Una storia operaia

di Francesco Ciafaloni

Illustrazione di Marco Smacchia

 

Gad Lerner ha scritto per Feltrinelli un capitolo drammatico, angosciante della sua pluridecennale inchiesta sulla classe operaia torinese e italiana, che prosegue a puntate in televisione (Concetta. Una storia operaia): il 27 giugno 2017, Concetta Candido, operaia, socia lavoratrice di una cooperativa che faceva in subappalto le pulizie in una birreria di Settimo, licenziata insieme a tre compagne, in attesa da mesi del sussidio di disoccupazione, rimandata da un ufficio all’altro – da Caifa a Pilato, come avremmo detto una volta –, si è data fuoco davanti a uno sportello della sede dell’Inps di corso Giulio Cesare, a Torino. Si salva per un pelo: perché Roberto Mason, un omone che sta facendo la fila accanto a lei, cerca di trattenerla, bagnandosi di alcol e incendiandosi un po’ anche lui, e perché Anas Sabhi, un marocchino italiano, anche lui in attesa, trova un estintore e la spegne. Le ustioni però sono molto gravi. L’arrivo dell’ambulanza non è prontissimo. Concetta sopravvivrà dopo settimane di coma farmacologico, trapianti, bagni chimici; e non senza tracce permanenti.

Gad Lerner fa un lavoro serio; cerca di dare un quadro il più possibile completo; visita la birreria, gli uffici dell’Inps, il quartiere. Racconta le storie dei protagonisti e degli ambienti in cui i fatti si sono svolti. La storia di Concetta e della sua famiglia, naturalmente; di suo fratello Giuseppe, che va a trovarla e tiene anche una cronaca della convalescenza; del fidanzato Roberto Pistis; del padre ottantenne, Antonio, che è stato bracciante; delle amiche. Le storie delle tre licenziate con Concetta (non di più, perché a cinque il licenziamento diventa collettivo e c’è bisogno di una trattativa). Le storie dei due salvatori. La storia del proprietario della birreria e della cooperativa, diretta dalla moglie, che gestiva le pulizie, poi chiusa e sostituita da una ditta esterna. L’ambiente della birreria. Gli uffici dell’Inps, il comportamento degli impiegati, della dirigenza locale e di quella nazionale. Il reparto grandi ustionati. La Cgil. Il teatro a Settimo.

Il libro si legge in un lampo, naturalmente. Ci saranno difetti, ma non importanti. Tutti abbiamo gusti e opinioni e potrei dire che mi sarebbe piaciuto un po’ meno colore, meno spettacolo. Ma, anche se l’essere abitualmente in televisione, come Lerner, facilita molto i contatti e fa parlare le persone, alcune interviste – al proprietario licenziatore e alla moglie, per esempio – non devono essere state facili. Concetta e la famiglia vengono trattate con rispetto, con empatia. C’è rispetto per il mondo dolorante, qualche volta arrabbiato, che cerca di barcamenarsi tra lavori precari e sussidi, tra pratiche e ospedali, alla frontiera in cui viviamo tutti tra le procedure informatizzate, le regole complicate e le informazioni incomplete. Rispetto non solo nei confronti dei personaggi positivi, come i due salvatori, per cui è ovvio – Sabhi che ringrazia tutti, a cominciare da Dio, clemente e misericordioso, mentre dovrebbe essere ringraziato – ma anche per quelli travolti dalla vita, per i rumorosi clienti della birreria, per gli impiegati timorosi, per i sindacalisti assenti, travolti anche loro dalla frantumazione del lavoro.

Se il dito indica correttamente la Luna è bene parlare della Luna, del mondo che viene descritto, delle storie raccontate, non del dito.

Questa è una storia operaia non solo perché Concetta è operaia, ma perché lo sono quasi tutti i protagonisti, occupati o disoccupati che siano: sono non proprietari; sono nullatenenti, sotto la soglia di povertà, proletari, come si diceva una volta e come dice anche Lerner, anche se adesso la prole ce l’hanno soprattutto i ricchi e potenti. Proletari immigrati. A parte Sabhi, e la famiglia di Concetta, anche Mason e Pistis non sembrano cognomi piemontesi. Piazza Sofia, corso Giulio Cesare, per non parlare di porta Palazzo, poco più su, sono state zone di arrivo della immigrazione interna e poi di quella estera. Il 4 e il 18 sono i tram che mettono in comunicazione la periferia in cerca di lavoro con il mercato di porta Palazzo e i lavori di servizio in centro. Quando le fabbriche si sono svuotate e trasformate in birrerie (come il vecchio Mulino che ospita la Befed, spazzata da Concetta) gli operai sono diventati precari, disoccupati, sottoccupati, o hanno trovato una via per diventare proprietari. La moglie del proprietario della Befed, titolare della cooperativa che ha licenziato Concetta, è stata un’operaia iscritta alla Cgil.

Il caso di Concetta, che risultava in malattia perché era stata malata un paio di giorni, aveva trasmesso il certificato per via telematica, non aveva avvertito subito per la stessa via della fine della malattia, e perciò, invece degli arretrati che aspettava, aveva ricevuto un paio di centinaia di euro, è un caso tipico.

Vorrei aggiungere qualche informazione e qualche commento su tre ambienti, l’Inps, la Cgil e i quartieri, in periferia e oltre la periferia, dove sono finiti gli operai di Torino. Con una avvertenza: il giornalista serio fa domande e registra risposte; fa nomi, cognomi, indirizzi. È legittimato a farlo dalla professione. Chi risponde sa, dovrebbe sapere, che parla in pubblico. Forse risponde proprio per quello. Il giornalista può essere reticente, come Lerner sui lavoretti in nero, solo se pensa di poter provocare danni diretti per scorrettezze minori. Chi vive in un ambiente, qualche volta anche chi fa ricerca, non fa domande: ascolta, conosce, si fa un’idea nel tempo. Qualche volta una domanda può bloccare un’informazione invece di sollecitarla. Perciò fa bene, per rispetto, a non fare nomi. Se sembra vago, pazienza.

Comincio dall’Inps. È un fortino; come le sedi centrali delle banche. È stato sovraccaricato di funzioni e di passivi – il fondo dirigenti d’azienda, alcune categorie privilegiate, l’Inpdap – e di regole che consentono di non pagare in tempo i contributi perché le multe sono più basse degli interessi bancari, generando passivi per decine di miliardi. Il suo bilancio è stato, come si dice, salvato, allungando l’età del pensionamento proprio mentre la vita dei poveri tende ad accorciarsi sensibilmente (anche se in Italia meno che in Europa) e con regole tecnicamente ributtanti, cioè in contrasto con gli impegni dello Stato, mentre, da un punto di vista pubblico, non era neppure in passivo perché in Italia le pensioni pagano le tasse, che vanno allo Stato. Non è una normale compagnia di assicurazioni, come la vecchia Sava, della Fiat, che ora si chiama Fca Bank e ha sede a Londra. L’intera politica italiana ha tartassato i non proprietari e i proprietari non ricchi al fine di ridurre le pensioni pagate dall’Inps. L’Inps ha diffuso un documento di difesa dettagliata delle sue procedure e del comportamento dei suoi funzionari. Ma le persone che fanno la coda agli sportelli cercano di risolvere i pasticci creati dalle leggi, di supplire con lavoro proprio al lavoro che i dipendenti sostituiti dall’automazione non svolgono. Il suo presidente, Tito Boeri, è pronto a difendere i suoi funzionari come difende i suoi poteri, la sua autonomia, i suoi bilanci, come un banchiere privato. Che l’Inps non abbia un personale formato e flessibile per parlare, una per una, con persone cui si richiede una competenza che non possono avere è una vergogna. L’Inps non è una banca privata: è l’Istituto nazionale di previdenza sociale, un organo dello Stato.

Se ci si sposta di qualche centinaio di metri da corso Giulio Cesare verso Corso Catania, oltre la sede della Cgil in via Pedrotti, si arriva alla sede della Questura dove le code si fanno non per la Naspi ma per i permessi di soggiorno e i ricongiungimenti. La frustrazione, la disperazione per gli intoppi, sono le stesse. Mezzo secolo fa la Cgil non avrebbe mai accettato il salasso che stiamo subendo. Non lo accetta neppure ora; ma lo dice solo al tavolo delle trattative o a se stessa, negli attivi e nei direttivi. Non ha contatti con i ragazzi con lo zaino fucsia di Foodora; con le birrerie; con i passeggeri dei tram con cui i suoi stessi funzionari raggiungono la sede, intasata dalle macchine dei dipendenti della sede centrale della Lavazza. Anni fa un segretario generale del Piemonte diceva, rispondendo a una critica: “Quelli sono polvere.” Nei fatti l’organizzazione come tale difende solo i già strutturati. Ma ci sono operatori della Cgil che della polvere si sentono compagni, fratelli. Un dipendente della Cgil, un mio vecchio amico marocchino italiano, come Sabhi, che chiamerò Abdallah, servo di Dio, mentre il suo nome vero significa servo della pace, precario per dieci anni, fa sempre orari più lunghi di quelli obbligati; parla, più in arabo che in italiano con chi arriva alla sua porta; passa settimane, incluse le feste comandate, a risolvere incongruenze di trascrizione, di data; non molla nessuno. E un dipendente della Cgil di Alessandria, un vecchio prete operaio, è l’autore dell’unico caso che io conosca di accoglienza di due famiglie rom kossovare imparentate tra loro, finite una in Macedonia, l’altra a Kukes e poi ad Augusta, ricongiunte a Fubine, senza finire in un campo rom. Il prete semplicemente non ha detto a nessuno che erano zingari, che parlavano romaní. I documenti della ex-Jugoslavia dicevano serbo e albanese e a Fubine, come dappetutto, non distinguono il serbo-croato e l’albanese dal romaní.

 

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