Anarchismo buddhista

di Gary Snyder

 

Il buddhismo sostiene che l’universo e tutte le creature che lo abitano sono in uno stato intrinseco di saggezza, amore e compassione totale, agiscono naturalmente e in reciproca interdipendenza. Il senso di essere “buddhisti” – o poeti, o qualsiasi altra cosa del genere – è di praticare uno stile di vita che possa portare alla realizzazione personale di questo stato originario, che non può darsi da solo e per sé soli – perché non può realizzarsi pienamente se non abbandonandolo e dandolo a tutti gli altri.

Nella visione buddhista, ciò che impedisce il semplice manifestarsi di questo stato naturale è l’ignoranza, alimentata dalla paura e dalla brama. Storicamente, i filosofi buddhisti non hanno indagato a sufficienza quanto l’ignoranza e sofferenza umana siano prodotte o incoraggiate da fattori sociali, sostenendo generalmente che paura e brama sono aspetti connaturati alla condizione umana. Di conseguenza, la filosofia buddhista si rivolge all’epistemologia e alla “psicologia”, e non presta attenzione alle problematiche storiche o sociologiche. Sebbene il buddhismo Mahayana abbia una visione grandiosa della salvezza universale e della compassione infinita, il risultato effettivo conseguito dal buddhismo è lo sviluppo di sistemi pratici di meditazione finalizzati a liberare gli individui dai loro blocchi psicologici e condizionamenti culturali. Il buddhismo istituzionale è stato piuttosto disponibile ad accettare e sostenere le diseguaglianze e tirannie di qualsiasi sistema politico sotto il quale si sia venuto a trovare. Ciò significa la morte del buddhismo, perché è la morte della compassione. Una saggezza senza compassione non può provare dolore.

Nessuno oggi può permettersi di essere innocente, o concedersi il lusso dell’ignoranza sulla natura dei governi, della politica, degli ordinamenti sociali contemporanei. I sistemi politici nazionali del mondo moderno si mantengono in essere solo alimentando deliberatamente la brama e la paura: le radici (sia sociali che psicologiche, se risaliamo abbastanza indietro) della sofferenza umana. L’America moderna è divenuta economicamente dipendente da un grottesco sistema che stimola un’avidità che non può essere soddisfatta, un desiderio sessuale che non può essere saziato, un odio che non ha altri sbocchi se non contro noi stessi e le persone che dovremmo amare. Le condizioni della guerra fredda hanno trasformato tutte le società moderne, compreso quella sovietica, in insensati setacci per le menti, che creano popolazioni di preta, spettri famelici con appetiti giganteschi e gole non più grandi di uno spillo. I terreni, le foreste e tutta la vita animale vengono distrutti per nutrire questi meccanismi cancerosi.

Un essere umano è per definizione membro di una cultura. Una cultura non deve essere per forza irragionevole e distruttiva, piena di contraddizioni, frustrazione e violenza. Gli esiti di alcune ricerche in campo antropologico e psicologico lo confermano in modo semplice. E ognuno può sperimentarlo su sé stesso attraverso le pratiche buddhiste. Chi raggiunge questa fede, o consapevolezza, arriva a percepire in modo profondo la necessità di un radicale cambiamento sociale e l’impegno personale verso forme di azione rivoluzionaria essenzialmente nonviolente.

Attraverso la pratica buddhista, la disaffiliazione e l’accettazione della povertà divengono forze positive. La sua tradizionale mansuetudine e il rifiuto di togliere la vita in qualsiasi forma hanno implicazioni capaci di scuotere le nazioni. La pratica della meditazione, per la quale si ha bisogno di “nient’altro che il terreno che abbiamo sotto i piedi”, spazza via le montagne di immondizia pompate nella mente dalla “comunicazione” e dalle università-supermercato. La fiducia in un soddisfacimento sereno e generoso dei desideri naturali – non la loro repressione: una posizione ascetica induista che il Buddha ha rifiutato – distrugge le consuetudini arbitrarie che generano frustrazione e apre la strada a un tipo di comunità che sbalordirebbe i moralisti e che eliminerebbe gli eserciti di uomini che combattono perché non possono amare.

La filosofia buddhista Avatamsaka (Kegon) – che qualcuno considera la declinazione intellettuale dello Zen – vede l’universo come una vasta rete interconnessa nella quale tutti gli oggetti sono necessari e sacri. Da un certo punto di vista, i governi, le guerre e tutto ciò che consideriamo il “male” sono interamente contenuti in questo regno illuminato. La lepre, il falco e la sua picchiata sono un tutt’uno. Da un punto di vista “umano” non possiamo accettare queste condizioni, a meno che tutti gli esseri giungano a vedere con gli stessi occhi illuminati. Il bodhisattva vive a misura di chi soffre e deve riuscire ad aiutare chi soffre.

La benedizione dell’Occidente è stata la ribellione, la benedizione dell’Oriente è stata la profonda visione interiore. Noi abbiamo bisogno di entrambe. Secondo me, entrambe sono contenute nei tre aspetti tradizionali della pratica buddhista: la saggezza (prajna), la meditazione (dhyana) e la moralità (sila). Saggezza è la conoscenza di una mente d’amore e chiarezza che risiede al di sotto delle ansie e aggressività mosse dall’ego. Meditazione è l’atto di entrare nella psiche per osservarla da sé stessi, ancora e poi ancora, fino a che diviene la mente in cui si vive. Moralità è portare ciò nel proprio modo di vivere, attraverso l’esempio personale e l’azione responsabile nei confronti dell’autentica comunità (sangha) di “tutti gli esseri”.

Quest’ultimo aspetto significa, secondo me, sostenere qualsiasi rivoluzione culturale o economica che muova chiaramente verso una società libera, internazionale e senza classi: “rivoluzione sessuale”, “vero comunismo”. Le culture tradizionali sono comunque sconfitte, e piuttosto che aggrapparsi senza speranze ai loro aspetti positivi, dobbiamo comprendere che tutto ciò che vi è o vi è stato di meritevole in ogni cultura può essere ricostruito attraverso la meditazione, a partire dall’inconscio. Ciò significa resistere alle menzogne e alle violenze dei governi e dei loro irresponsabili impiegati. Rispondere con la disobbedienza civile, il pacifismo, la poesia, la povertà (e la violenza, se è necessario menare qualche redneck scalmanato o spingere giù dal molo un crumiro). Difendere il diritto di fumare erba, mangiare peyote, essere poligami, poliandriche o omosessuali. E imparare dalle popolazioni contadine dell’Asia e dell’Africa attitudini e tecniche bandite dall’Occidente giudaico-cristiano. Rispettare l’intelligenza e l’apprendimento, ma non come strumenti al servizio dell’avidità e del potere personale. Lavorare sotto la propria responsabilità, senza separazione tra fini e mezzi, e senza mai essere gli agenti di un’ideologia, ma aspirando a unirsi in gruppi che agiscono insieme. “Formare la nuova società dentro al guscio di quella vecchia”. Roba vecchia. Così pure il buddismo. Io la vedo come una specie di disaffiliazione impegnata: “Anarchismo buddhista”.

(da “Anarchy” n. 12, agosto 1964)

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

Trackback from your site.

Leave a comment