Naturalmente, ciò a volte ha delle conseguenze. Pensiamo per esempio al movimento Student for a democratic society: il suo documento fondativo, il Manifesto di Port Huron, era preso quasi interamente di peso da un paio di miei libri. Ma ci ritroviamo anche alcune idee decentraliste, e non sono esattamente le mie. Le loro sono idee specifiche per una situazione, come è giusto che siano. Se si vuole capire come organizzare il welfare in qualche piccola città americana, più che la teoria e il pensiero a priori bisogna guardare alle persone e a ciò che è necessario. Ma il fatto che si possa agire in modo decentrato, questo è probabilmente ciò che ho insegnato loro. Prendere molte delle mie idee letteralmente, seriamente, come qualcosa da realizzare effettivamente, questo sarebbe “utopistico”. Questo è ciò che non mi interessa. Anzi, penso che sia sbagliato prenderle alla lettera, infliggerle alle persone. Mi spiego?

Sì. Quindi tu ti vedi più come una sorta di catalizzatore, di attivatore?

Sì, è così. Ma poi ci sono tante altre cose che sono davvero terribilmente semplici, e bisogna solo farle. Ad esempio, pendiamo il nostro teatro Off-Broadway a New York. Sapete, per un periodo, quando c’erano Julian Beck e Judith Malina, era il più fantastico dei teatri. Ma ce lo siamo inventati tutto noi. Io e Julian ci siamo detti: ok, non possiamo avere un teatro, useremo qualche altro posto. Julian, che è molto intraprendente, ha trovato un vecchio grande magazzino. Ok, dobbiamo ristrutturarlo. Così siamo andati tutti laggiù, ci abbiamo lavorato noi stessi, abbiamo messo un mattone sopra l’altro, ed è diventato il Living theatre. Cosa c’è di “utopico” in tutto questo? Molta gente avrebbe detto: è impossibile, con tutta la pressione commerciale dei teatri di Broadway, e roba del genere. Ma sono tutte balle. Non è impossibile, niente affatto. Se ne parliamo, è “utopico”. Se prendiamo e lo facciamo, non è per niente “utopico”.

Cosa pensi dell’idea che questo tipo di progetti fai-da-te sia, nel suo piccolo, un modo per minare le strutture di potere?

Bé, penso che usarli per questo scopo sia totalmente sbagliato: ogni cosa va fatta per se stessa. Come ha detto Lawrence: facciamo la rivoluzione per divertimento, e nient’altro. Questo per dire che io non voglio usare i ragazzi emarginati del Lower East Side per minare il sistema, voglio che abbiano un’educazione, punto. Poi, se accade che il processo educativo mini il sistema, tanto meglio. Penso che ogni altro modo di procedere sia fasullo. Sacrificare il tempo e le menti delle persone, i loro talenti ed energie, i bambini e tutto il resto, per i propri scopi, o per qualsiasi maledetto scopo che non sia quello delle persone stesse, è totalmente sbagliato. In ogni caso, lasciatemi dire che la situazione è tale che chiunque faccia qualsiasi cosa sensata oggi in America sta facendo qualcosa di rivoluzionario. Qualsiasi cosa! È così!

Ma dobbiamo vedere anche un altro aspetto. Se prendiamo qualcosa come la guerra in Vietnam, per esempio, dove stiamo seminando tra la gente il tormento e la pazzia, allora dobbiamo impegnarci perché tutto ciò finisca. Che è uno strazio, eppure dobbiamo farlo. Non possiamo continuare a permettere che i piloti sgancino bombe sulla testa di questi poveri cristi. Non c’è assolutamente niente di divertente nel bruciare una cartolina precetto, nello starsene in prigione, o nel farsi rompere la testa durante un picchetto. Ma non c’è altra scelta. Mi capite?

Sono questioni diverse: se intraprendiamo qualche iniziativa, lo facciamo per la cosa in sé, e se è una buona iniziativa contribuirà necessariamente alla costruzione di un mondo migliore. Dall’altra parte, quando sta accadendo qualcosa di infernale, come la guerra in Vietnam, dobbiamo fermarla. Questo è il punto cruciale di Errico Malatesta. Se solo ci lasciassero in pace, ce ne staremmo tranquilli. Ma non vogliono lasciarci in pace! A proposito, Malatesta ha colto con chiarezza l’equilibrio molto delicato che riguarda la violenza: se ci lasciassero in pace, noi non saremmo violenti. Ma non mollano la presa, insistono a usare le nostre tasse per le bombe. Noi non lo vogliamo, e quindi non paghiamo le tasse. Io sono un obiettore fiscale, ma siamo troppo pochi.

Il potere dovrebbe sempre essere proporzionato a una funzione specifica. La situazione peggiore è quando ci sono delle sedi astratte che esercitano il potere su diverse funzioni. Il potere dovrebbe essere molto strettamente legato a ciò che è necessario per svolgere una funzione. Ciò significa che se io voglio degli spazi per fare teatro, attività, riunioni scolastiche o cose del genere, ho bisogno di quel tanto di potere che mi permette di avere accesso a questo spazio quando lo uso, e non di più. E quando non lo uso, non dovrei avere nessun potere su di esso. Non so spiegarmi meglio di così.

E a proposito della possibilità di erodere il potere di chi lo detiene?

Se impediscono a una funzione naturale di svolgersi, cosa che accade spessissimo, allora è necessario erodere il loro potere. Non c’è altra scelta. Se non lasciano che la vita prosegua, bisogna fermarli. Ma naturalmente ciò non significa che devi prendere il loro posto di potere. Significa liberarsi del loro potere in modo che ognuno ne abbia la parte più piccola possibile.

Ciò equivale a erodere il loro potere con la propria libertà, ed estendere le sfere di libera azione fino a che, possibilmente, esse vengano a costituire la gran parte della vita sociale?

Sì, questo è un altro modo di dirlo, ma in sostanza di quello che fanno non me ne frega niente, basta che non si mettono ad ammazzare i contadini.

(“Anarchy” n. 85, marzo 1968)

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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