Solidarietà e diserzione

di Domenico Chirico

illustrazione di Franco Matticchio

In Grecia e Serbia nel 2016 migliaia di giovani europei sono andati alle frontiere con lo spazio Schengen dell’Unione per aiutare i siriani in fuga dalla guerra. È stato un immenso sforzo di solidarietà spontanea spesso molto disorganizzata. Ma pura e piena di fiducia nell’umanità e figlia di una generazione cresciuta senza confini. Nell’isola di Lesvos come al Pireo centinaia di donne e uomini si sono organizzati per portare solidarietà concreta: dagli aiuti materiali a fare i turni sulle spiagge per aspettare gli sbarchi. Alcuni si sono spinti oltre organizzando dei campi di accoglienza o fornendo alcuni servizi di base: connessioni, mense autogestite. Ad Atene vari stabili sono stati occupati e attrezzati per accogliere i rifugiati. Non solo siriani. Essendosi aperta una rotta verso l’Ue piano piano sono arrivati centinaia di afghani, maghrebini e tante altre persone in cerca di un altro destino.

La Grecia, così come la Serbia, ci hanno messo un po’ a reagire e a normare questo flusso. Ma alla fine la risposta è arrivata in modo puntuale, con il consistente aiuto delle istituzioni europee. Centri di detenzione, sostituzione dello spontaneismo con le ong di servizio, persecuzione degli attivisti, blocco delle frontiere, miliardi alla Turchia e al suo regime perché fermasse le partenze. I dispositivi del potere si sono velocemente messi a lavorare per chiudere la falla apertasi nel campo europeo. Dalla solidarietà verso i rifugiati si è passati ai paramilitari bulgari che cercano i profughi con i cani. Istitualizzazione della risposta e repressione fascista.

E quei cani che dal 2016 cercano i rifugiati siriani e i loro figli nella notte sono un po’ il racconto di quanto sia accaduto nel giro di due anni. Dalla commozione per il piccolo Alan Kurdi alla caccia al migrante. Alle navi delle Ong criminalizzate. E poi è stato deciso dalle istituzioni italiane che è legittimo pagare i trafficanti per non fare partire le barche dalla Libia e lasciare i migranti africani nei centri di detenzione che sono dei lager.

Ad accompagnare queste nuove politiche c’è però un’opinione pubblica favorevole, rassicurata da queste alte mura che si ergono contro le persone. Rasserenata dalla reazione muscolare che tiene i migranti lontani dagli occhi e nei nuovi campi di concentramento. E non ci sono più persone che si strappano le vesti per i naufragi. Un’opinione pubblica fomentata su questa strada da media e politici che cavalcano l’onda e fanno arretrare qualsiasi spirito di solidarietà. Una politica irresponsabile che non sa più guidare ma segue gli istinti.

E in questo contesto chi la solidarietà la fa dovrebbe prendere posizione. Forte, chiara. Senza alcuna sbavatura. E dire pubblicamente che non si può e non si deve pagare chi gestisce un lager in Libia. Che non si deve chiedere alle ong di andare in Libia a rendere umani dei luoghi che umani non sono. Che con il diavolo non tutti ci devono parlare. E non sempre è tutto necessario e soprattutto ineluttabile. Nel 1999 un ampio gruppo di organizzazioni italiane si sono rifiutate di lavorare con la missione Arcobaleno che portava aiuti assieme alle bombe del Governo D’Alema. Nel 2003 la maggior parte delle ong italiane si rifiutarono di lavorare in Iraq con i soldi del governo che aveva portato la guerra. Nel 2017 invece il Ministero ha chiamato molte ong all’appello per intervenire in Libia. E la risposta è stata generalmente positiva. Ma il problema non è che ci siano, come sempre, organizzazioni di servizio e che pensano che si debba sempre intervenire. O che seguano i governi e le loro politiche. Il problema è il fronte dei disertori. Il fronte di chi dovrebbe urlare contro e non lo fa o non ha più voce per farlo.

Per ridare alla solidarietà un valore positivo sono necessari gesti di rottura. Gesti di disobbedienza e diserzione. Gesti che ribaltino il discorso e la narrativa del potere che ci chiede di avere paura, di difenderci. Di impegnarci tutti insieme a costruire dei muri. E invece il discorso va riportato al suo livello di umanità, di condivisione. Di ricostruzione di comunità di senso. Le Ong, le associazioni e tanti soggetti del sociale non hanno questa forza, sono disabituate alla politica, sono deboli e ricattate. Nella maggior parte dei casi sono fatte da operatori che non hanno alcuna cultura dell’agire politico e che quindi hanno oggettive difficoltà a pensarsi come agenti di trasformazione. Ma sarebbero un pezzo fondamentale e fondante di una nuova narrazione. Che è urgente perché già nella civilissima Europa in molti paesi le legislazioni contro la società civile stanno aumentando. Essere collaterali al potere servirà solo ad aiutarlo a costruire un muro che ci rinchiuderà tutti. E non ci difenderà dal futuro.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

 

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