C’era una volta il San Michele

di Vittoria De Palma

illustrazione di Simone Massi

Nel secolo XVI Tommaso Odescalchi raccolse i fanciulli poveri e diede origine all’Ospizio di San Michele, che fu ingrandito da Innocenzo XII. Nell’Ospizio erano raccolti fanciulli abbandonati che venivano mandati nelle botteghe delle città dove si istruivano nelle arti meccaniche. Secondo quanto riferisce il Morichini, (Degli istituti di pubblica carità e istruzione primaria, Roma 1842, vol. II), “videsi che ciò non tornava a vantaggio del buon costume, onde si stimò meglio intrattenerli in casa medesima e introdurre lavori grossi detti romaneschi, e questa fu la prima origine del lanificio dell’Ospizio Apostolico”. Riferisce inoltre il Morichini che in questo ospizio fu installata per la prima volta in Roma una pompa idraulica, che fu anche la prima macchina che apparve in Roma: ciò fu dovuto al cardinale Antonio Tosti, il quale ha dato il nome alla via dove oggi è situata la nuova sede.

Ecco com’era organizzata a quel tempo la “comunità dei ragazzi”, sempre secondo ciò che ne dice il Morichini: “La comunità dei ragazzi è come abbiamo veduto la prima che stanziasse a San Michele. Innocenzo xii voleva che codesti fanciulli fossero tutti orfani e giungessero sino a 300, quanti però non sono stati giammai. Dugento or sono gli alunni divisi in sei camerate, secondo l’età, che prendono il nome dai loro santi e protettori e sono S. Michele, S. Francesco Saverio, S. Filippo, SS. Pietro e Paolo, S. Carlo e SS. Innocenti. Ciascuna camerata ha un prefetto chierico o sacerdote, o due sottoprefetti chiamati decurioni, che si scelgono fra i giovani medesimi più savi e maturi. Un sacerdote rettore ha cura della disciplina dell’intera comunità. Per esservi ammessi debbono essere orfani, romani, o almeno dello Stato, e non superiori ai dodici anni. Alle volte si ammettono fanciulli con la tenue pensione mensuale di scudi 4 e mezzo, poiché le rendite dell’Ospizio non sarebbero sufficienti a mantenere numero sì grande. Il vitto che essi hanno è il medesimo sopra accennato, con l’aggiunta di quattro once di pane pei maggiori di età. Il letto si compone di un paglione, guanciale di lana, un paio di lenzuoli, due coperte di lana, tavole di castagno e panche di ferro. Vestono nell’Ospizio, quando sono ai lavori, di calzoni e camiciuola di panno nell’inverno, e nell’estate d’un tessuto di filo e cotone che dicesi rigatino. Nell’uscir usano d’una veste talare di saio nero con fascia. Tutte le biancherie e vesti sono numerate perché a ciascuno tocchino sempre le medesime e sia tenuto alla loro conservazione. È permesso agli alunni l’andare qualche volta a desinare coi propri parenti per serbare i vincoli di famiglia. Nei giorni festivi escono a diporto per camerate, due a due, guidati dal proprio prefetto. In una vigna fuori la Porta Portese, che è forse quella lasciata da monsignor Odescalchi, conduconsi alle volte a prendere un po’ di onesto sollazzo. I giovani si istruiscono nelle arti meccaniche o nelle arti liberali. Nell’interno dell’Ospizio medesimo sono stabilite le officine di stampatore, legatore di libri, sarto, calzolaio, cappellaio, lanaio, tintore, sellaio, falegname, ebanista, ferraio e metalliere. Per le belle arti si han gli arazzi, in figura e in ornati (unica fabbrica che v’abbia in tutta l’Italia), l’intaglio in legno, l’ornato, la pittura, la scultura, l’incisione in rame di ornato e figura, in camei e medaglie…”.

Il Morichini aggiunge che l’Ospizio è “una vera scuola politecnica, un vero conservatorio d’arti e mestieri, aperto dal genio dei Pontefici un secolo avanti che lo avessero le più colte nazioni d’Europa”.

Se ora ci volgiamo alla situazione attuale, vediamo come, tranne la figura moderna dell’assistente sociale, nulla sia sostanzialmente cambiato negli ultimi 400 anni. La nuova sede dell’Istituto San Michele è situata subito dopo il quartiere Garbatella. Anche se a prima vista il complesso sembra vasto e spazioso, gli interni appaiono al visitatore angusti e freddi. L’architettura è quella di pessimo gusto dell’epoca fascista: grandiosità vuota ed esteriore, atmosfera da caserma. L’Istituto è squallido nell’aspetto, e guardandolo ho pensato al senso di tristezza che dovranno provare i bambini accompagnati la prima volta all’Istituto: una tristezza che ho visto dipinta sui loro volti quando ho visto questi bambini, stanchi e malvestiti, eseguire comandi militareschi nel cortile.

L’Ospizio assiste orfani di uno o ambedue i genitori, e anche i non orfani, ma in stato di bisogno. Gli accertamenti e l’indagine familiare vengono condotti tramite l’assistente sociale. Per essere ammessi bisogna aver compiuto i sei anni e non aver superato gli undici. Sono accolti bambini d’ogni parte d’Italia, ma prevalgono i romani. Inoltre per essere ammessi è necessario che i bambini siano sottoposto a un controllo medico. Le segnalazioni per il ricovero vengono fatte da vari enti, quali l’Onmi, l’Enf, l’Ufficio Illegittimi, l’Onog, l’Ufficio Ricoveri Prefettura, e qualche volta per segnalazione delle stesse famiglie. L’Ospizio San Michele non è tenuto ad accettare senz’altro le domande dei vari enti, ma non può esimersi dall’accettare i casi proposti dal Ministero degli interni. Spesso chiedono il ricovero anche altri istituti, ma anche per questi ci sono riserve di accettazione, soprattutto perché i ragazzi di questi ultimi sono dei disadattati, dei quali ci si vuole liberare. Il numero attuale dei ragazzi ricoverati nell’Istituto San Michele è di 464 maschi, 100 bambine: inoltre nella vecchia sede c’è un gerontocomio che ospita 130 vecchi e un pensionato per gli ex-allievi. La struttura gerarchica nell’ospizio è la seguente: direttore, vice-direttore, tre capi-istitutori e gli istitutori. I capi-istitutori sono responsabili di 4-5 gruppi di ragazzi: ogni gruppo di 40 corrisponde alla sezione scolastica ed è sorvegliato da un istitutore. In genere gli istitutori sono studenti universitari che sentono poco o nulla il difficile e delicato compito loro affidato: unico motivo per cui accettano questo mestiere è la modestissima paga che servirà loro per mantenersi agli studi. Durante la visita ne abbiamo incontrati alcuni, dall’aria davvero poco entusiasta. I più piccoli vengono affidati alle suore: si evita in modo più assoluto la promiscuità. I ragazzi dopo le elementari vengono avviati alla scuola tecnica. I più capaci, e sono pochissimi, frequentano le scuole media e superiore: ma in generale si arrestano alla licenza media inferiore, dopo di che vengono avviati al lavoro nel quale intendono specializzarsi. Nell’Istituto c’è una panetteria, una officina, una falegnameria, una marmoristeria (che è in fallimento perché un’arte che i ragazzi sentono molto poco in una società tecnicizzata, e pertanto è in progetto la sua sostituzione con una scuola di fotografia). Attualmente gli addetti alle officine sono 60, così ripartiti: 30 nel nuovo comprensorio, 20 nel vecchio, 10 sparsi nella città in officine private. Col trasferimento dell’Ospizio nella nuova sede si è ritenuto opportuno mutare sistema nella organizzazione delle officine, cioè si è pensato che mandare il ragazzo nelle officine private avrebbe favorito i rapporti tra i ragazzi e il mondo esterno. La stessa cosa si è pensata per la scuola, che è stata aperta anche agli esterni ai fini di facilitare lo stesso rapporto. I ragazzi della officina-scuola non prendono alcun compenso. Gli apprendisti ricevono una cifra veramente irrisoria, che va dalle 8 lire alle 14 lire orarie, in più hanno una regalia settimanale. L’Istituto prende dall’allievo lire 500 mensili che versa sul libretto personale del ragazzo. A 18 anni i ragazzi vengono dimessi e per questi da qualche anno funziona un pensionato dove pagano dalle 10 alle 15mila lire mensili. Resta da vedere che ne è dei bocciati che non hanno familiari.

I finanziamenti dell’Istituto provengono in parte da beni immobiliari (nel complesso irrisori) dell’Istituto stesso, e in parte cospicua dal Ministero degli interni, con assegni fissi. La concessione e il suo ammontare sono stabiliti direttamente dal Ministero, in base al parere espresso sulla domanda dal prefetto. Le stesse famiglie contribuiscono.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

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