Musée des beaux-arts e altre poesie

di W. H. Auden

traduzione di Carlo Izzo

Ci sembra utile riproporre, a quei lettori che non le conoscano, alcune poesie di W. H. Auden (1907-73), a nostro parere uno dei maggiori poeti del Novecento, e certamente uno di quelli che i più vecchi tra noi hanno più amato. Auden non invecchia, al contrario. Abbiamo scelto quattro poesie dalla raccolta che ne fece per Guanda, nel 1961, un grande conoscitore e traduttore della sua opera, Carlo Izzo. Auden era ancora vivo, e frequentava spesso l’Italia. Da qualche anno il suo editore (anche per le prose) è Adelphi, che ha saputo diffondere con autentica passione, come meritava, tutto il suo lavoro. Auden rimane ancora un autore “nostro”, una guida all’interno della complessa e tragica storia del Novecento, come lo sono stati Orwell e Silone, la Weil e la Arendt, Machado e Pasternak, Anders e Camus e tanti altri, ma anche, come molti di loro, ci è di ausilio a muoverci, oggi, in un presente cupo e inetto. (Gli asini)

 

Quanto a sofferenza non si sbagliavano mai,

I Vecchi Maestri: come capivano bene

La sua posizione umana; come accada

Mentre qualcun altro mangia o apre una finestra

O cammina ignaro per la sua strada;

Come, quando i vecchi attendono reverenti, ansiosi,

La nascita miracolosa, ci debbano sempre essere

Bambini, che non vedevano in essa niente di straordinario, a pattinare

Sul laghetto presso il limitare del bosco:

Non dimenticavano mai

Che perfino il tremendo martirio deve compiere il suo corso

Come che sia in un angolo, in qualche sordido luogo,

Dove i cani trascinano la loro vita da cani, e il cavallo del torturatore

Si gratta l’innocente deretano contro un albero.

 

NelI’Icaro di Brueghel, per esempio: come ogni cosa volge le spalle

Con assoluta indifferenza al disastro; forse l’aratore

Ha udito il tonfo, il grido solitario,

Ma per lui non fu una catastrofe importante; il sole splendeva,

Come su ogni cosa, sulle gambe bianche che sparivano nell’acqua

Verde; e la nave costosa e sottile, che doveva pure aver visto

Qualche cosa di prodigioso, un giovanetto cadere dal cielo,

Aveva un porto da raggiungere, e continuò calma la sua rotta.

 

Voltaire a Freney

Quasi felice, ora, guardava il suo territorio.

Un esule fabbricante d’orologi levava gli occhi al suo passare,

E riprendeva il lavoro; dove sorgeva rapidamente un ospedale,

Un falegname portava la mano al berretto; un fattore veniva a riferire

Che alcuni tra gli alberi che egli aveva progettato crescevano bene.

Le alpi bianche scintillavano. Era estate. Egli era molto grande.

Lontano, a Parigi, dove i suoi nemici

Bisbigliavano che egli era malvagio, in una sedia dalla rigida spalliera,

Una vecchia cieca aspettava ansiosa la morte e le sue lettere. Egli scriveva

“Nulla è meglio della vita”. Era proprio vero? Sì, la lotta

Contro la falsità e l’inganno

Valeva sempre la spesa. E così pure il giardinaggio. Incivilire.

Suadendo, rimbrottando, progettando, più astuto di loro tutti,

S’era messo a capo degli altri bambini nella guerra santa

Contro gli adulti infami; e, come un bambino, era stato scaltro

E umile, quando si richiedeva

La risposta a doppio taglio o la semplice menzogna protettiva,

Ma paziente come un contadino attendeva la loro caduta.

Né mai dubitò, come D’Alembert, della vittoria:

Soltanto Pascal era un grande nemico, gli altri

Erano topi già avvelenati; c’era molto da fare, tuttavia,

E solamente lui su cui contare.

Il caro Diderot era ottuso, ma faceva del suo meglio;

Rousseau, lo sapeva da tempo, piagnucolava e si dava per vinto.

Così, come una sentinella, non poteva dormire. La notte era piena di torti,

Terremoti ed esecuzioni. Presto sarebbe morto,

E ancora incombevano sull’Europa le orrende nutrici

Con la fregola di bollire i loro bambini. Soltanto i suoi versi

Potevano forse fermarle. Doveva lavorare, persistere. In alto

Le stelle impassibili componevano il loro lucido canto.

 

Il romanziere

Inguainato nel suo genio come in un’uniforme,

Il luogo di ciascun poeta è ben conosciuto;

Possono sorprenderci come un uragano

O morire tanto giovani, o vivere per anni soli.

Possono lanciarsi all’assalto come usseri: ma lui

Deve disimpaniarsi a forza dal suo dono bambino e apprendere

A essere disadorno e goffo, a essere

Uno verso il quale nessuno pensa valga la pena di volgersi.

Poiché, per raggiungere il suo più semplice desiderio, egli deve

Diventare la somma d’ogni noia, soggetto

A morbi volgari come l’amore, tra i Giusti

Essere giusto, tra gli Immondi anche immondo,

E nella sua propria debole persona, se può,

Deve soffrire passivamente tutti i torti dell’Uomo.

 

Il presupposto culturale

Felice la lepre al mattino, perché non sa leggere

I pensieri del Cacciatore al risveglio, felice la foglia

Incapace di predire la caduta, felici invero

Le sparse alghe gelatinose, ammorbati, soffocanti

Che fioriscono negli stagni, lambiscono le sabbie del deserto,

Ma cosa farà l’uomo il quale sa fischiettare melodie a memoria,

Conosce la battuta esatta a cui la morte lo fermerà netto come il grido del gabbiano,

Che cosa può fare, se non difendere se stesso dalla conoscenza?

Come belli i suoi rifugi e i tabernacoli della sua pace,

I libri nuovi sul tavolo del mattino, i prati e le terrazze pomeridiane!

Ecco i campi di gioco dove può dimenticare la sua ignoranza

E operare entro i termini d’un patto leale: ventidue peccati hanno qui un certo condono.

Ecco i boschetti dove gli amanti in lotta a fronte a fronte

Possono riscaldarsi a vicenda con le mani malvage,

Ecco i viali per l’incanto e le officine per gli abili incisori.

Le gallerie sono piene di musica, il pianista scorre impetuoso la

tastiera, il grande violoncellista è crocefisso allo strumento,

Così nessuno oda le grida delle sentinelle

Né il sospiro dei molti e dei più poveri; il trionfo dei corpi di coloro

Che a prezzo della vita bandirono di qui la serpe e l’insetto senza volto

 

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Comments (1)

  • Ennio Abate

    |

    Refuso da correggere:

    Can la fregola di bollire i loro bambini

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