Lo stato spagnolo contro la Spagna

di Jordi Borja. Traduzione di Cecilia Raneri

Joan Mirò, Terra arata (1923)

Scrivo una confessione a partire dalla tristezza. Ho sempre cercato di ragionare con la maggiore freddezza possibile e mi sembra pericoloso lasciarsi trascinare dalle emozioni in uno spazio tanto conflittuale come la politica. Non sono indipendentista né sono contrario. Sono convinto che i popoli spagnoli non solo possano convivere, ma che oltretutto lo facciano tutti i giorni. In Catalogna noi autoctoni conviviamo da generazioni con “gli altri catalani” (Francisco Candel, Els altres catalans, Edicions 62, 1964; Los otros catalanes, Ediciones Peninsula 1965), quelli che Pujol accettò negli anni Sessanta, aggiungendo “sono catalani coloro che vivono e lavorano in Catalogna”. Sono “gli altri” però sono di qui, senza cessare di essere anche di dove sono venuti i loro padri o nonni. Conviviamo con il resto della Spagna, dato che ormai non esiste quasi più “la Spagna della rabbia e delle idee… che usa la testa solo per caricare”, come scrisse Antonio Machado (El mañana efímero, 1913). Perché separarci dalla società spagnola? Due settimane fa sono stato a Vitoria. Questa settimana due giorni a Valencia. La settimana prossima a Madrid. Conferenze, dibattiti, riunioni, parlando ci si capisce. Cordialità, sintonia, amicizia. E, senza dubbio, tristezza. Ieri, sabato, in mezzo alla concentrazione di quasi mezzo milione di persone nel centro di Barcellona, ho provato molta tristezza. Come molti catalani e come credo anche il resto della Spagna. Come Xavi Doménech, il leader dei “Comunes” e il portavoce nel Congresso dei Deputati. Questi giorni ci riportano indietro alla Spagna ufficiale di più di quarant’anni fa.

Non è necessario ricordare il discutibile atto del Tribunale Costituzionale quando fu approvato tramite referendum l’Estatut de Catalunya (2006) precedentemente approvato dalle Corti Generali e dal Parlament catalán. Un patto come quello stretto precedentemente all’approvazione della Costituzione tra lo Stato spagnolo e la Generalitat de Catalunya. Su richiesta del Pp fu sostenuta la denuncia davanti al Tribunale Costituzionale e allo stesso tempo ebbe inizio una campagna “popolare” contro la Catalogna, tra i cui artefici ci fu Rajoy. Il Tribunale Costituzionale fu manipolato, ci fu una sentenza “interpretativa” che fu approvata con 6 voti contro 4. Venne grossolanamente tagliato un testo approvato dal popolo catalano e dalle istituzioni rappresentative dello Stato spagnolo e della Catalogna (2010). Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Ci fu una reazione catalana, la sentenza fu considerata umiliante, l’indignazione fu di tutti e di ciascuno. Non fu un’iniziativa delle istituzioni o dei partiti, fu un rifiuto che scaturì dalla maggior parte dei cittadini. Se prima c’era appena il 20% di indipendentisti, in pochi anni raggiunsero il 50%. Il problema non era né di ordine fiscale né riguardava il deficit cumulativo degli investimenti per le infrastrutture, né il taglio permanente delle competenze statali, né le intenzioni e le minacce del governo di ridurre la protezione della lingua. Sono questioni per le quali si può e si deve scendere a patti. La reazione catalana fu provocata dal mancato riconoscimento, il disinteresse, l’abuso di potere, la negazione di qualsiasi dialogo da parte del Pp, di Ciudadanos e della maggior parte dei dirigenti del Psoe.

Il governo spagnolo, il Pp e Ciudadanos (C’s) hanno mantenuto una linea aggressiva e provocatoria nell’arco di questi anni. Per esempio il governo ha accentuato la non attuazione degli investimenti programmati, le minacce a temi tanto sensibili come l’educazione e la lingua, le minacce e persino la possibilità di ricorrere alle vie legali in caso di iniziative politiche come la consultazione popolare “alegale” (2014) che ha messo sotto processo le principali cariche pubbliche catalane. Man mano che venivano fatte pressioni sul governo e sulla società catalana aumentava l’indipendentismo. Una strategia di provocazione che bisogna supporre mirasse alla radicalizzazione del catalanismo, molti di coloro che non erano indipendentisti lo sono diventati negli ultimi cinque anni. Allo stesso tempo si è sviluppata una politica attraverso i mezzi di comunicazione, specialmente le tv nazionali e regionali e le tv private dello stato, destinata a provocare fratture sociali che denunciavano tutti i tipi di discriminazioni in Catalogna, del tutto false, come che non si insegnasse il castigliano, che le persone originarie di altre parti della Spagna venissero discriminate, che vivessero isolate, eccetera. Nel resto della Spagna si sono generati rifiuto, avversione, ostilità in ambiti molto diversi, fomentati non solo dalle destre politiche ma anche da parecchi dirigenti nazionali e regionali del Psoe. I partiti autonominatisi “costituzionali” utilizzano il populismo a destra e a manca come arma, e lo mescolano con il “totalitarismo”. Infine, c’è stata una mancata presa di responsabilità da parte dei mezzi di informazione e di gran parte degli intellettuali e del mondo accademico, complice o silenzioso. Che l’ambiente non sia loro propizio per la difesa della causa catalana, è difficile da capire.

Le ragioni dell’indignazione catalana di fronte allo Stato spagnolo trovarono una forma concreta nel Tribunale Costituzionale. Il Governo spagnolo, il Pp e i C’s lo accettarono con entusiasmo, così come la maggioranza dei dirigenti socialisti. Solamente le istituzioni e la maggioranza dei partiti catalani lo respinsero. Non ci fu una reazione contraria nella società spagnola. In Catalogna però il rifiuto di massa nacque e si sviluppò a partire dalla società civile, non dai partiti politici e nemmeno dalle istituzioni, anche se poi salirono anche loro sull’onda del rifiuto praticando il surfing politico. La mobilitazione cittadina fu pacifica, con frequenza festiva. Espresse aspirazioni, speranze, illusioni da realizzare nell’indipendenza. La consultazione popolare era l’obiettivo iniziale. Il governo spagnolo la rifiutò e lo stesso fecero i partiti statali. A partire dal 2012 le mobilitazioni furono massicce. Nel 2014 si fece una consultazione alegale che rese evidente l’appoggio maggioritario alla possibilità di un referendum. Il governo spagnolo non ha mai voluto dialogare su nulla, e meno ancora sull’indipendentismo o su modificazioni dello status esistente, né su nessuna consultazione. Un governo di legislatori, delle leggi vede solo le parti che gli convengono. La Generalitat, tra la mobilitazione di strada e il rifiuto totale da parte del governo spagnolo, prese una scorciatoia che la condusse in un vicolo da cui era impossibile uscire: la dichiarazione unilaterale di indipendenza (Dui): un’iniziativa, più innocente che audace, che facilitava la mobilitazione contro l’insieme delle forze dello Stato, del Governo, delle Corti, degli apparati dello Stato, dei partiti statali e dei grandi attori economici, con l’appoggio dell’Unione Europea. Un errore ripetuto che non poteva che concludersi nella frustrazione.

Sembra però giusto chiedersi: perché nell’arco di sette anni il governo spagnolo non ha fatto nessuna proposta ai catalani? Perché non ha aperto le porte al dialogo nemmeno quando è stato sollecitato dal presidente della Generalitat, pochi giorni prima di decidere la sospensione dell’autonomia catalana? Dobbiamo anche chiederci perché numerose cariche pubbliche del Pp e C’s e importanti dirigenti socialisti hanno incitato l’anti-catalanismo tramite demagogia, falsità e azioni fuori luogo? Perché governanti che dovrebbero comportarsi in maniera responsabile alimentano le tensioni territoriali e le fratture sociali quando dovrebbero creare coesione nella società e facilitare la convivenza? Anche se non dovesse esserlo, per lo meno sembra che si tratti di un’operazione dello stato che va oltre la Catalogna.

Le destre spagnole hanno bisogno di “nemici” che servano loro da capri espiatori. Lo sono stati i comunisti, e di quando in quando appare ancora il fantasma dell’anticomunismo anacronistico. Prima l’Eta e adesso il terrorismo jihadista vengono utilizzati a questo scopo, però non sono sufficienti, dato che non giustificano né la corruzione, né le politiche antisociali, né i privilegi delle élite politiche ed economiche. Adesso il capro espiatorio sono i catalani, quelli che pretendono di “rompere la Spagna”, i presunti colpevoli della recessione economica che ci minaccerà nei prossimi mesi e del debito spagnolo accumulato a causa della pessima gestione del governo e del sistema finanziario, quegli egoisti privi di solidarietà che si approfittano della Spagna unita. È la strategia dei pogrom, sviare l’attenzione delle classi popolari e medie verso un nemico fittizio, che viene segnalato come differente e perverso. E così giustificare l’autoritarismo e la cattiva gestione pubblica.

Credo che ci sia anche un progetto politico di de-democratizzazione e ri-centralizzazione del Governo spagnolo, condiviso probabilmente da Pp, C’s e dirigenti e baroni del Psoe. Le cariche pubbliche territoriali di questi partiti aspirano a questo, le cariche, non tanto le competenze statali. La Spagna è un paese vulnerabile nell’ambito europeo e la conflittualità sociale può essere pericolosa. Si comincia con la Catalogna, la Generalitat e i municipi. Poi seguirà il resto della Spagna. In altri modi, con la complicità dei partiti statali, ma con lo scopo di impoverire ancora di più la misera qualità della nostra frustrata democrazia. C’è un’alternativa politica? Potrebbe esserci, con il Psoe e Podemos e i loro alleati periferici. E con un appoggio parlamentare dei partiti delle nazionalità storiche che abbiano un pedigree democratico. Ma l’attuale direzione del Psoe si è chiusa nella gabbia dei partiti conservatori, delle élite economiche e dell’alta amministrazione. Tutto ciò rincalzato dalla bandiera rossa e gialla della monarchia e del franchismo. Tutti quanti spiritualmente uniti dalla Spagna indissolubile, dallo spagnolismo del tamburello della Sultana Sevillana e dal monopolio dogmatico della Meseta. Si comincia dai catalani, poi la de-democratizzazione arriverà a tutti gli spagnoli.
(23 ottobre 2017)

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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