Tre amici

di Goffredo Fofi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Tre “reduci” di qualità degli anni ‘68 e seguenti, gli anni caldi di una generazione, sono scomparsi recentemente: il torinese Luigi Bobbio, l’umbro-romano Severino Cesari, il fiorentino Alberto L’Abate. Tre storie diverse e significative.
Luigi, figlio di Norberto e fratello di Marco, dopo una lunga militanza in Lotta continua – un gruppo in cui fu in qualche modo una sorta di leader dell’opposizione detta “di destra”, in realtà la parte più saggia e meno conformista – si è dedicato alla politologia, insegnando nell’ateneo della sua città analisi delle politiche pubbliche e dei processi decisionali, in modi decisamente poco conformisti, anche rispetto alle convinzioni della democrazia dal basso o della democrazia partecipativa. Molti i suoi studi, tutti centrati sullo stesso tema-cardine affrontato con solerzia insieme ai suoi allievi, ma destinati, come la maggior parte delle buone idee dei migliori politologi di ieri e di oggi, a una sorta di impotenza di fronte a una storia che continua a proporre classi dirigenti mediocri e soprattutto pessime, insensibili ad altro che agli interessi della loro parte o, i migliori, alla praticaccia quotidiana della mediazione tra i poteri forti. Questo destino lo ha accomunato a distanza, mi pare, a quello del padre, poiché chi davvero ne segue le idee, quanto meno nel campo della politica?
Severino Cesari ha scritto per anni sul “manifesto” curandone le pagine culturali con amore e passione, e difendendole dalla pressione della politica. Cresciuto in provincia, si è adattato a Roma con fatica, ma da mediatore efficiente che vedeva nella cultura il campo privilegiato di un confronto che andasse oltre le logiche degli schieramenti, più profondo e più sincero. Forte in definitiva anche di una sorta di ingenuità, un modo istintivo di proteggersi. Questo lo ha fatto amare da molti, pur se molto diversi da lui e anche se spesso, con l’esperienza di Stile Libero Einaudi, un’impresa da lui inventata in sodalizio con Paolo Repetti, ci sono stati tra quelli tanti cacciatori di successo, destinati alla seconda o terza fila e a un’effimera durata. Attento, modesto e preciso, serenamente entusiasta del proprio lavoro, è stato di esempio a molti editor di molte case editrici, e ha rinunciato per questo lavoro a dire la sua, a scrivere in prima persona.
Alberto L’Abate è stato animatore di gruppi nonviolenti, vicino in gioventù a Capitini e a Dolci e più tardi ai radicali – quando, mentre tutti i giovani militanti del tempo inneggiavano alla violenza e sognavano la rivoluzione, quelli si dedicarono a imprese di maggior consistenza e durata, sul fronte della disobbedienza civile e dell’obiezione di coscienza. È stato attivo a Comiso come nella ex-Jugoslavia, e ha dedicato le sue cure maggiori alla diffusione delle idee e delle pratiche della nonviolenza, da Firenze e in collegamento diretto con la rivista fondata da Capitini e diretta da Valpiana “Azione nonviolenta”. È stato un nonviolento integrale, raro, ma anche per questo di un’efficacia solo minoritaria, bensì ostinatamente rivendicata.
Sono stato amico, in periodi diversi della mia e della loro vita, di tutti e tre questi insoliti militanti, condividendone molte idee e contestandone altre e divergendo da loro per scelte di vita e di campo, ma senza mai distanziarmi del tutto dal loro esempio, continuando a dialogare a distanza o da vicino. Non credo si siano mai frequentati tra loro, ma avevano in comune una base, una spinta morale che mancava ai “politici”, anche a molti della loro parte, e a cui manca oggi molto più di quanto non mancasse ieri. Una vocazione a cui hanno tenuto fede con coerenza ammirevole, vivendo le proprie idee fino in fondo, senza mai disgiungere la pratica dalle idee ed essendo, più che leader (un’ambizione che non li ha mai travolti), militanti fedeli a una scelta di campo particolare, personale, bensì sostenuta da un’esigenza di profondità e di dialogo, di apertura.

Trackback from your site.

Leave a comment