Centri di formazione

di Renato Giroldini

illustrazione di R. Kikuo Johnson

Il decreto del Presidente della Repubblica n. 263 del 2012, istitutivo dei Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (Cpia), all’articolo 3, dopo aver individuato nel compimento del sedicesimo anno di età e nel mancato conseguimento del titolo di studio conclusivo del primo ciclo di istruzione (terza media) i requisiti necessari per consentire l’iscrizione ai predetti centri, apre alla “possibilità, a seguito di accordi specifici tra regioni e uffici scolastici regionali, di iscrivere, (…) in presenza di particolari e motivate esigenze, coloro che hanno compiuto il quindicesimo anno di età” (comma 3).

La Regione Toscana e l’Ufficio scolastico regionale per la Toscana hanno colto l’opportunità offerta dal decreto stipulando già nella primavera del 2015 un accordo (valido a partire dall’inizio dell’anno scolastico successivo) volto a consentire l’accoglienza dei quindicenni presso i Cpia attivi sul territorio regionale (si veda in proposito la Delibera regionale n. 405 del 07/04/2015). In particolare l’accordo tiene conto del dettato del decreto che, come detto, per l’iscrizione dei quindicenni pone come condizione la sussistenza di “particolari e motivate esigenze”. Secondo il testo dell’accordo, infatti, le azioni previste sono rivolte ad “alunni” che siano “a forte rischio di dispersione o che si trovino già in situazione di abbandono scolastico” (art. 1); requisiti questi ribaditi ulteriormente nell’art. 2, dove si precisa che i beneficiari dell’accordo sono quindicenni “che non frequentano regolarmente la scuola e che si trovano in situazione di grave disagio socio-culturale” e che sono “a grave rischio dispersione e abbandono”. Scopo dell’accordo è di consentire agli studenti che si trovino nelle condizioni appena richiamate di conseguire “il titolo conclusivo del I ciclo di istruzione” tramite “la costruzione di percorsi personalizzati” (art. 1). Per i possibili beneficiari, inoltre, è esclusa la possibilità di presentare domanda di iscrizione direttamente ai Cpia: essi devono “risultare iscritti presso una scuola secondaria di primo grado” (art. 2).

Nelle prescrizioni fin qui illustrate si coglie la preoccupazione da parte dell’estensore del documento di sottolineare come la collocazione naturale di uno studente ancora soggetto a obbligo scolastico sia la scuola secondaria di primo grado e che solo come ultima ratio, allo scopo di scongiurare appunto l’abbandono, si possa pensare a una sua presa in carico da parte di un Cpia; ciò evidentemente nell’intento di scongiurare soluzioni facili a problemi complessi e di evitare una deresponsabilizzazione delle scuole del primo grado.

Non a caso, dunque, il testo dell’accordo dettaglia anche la procedura da seguire per l’iscrizione (art. 3): è la scuola cui risulta iscritto l’alunno quindicenne a contattare il Cpia “territorialmente competente” trasmettendo una richiesta di iscrizione e una “proposta di patto formativo individuale” redatto sulla base dei bisogni formativi dello studente; successivamente, i dirigenti delle due istituzioni verificano se sussistono le condizioni per il passaggio dello studente all’istruzione degli adulti; in caso di esito positivo, si procede all’iscrizione del quindicenne presso il Cpia e si considera “decaduta l’iscrizione alla scuola di provenienza, stante il divieto di doppia contemporanea iscrizione al Cpia e ad altra istituzione scolastica o formativa”.

A questo punto viene redatta la versione definitiva del patto formativo individuale a opera dell’apposita commissione, funzionante presso ogni Cpia, integrata per l’occasione dal docente coordinatore della classe di provenienza dell’allievo. Nel patto sono specificati i seguenti elementi (art. 4):

percorso formativo e didattico dell’allievo;

eventuali crediti riconosciuti;

modalità di frequenza;

sede di svolgimento dei corsi;

altri soggetti eventualmente coinvolti nel percorso;

valutazione finale.

Il patto viene poi sottoposto a firma congiunta del dirigente del Cpia e di quello della scuola dalla quale l’allievo proviene (art. 4).

L’esame di Stato conclusivo avverrà poi secondo le modalità consuete dei Cpia, sulla base della normativa vigente. Ricordiamo, in estrema sintesi, che allo stato attuale l’esame conclusivo del primo ciclo presso i Cpia, a esito del quale viene rilasciato lo stesso titolo delle scuole secondarie di primo grado, comprende tre prove scritte (italiano, matematica e lingua straniera) e un colloquio orale, con esclusione dello scritto di seconda lingua straniera e della prova nazionale Invalsi. Giova pure ricordare di passaggio come il percorso di istruzione presso un Cpia risulti più agevole rispetto a quello ordinamentale, tanto per il monte ore complessivo (che risulta essere di circa la metà rispetto a quello di una terza media ordinamentale) quanto per gli insegnamenti impartiti (limitati a italiano, storia, geografia; matematica e scienze; tecnologia; lingua straniera).

 

I punti qualificanti

L’accordo Regione-Usr così come sinteticamente descritto, rappresenta un elemento decisivo sotto il profilo – diciamo così – politico: esso ha consentito di iniziare ad accreditare i Cpia (istituzioni scolastiche di recente costituzione, ancora relativamente poco conosciute e sotto vari punti di vista non prive di debolezze) non solo come uno strumento utile a contrastare il drop out e la dispersione scolastica, ma, di più, come una componente strategica del sistema scolastico regionale. E ciò, si badi, in un momento (l’anno scolastico 2014/2015) in cui per i Cpia era da poco iniziata la fase di avvio. In quest’ottica rappresenta un elemento di assoluto rilievo il fatto che, per raggiungere l’obiettivo previsto, nel testo dell’accordo si faccia riferimento, come un fattore decisivo, allo strumento maggiormente caratterizzante l’offerta formativa dell’istruzione degli adulti: quel patto formativo espressamente previsto dal decreto istitutivo (Dpr 263/2012, art. 5, c. 1) e appunto concepito per un’utenza adulta e lavoratrice, che consente di piegare il percorso agli effettivi bisogni, non solo formativi, dello studente, realizzando una personalizzazione che riguarda tanto i tempi quanto i contenuti del percorso stesso. Nella fattispecie tale strumento viene a essere ripensato, di concerto con l’istituzione scolastica di provenienza, come un mezzo per calibrare l’offerta formativa sulle difficoltà dello studente a rischio di abbandono e consentirgli di conseguire, con il titolo di studio, il successo formativo.

 

Le criticità

Ora, restringendo il campo di osservazione alla situazione del Cpia 1 Firenze, se l’applicazione dell’accordo non ha mancato di portare buoni frutti, consentendo il recupero di studenti altrimenti destinati alla dispersione, occorre però dire con altrettanta chiarezza che si sono evidenziate alcune criticità; criticità che originano da fattori sia esterni che interni. Per quanto concerne i primi, il più evidente è rappresentato dalla tendenza di alcune scuole a passare al Cpia quasi in automatico casi particolarmente problematici (talvolta anche solo potenzialmente problematici), senza che a tale operazione sia sotteso un progetto educativo valido e coerente con la situazione dell’alunno (e in certi casi anche senza che il consiglio della classe di provenienza sia in grado di tracciare un profilo sufficientemente significativo dello studente stesso). Un simile modus operandi (presentatosi con particolare frequenza soprattutto durante il primo anno di vigenza dell’accordo) rappresenta senza dubbio un dato negativo, in quanto in contrasto con le previsioni e anche con lo spirito stesso dell’accordo Regione – Usr. Esso inoltre si è determinato senza che da parte delle scuole si tenesse sufficiente conto di un dato di fatto: e cioè che allo stato attuale, a prescindere dalle possibilità offerte dal patto formativo, gli Istituti comprensivi almeno per certi aspetti hanno a disposizione risorse maggiori rispetto ai Cpia per trattare gli studenti “difficili”, sotto il profilo ad esempio dei servizi offerti dall’ente locale o dei rapporti con l’associazionismo, oppure ancora della possibilità di accedere all’organico di sostegno; e ciò da una parte per il radicamento sul territorio e la “riconoscibilità” di cui tali istituzioni scolastiche possono disporre, come pure per il potere di pressione che le famiglie degli studenti minorenni sono spesso in grado di esercitare in varie direzioni (sull’ente locale, come pure sugli uffici dell’amministrazione scolastica periferica); dall’altra per la condizione di “oggetto misterioso” o, quanto meno, molto poco conosciuto, anche presso gli enti locali di riferimento, in cui ancora si trovano a essere confinati molti Cpia.

A titolo di esempio, vorrei riferire del caso dello studente O. R.: quindicenne, nato in Italia da una famiglia marocchina, iscritto presso un istituto comprensivo cittadino, O. R. era stato presentato come uno studente con una storia di insuccesso scolastico e con problemi di attenzione e di aggressività, largamente rientrati però nel corso dell’anno scolastico precedente, anche grazie al supporto offerto da un’associazione di volontariato. Solo a passaggio al Cpia avvenuto è emerso che lo studente era in possesso di una certificazione ai sensi della legge 104; certificazione in base alla quale aveva titolo ad aspirare al docente di sostegno; possibilità questa che è però stata negata dai competenti uffici. Nel frattempo lo studente, che nei primi giorni di frequenza si era dimostrato se non collaborativo, quanto meno abbastanza tranquillo, aveva iniziato a manifestare comportamenti sempre più provocatori nei confronti di docenti e compagni di classe (alcuni studenti adulti, disturbati dalle intemperanze del ragazzo, sono arrivati a interrompere la frequenza) o addirittura pericolosi per la propria incolumità. La situazione è stata risolta grazie alla disponibilità dei competenti uffici del Comune di Firenze che, su istanza del sottoscritto, pur in assenza del docente di sostegno, hanno garantito la presenza nella classe coinvolta di un educatore per un numero di ore pari circa alla metà del monte orario frequentato da O. R. Per la cronaca: lo studente è riuscito a superare l’esame finale e a concludere positivamente il percorso ma, cosa forse ancor più significativa, in un colloquio con la docente di italiano, prima della conclusione delle lezioni, si è dichiarato grato alla scuola per l’attenzione con cui è stato seguito.

Per quanto riguarda le difficoltà di origine interna, poi, esse sono legate al fatto che molti docenti del Cpia (e particolarmente quelli “di lungo corso”) hanno costruito la loro professionalità rivolgendosi a una utenza composta da maggiorenni o, quanto meno, da soggetti fuoriusciti dall’obbligo scolastico, e dunque si trovano comprensibilmente in difficoltà nel fronteggiare le dinamiche tipiche dell’adolescenza (e di un’adolescenza particolarmente problematica); dinamiche che peraltro, nel contesto attuale, non mancano di mettere in difficoltà anche docenti maggiormente familiarizzati con questo tipo di utenza.

Senza contare poi che il patto formativo, pur rappresentando un’acquisizione importante, costituisce pur sempre uno strumento, come si diceva, pensato all’origine per un’utenza di adulti lavoratori: un’utenza che nel proprio percorso di vita e professionale ha accumulato un bagaglio di esperienze, non necessariamente riconducibili a occasioni di apprendimento formale, ma che comunque hanno determinato l’acquisizione di determinate competenze spendibili – ad esempio – sul mercato del lavoro e valorizzabili sotto forma di credito all’interno del patto formativo. Nella storia personale di uno studente molto giovane, proveniente da un contesto socio-culturale disagiato, con un percorso scolastico accidentato appare più difficile reperire esperienze significative ai fini della stipula del patto formativo. Alla luce di queste considerazioni, vi è il concreto rischio che il Cpia venga percepito né più né meno che come una “via facile per studenti difficili” al diploma del primo ciclo, quasi una riedizione delle mai rimpiante classi differenziali.

L’anno scolastico iniziato da poco rappresenta il terzo di vigenza dell’accordo: chiaramente, per stilare un bilancio complessivo dell’esperienza e in particolare sulla sua efficacia, occorrerà attendere gli esiti del monitoraggio regionale anch’esso previsto dall’accordo stesso.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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