Resistenza spirituale

di Roberto Righetto

 

Vorrei cominciare, per definire la condizione dell’uomo di oggi e dei cristiani, rifacendomi immediatamente all’immagine di Davide, un’icona descritta dal cardinale Martini in un suo intervento degli anni Duemila. Parlando del rapporto fra il mondo cattolico e la cultura di oggi, il cardinale ha delineato lo scenario dello scontro fra Davide e Golia: un’immagine molto efficace per evidenziare la tipologia di comportamento del cristiano di oggi, la sua capacità di resistenza di fronte alle forme del potere: ce ne rendiamo conto pensando all’eclissi dell’etica e all’invadenza sempre più forte e allarmante della tecnologia. C’è chi l’ha chiamata la mega-macchina, c’è chi l’ha chiamata la tecno-scienza: chiamiamola come vogliamo, ma sappiamo che dobbiamo fare i conti con un Golia forte e armato davanti a noi, dotato di un apparato tecnologico proprio dei potenti. Ogni giorno basta leggere i giornali o ascoltare la televisione per vedere che ci sono nuovi passi avanti, nuove sfide che arrivano e noi rimaniamo un po’ allarmati e un po’ sprovveduti, incapaci comunque non solo di gestire il cambiamento ma di incidere in qualche maniera, di portare il nostro contributo. Di fronte a questa situazione sarebbe a mio avviso sbagliato reagire solo con paura o solo con l’arroccamento; però sempre il cardinale tracciava alcune doti essenziali davanti a quella che in prima battuta pare un’evidente sproporzione di forze. E queste doti erano più o meno queste: una spregiudicatezza evangelica necessaria per affrontare un avversario forte e compatto, una libertà spirituale, una scioltezza nel guardare avanti, una coltivazione dell’interiorità e delle preghiera, una familiarità con la Scrittura e, infine, una capacità di riconoscere quei contro-valori che nascono in una società che è sempre più sottoposta all’arbitrio, al fatto che ciascuno ritiene di poter decidere della vita e della morte come vuole, senza nessuna regola. Queste erano più o meno le doti di Davide , se vogliamo le doti di noi cristiani di fronte a questo momento storico in cui , pensiamo alla pervasività dei mass media, ai grandi cambiamenti dovuti a Internet a alla società dell’informatica, alle grandi scoperte della biotecnologia, rimaniamo spesso confusi o addirittura sconcertati.
Alla fine credo che il discorso non possa non coinvolgere l’ambito della famiglia e della scuola, ma anche dei luoghi di aggregazione sociale che ancora resistono: dalle parrocchie ai centri culturali fino alle biblioteche che è buon auspicio pensare siano sempre più rese capillari, nei paesi e nei quartieri delle città. Cominciando da quelle scolastiche, che vanno realizzate, incentivate e ampliate: sono il primo luogo, oltre che dentro la propria casa, in cui bambini e ragazzi possono appassionarsi alla lettura. E poi, ancora una volta, va stimolato l’operato degli insegnanti. Diceva Flannery O’Connor che buoni insegnanti, promuovendo la lettura presso i propri allievi e insegnando la letteratura attraverso i testi degli autori piuttosto che smarrendosi nella giungla dei messaggi semantici, sono in grado di modificare le classifiche dei libri più venduti. Forse un giorno ci arriveremo.
Di fronte a tutto questo aggiungo, da parte mia, che i cattolici devono essere capaci di riscoprire la forza del proprio patrimonio culturale, patrimonio enorme che per decenni è stato, a mio parere con una colpa grave, dimenticato.
Voglio citare quanto scriveva nel 1975 sul “Corriere della Sera” un critico letterario conosciuto, Pietro Citati: “Quando sfogliamo gli scritti di molti studiosi cristiani la nostra impressione è desolante: i testi antichi non suscitano in loro la minima emozione, lo stile meraviglioso non lascia nessuna eco nelle pagine plumbee e tristi, la maggior parte dei pensatori cattolici di oggi non possiede nemmeno questa consuetudine coi testi antichi; se li sono gettati dietro le spalle come il più noioso dei fardelli”. Ecco, per fortuna, a mio parere si può dire che dopo quaranta anni non è più così. C’è stato negli ultimi tempi un recupero forte da parte della cultura ispirata dalla fede, un recupero forte di questo patrimonio, pensiamo alla patristica, ai testi dei primi secoli del cristianesimo, a tutto il territorio della mistica cristiana che ha lasciato tracce vive nel nostro continente, al grande patrimonio della Bibbia. Peraltro è anche vero secondo me che l’Italia è stato nel Novecento il Paese europeo in cui meno la teologia ha influenzato il mondo della letteratura e quello delle arti. Sono stati necessari alcuni grandi critici letterari non cristiani: George Steiner, Harold Bloom e Northrop Frye, i quali hanno dovuto ricordarci che la Bibbia è stato il “grande codice” della cultura occidentale. Però, se pensiamo ad altre grandi nazioni europee, dalla Francia all’Inghilterra a tutto l’Est europeo e alla Russia, c’è stata una fortissima incidenza da parte della teologia sulla letteratura, sul modo stesso di concepire l’espressione narrativa. E anche questo secondo me è un limite che abbiamo avuto nella cultura di noi cattolici in Italia: si è verificata una sorta di abbuffata di attivismo e di sociologismo dagli anni Settanta in poi. Siamo di fronte alla necessità di recuperare un primato della contemplazione, del silenzio, dello studio, tenendo presente quello che dicevo prima, il recupero del patrimonio culturale cristiano.
D’altra parte, secondo me, occorre uscire da un complesso di inferiorità che per tanti anni ha colpito i cattolici, un complesso di inferiorità per cui accadeva che difficilmente un autore cristiano aveva diritto di partecipare al forum, alla piazza del dibattito culturale; ciò accadeva in parte per l’arroganza di una certa cultura laicista, ma anche per una incapacità da parte cattolica di essere consapevoli della forza e dell’originalità della propria cultura. Avere una determinata cultura non è affatto un handicap, non è affatto una condizione di inferiorità in partenza, anzi deve essere qualcosa che ci dà forza, tenendo presente poi la capacità di saper dialogare con tutti, anche i più lontani, essendo poi capaci anche di misericordia. Bisogna essere davvero capaci di cogliere il positivo che c’è in ogni espressione della cultura. Qualche anno fa ci è capitato di leggere un intervento di Norberto Bobbio pubblicato da “Repubblica”, che ha suscitato un certo dibattito fra credenti e non credenti su un tema alquanto dimenticato, le cose ultime, i Novissimi, l’aldilà. Un dibattito che ha dimostrato come il dialogo fra le culture si può svolgere a livelli alti senza scadere in basse polemiche, mantenendo le differenze ma essendo sinceramente aperti alle posizioni dell’altro.
Ma c’è un altro elemento che i cristiani debbono recuperare ed è la capacità di essere curiosi verso tutto, quella curiosità che va di pari passo con una passione per la verità, come dicevano gli autori latini: “Niente di ciò che è umano mi è estraneo”, scriveva Terenzio poi ripreso da Seneca e da vari altri. Quella curiosità che rende capaci di aprire gli orizzonti davanti a tutti gli avvenimenti, a tutte le culture, sapendo vedere il positivo ovunque si manifesti, nella consapevolezza che, come ha affermato il Concilio, i semi del Verbo si manifestano ovunque, anche dove non è riconosciuto. Anche san Tommaso, peraltro, l’ha scritto.


Dicevo prima della trascuratezza della cultura; devo ribadire che a mio parere aver ignorato e sottovalutato il mondo della cultura da parte dei cristiani è stata una delle colpe più gravi in questo secolo e particolarmente nel dopoguerra. Ci sono responsabilità pesanti che si sono manifestate nel corso del Novecento e secondo me questa è anche una delle cause profonde del fallimento del cosiddetto “partito cattolico”. Negli anni scorsi si sono fatte sui giornali inchieste a proposito dell’egemonia culturale marxista; pensiamo ai libri di testo nelle scuole e a come certi argomenti sono stati trattati. Tutto vero, però certamente c’è stato uno spazio che è stato totalmente abbandonato per anni, se non per decenni da parte dei cattolici, forse pensando solo alla politica; io non ho i titoli per fare processi a nessuno però certamente la mancanza è stata molto, molto grave.
Dopo queste brevi riflessioni di carattere generale vorrei entrare più nel concreto indicando alcune piste di lavoro, alcuni temi oggi fondamentali su cui sarebbe opportuno confrontarsi. Al primo posto, l’ho già accennato, vorrei segnalare tutto quanto si agita nel mondo della scienza e della tecnica, le loro grandi acquisizioni di fronte alle quali siamo spesso sconcertati, impauriti, incapaci di interpretare il cambiamento. Mi è capitato di osservare come, sempre di più, da parte di molti scienziati vi sia l’obiettivo filosofico di fondare addirittura il senso dell’esistenza. Assistiamo a una specie di materialismo di ritorno: la scienza (penso ad alcuni studiosi francesi ad esempio), la neurobiologia cerca di fondare lei stessa l’uomo e l’essere umano come se il cervello fosse una realtà soltanto fisica. Si giunge in tal modo a negare l’esistenza dell’anima, si riduce la persona a qualcosa di solo fisico, l’uomo diventa una particella della natura e basta. Sono discorsi che capita di leggere anche sui giornali, non solo sulle riviste scientifiche o sugli inserti specializzati: teorie divulgate in Italia in maniera un po’ più rozza. Secondo me questo è uno degli elementi più importanti su cui i cristiani devono essere capaci di essere presenti anche perché mi sembra di vedere che da parte di filosofi e di pensatori cristiani di oggi ci sia una certa incapacità di intervenire su questi punti se non limitandosi a porre barriere. Bisogna veramente quasi rifondare l’idea del soggetto, della persona umana che è fatta di corpo e spirito, di mente e anima e non può essere ridotta soltanto a un fatto fisiologico.
Un altro punto secondo me decisivo riguarda invece le altre religioni, il rapporto con le altre fedi in primo luogo monoteiste, con la cultura ebraica, con la cultura islamica con cui dobbiamo continuamente fare i conti in questo periodo. Anche in questo caso dobbiamo smettere di essere dominati soltanto dalla paura e dall’ignoranza. Si tratta di studiare, di approfondire, di essere capaci di dialogare con l’altro, perché solo in questo modo, nella conoscenza reciproca, nell’approfondimento delle proprie culture, e anche delle proprie differenze che ci sono e che ci saranno sempre, si può eliminare la possibilità di episodi di intolleranza. Ancora, dobbiamo a mio parere riconoscere che non esistono religioni incontaminate e, sulla base di questa coscienza rinnovata, elaborare un codice etico per un dialogo reale fra le religioni, curando le nostre tradizioni malate e sapendo così venire incontro all’uomo del nostro tempo. Nonostante conflitti e violenze, non mi sento però di dire che il naufragio è totale: la via della ragione e del dialogo, che comprende un reciproco scambio di scuse e di perdono per le offese date e ricevute, non solo non è perdente ma non è affatto senza prospettiva.
Poi c’è tutto un discorso che riguarda i mass media: giornali, tv e internet. Ma vorrei prima spendere qualche parola sullo strumento del libro, oggi quanto mai in disuso. C’è un dato che spaventa e sono i 25-30 euro di spesa annua pro capite in Italia di acquisto di volumi; va detto che il trend è sempre più negativo e si può capire come sia assai problematico fare un lavoro culturale nel momento in cui le persone non leggono più, noi stessi non leggiamo più! E si finisce per essere inevitabilmente condizionati dalla televisione e dai mass media. Del resto, secondo me, è importante far venir meno un certo disagio ancora diffuso nei cattolici verso i mass media, nonostante poi ci sia una molteplicità di mezzi a disposizione: penso ai tanti settimanali e bollettini di gruppi, ordini, parrocchie, movimenti, associazioni. Fin troppi. Ma a parte questo, si tratta di costruirsi una capacità critica nei confronti del mondo dei mass media. Ad esempio sapendo che sempre di più essi rappresentano una realtà che non è quella che è, ma è deformata. Mi colpiva recentemente un’affermazione di quello che è forse il maggior discepolo di McLuhan: il massmediologo canadese Derrick De Kerckhove. Spesso viene in Italia e ha modo di constatare la vitalità del Paese, poi la sera gli capita di guardare la tv, di accendere qualche canale, fare zapping e vede che tutto è storpiato. Praticamente l’Italia è l’unico paese al mondo dove la tv non rappresenta la realtà, non la esprime ma anzi la deforma, amplifica fenomeni o atteggiamenti del tutto marginali come se fossero normali, e proprio il nostro sociologo notava che negli altri paesi non è così. E questo secondo me è importante saperlo, perché molto spesso guardi la televisione o leggi i quotidiani in Italia e non riesci ad avere un’idea della ricchezza sociale del paese. È come se non ci fosse un livello intermedio, oltre alla politica o i grandi fatti internazionali e l’economia da un lato, e le vicende di cronaca nera o rosa dall’altro, fra i grandi eventi e il basso pettegolezzo. È come se la società civile (chiamiamola così) la società nella sua complessità, di fatto non interessasse più. Lo denunciava anche il più grande scrittore reporter del nostro tempo, il polacco Kapuscinski: i media sono diventati sempre di più strumenti di svago, ci esortano a dimenticare il mondo più che a conoscerlo. Lo stesso accade col web, che ci impedisce di approfondire e di capire la verità dei fatti.
Vorrei poi toccare altri due ambiti che mi stanno a cuore: l’arte e la bellezza. Temi richiamati più volte, e giustamente, in questi anni, anche da pensatori cristiani, ma secondo me è come se mancasse oggi chi sa veramente raccontare il cristianesimo, chi sa fare del cristianesimo un fatto che viene raccontato attraverso espressioni artistiche, che siano romanzi o opere figurative…. Si accennava prima all’ebraismo: pensavo di recente a quanti romanzi, quanti libri di racconti sono usciti per raccontare la memoria del popolo ebraico, veramente tanti, ed è giusto e bene che sia così. Testi letterari che raccontano la drammatica vicenda dell’Olocausto ma non solo, anche perché l’espressione narrativa assume tante forme diverse. E mi veniva in mente come invece sia sempre meno frequente vedere la stessa capacità di espressione in ambito cristiano, siano sempre meno gli scrittori che si ispirano al cristianesimo e sono in grado di raccontare, hanno il dono di essere scrittori. Anche questo mi pare un punto su cui meditare, su cui far lavorare i nostri giovani. Un discorso che si riallaccia ancora una volta alla necessità di rilanciare il nostro patrimonio, che non può essere conservato come se fosse soltanto un museo! Un bellissimo museo che non ha più niente da dire al mondo del nostro tempo.
E infine un ultimo punto su cui lavorare, collegato a quanto ho appena detto: l’educazione. Noi viviamo in un tempo in cui è sempre più difficile trasmettere la fede, viviamo in un tempo – non a caso è stata chiamata la società post-cristiana – in cui ci sono persone che nascono, vivono la loro vita tranquillamente, amano e lavorano, sono in fondo anche buone persone, ottime persone, infine muoiono senza avere di fatto incontrato il cristianesimo; o comunque avendolo anche incontrato ma solo come fatto culturale, come uno sfondo che non ha nulla a che fare con la loro esperienza quotidiana. Queste persone come dicevo non è che vivono male, non è che stanno male al mondo pur non avendo la fede: questa è la cosa drammatica e fa capire l’incapacità nostra di trasmettere la fede nuda, per quello che è. È la grande sfida dell’educazione che peraltro forse mai a nessuno come alla Chiesa in questo momento sta a cuore, un territorio direi quasi abbandonato da tutti, perché oggi si pensa che ciascuno cresce come vuole, prende in prestito dai vari modelli che gli vengono posti davanti e si crea da solo un senso per la vita.
Vorrei citare al riguardo una frase chi mi ha molto colpito, negativamente, ed è di quello che è considerato il più grande antropologo del Novecento, Claude Lévi-Strauss: “Meglio il mondo selvaggio – il mondo delle tribù degli uomini primitivi, che lui ha studiato, incontrato, con cui ha vissuto lunghi anni – dell’addomesticamento cristiano”. Mi è parsa una frase emblematica e terribile nella sua drammaticità, perché ci fa capire il nostro compito sia proprio questo addomesticamento, come scrive Saint-Exupéry nel Piccolo Principe: l’uomo ha bisogno di essere addomesticato, non di essere indottrinato, perché ha bisogno comunque di qualcosa di più grande in cui sperare, qualcosa che vada oltre i nostri orizzonti. Anche perché abbiamo visto in questo secolo, e anche in questi ultimi anni, cosa significhi questo ritorno al mondo selvaggio, abbiamo visto con i nostri occhi, dai Balcani al Ruanda al Califfato, cosa significa questo ritorno degli antichi déi della terra e del sangue.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

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