La fine di un certo cristianesimo

di Raniero La Valle

Giotto, Ingresso a Gerusalemme

Il professor Bettiolo ci ha offerto due letture che parlano di una fine del cristianesimo, almeno come noi lo conosciamo, attraverso due esempi che ci hanno portato l’uno negli Stati Uniti, l’altro in Francia: effettivamente ci sono racconti che si possono fare del cristianesimo, che sono racconti di una fine, di un esaurimento culturale, della fine di un mondo. Ma la domanda è: che cosa sta finendo? Sta finendo il cristianesimo o qualcos’altro? E il papa come si pone nei confronti di questa fine?

La mia analisi è che sta finendo una fase, ma non si tratta di quella che è cominciata negli anni Venti del Novecento, quando la Chiesa ha rinunciato a usare strutture cristiane per costruire la società cristiana, ma ha puntato su un’animazione cristiana della realtà temporale, attraverso cose come il partito cristiano, l’“apostolato dei laici”, le Università cattoliche e quant’altro, facendo propria la linea maritainiana che era poi quella di Montini. No, la fase che sta finendo non è questa, essa è cominciata ben prima, e coincide con l’età costantiniana della Chiesa, che si è andata svolgendo da quando si è dato avvio a un cristianesimo concepito come regime di cristianità. Quella che sta finendo è infatti la formula della religione intesa come un monoteismo che fonda un’unità politica, formula che passa per Costantino, Eusebio, Teodosio, arriva a Carlo Magno (la res publica christiana) e nell’ultimo millennio diventa la grande pretesa della Chiesa di essere lei la sovrana sulla terra, la sostituta di Dio, di essere lei quella che realizza l’unità tra regime politico, religione e fede: Questa è stata una cosa molto studiata, faccio solo una piccola citazione, da un saggio su L’idea di Europa, del filosofo novecentesco Edmund Husserl, che spiega come la modernità sia uscita da un tempo, il Medioevo, in cui si era costituita “un’unità di cultura gerarchica” tale per cui la scienza era normata dalla fede, e la Chiesa si poneva come “una comunità sacerdotale sovranazionale organizzata in modo imperialistico, quale portatrice dell’autorità divina e organo deputato alla guida spirituale dell’umanità” mettendo ogni cosa al servizio della “cristianizzazione dell’intera cultura”. Ma anche lo storico viennese Fiedrich Heer, facendo l’anamnesi dell’Europa cristiana, dice la stessa cosa, descrivendo un arco che da Costantino che fonda lo “Stato totalitario europeo” attraverso la riforma gregoriana col papato di Gregorio vii arriva al Novecento, in base all’idea di un regime unitario di politica, istituzioni e fede.

Questa però è la cristianità, non il cristianesimo, è una forma di realizzazione del cristianesimo nella dimensione della cristianità, basata sulla pretesa di un’unità organica tra fede e politica. Questa pretesa appartiene a una teologia che non a caso parte con Ario:  è molto interessante il fatto che Eusebio, che è un grande storico della Chiesa e il grande apologeta di Costantino, considerato come il nuovo Cristo, taccia completamente la condanna di Ario e l’affermazione del dogma trinitario, perché il modello era: un Dio un imperatore, una terra, una fede (statale, politico-religiosa), per cui “il Dio unico troneggia come il Gran Re nella sua dimora reale, nel suo palazzo celeste. Sulla terra lo rappresenta Costantino”…

Nel Novecento le cose cambiano, è giustissimo il riferimento fatto dal professor Bettiolo, certamente si passa a una forma che non è più quella di strutture cattoliche, leggi cattoliche, Stati cattolici, poteri cattolici, e si passa invece a una forma di mediazione, al tentativo di un’egemonia. Ma in realtà non si esce da quella vecchia dimensione perché l’obiettivo è sempre il regno cristiano, il regno di Dio che si realizza attraverso l’autorità della Chiesa sulla terra. Dopo gli anni Venti-Quaranta, dopo la guerra mondiale, quella che ha corso è la versione maritainiana di questa realizzazione della cristianità (si ricordi l’Umanesimo integrale di Jacques Maritain): è chiaro infatti che la cristianità non si può più realizzare nella vecchia forma, perché c’è stata Porta Pia, non si può più immaginare che si attui col potere temporale, ma essa si deve realizzare con altri mezzi. Maritain offre gli strumenti per farlo ma il fine è sempre quello, è la società cristiana, l’identificazione della fede, della religione, con una società data, terrena. La regalità di Dio diventa la regalità della Chiesa. E questo arriva fino al Concilio Vaticano 11. Io sono testimone del Concilio e ricordo benissimo che si ripeteva continuamente che si stava uscendo dal regime costantiniano, ma di fatto come denuncerà Dossetti che l’aveva vissuto dall’interno, il Concilio stesso è rimasto dentro quella idea della cristianità. La grande dimostrazione di debolezza data dalla Chiesa dopo il Concilio e nella fase della sua ricezione, aveva la sua causa proprio nel fatto che essa non era riuscita a venir fuori da questo habitus della cristianità da realizzare. E devo dire che neanche Dossetti era davvero uscito da questo modello della cristianità.

Questo modello era finito da tempo, ma non ne era stata metabolizzata la fine. Ora l’attuale papato formalizza la fine, e dichiara esso stesso che la cristianità è finita; ma questo non vuol dire che è finito il cristianesimo, esso va ripreso da un’altra parte. Il cambiamento epocale è questo. Finisce un’epoca di quasi due millenni (tre millenni se ci si mette l’epopea davidica), l’ultimo è il millennio “dal Medioevo a Hitler” come dice Friedrich Heer nel suo Storia intellettuale d’Europa. Finisce questa idea della realizzazione terrena della città di Dio. E il papa che cosa dice? Quando gli hanno proposto il Premio Carlo Magno, prima il papa non voleva riceverlo, poi il cardinale Kasper l’ha convinto che poteva essere un momento importante per dire il suo pensiero sull’Europa. Allora sono venuti tutti i leader europei a Roma a portarglielo, e lì Francesco fa un discorso, simile a quello fatto al Parlamento europeo, nel quale sostanzialmente si riprende la corona che un suo predecessore aveva messo sul capo di Carlo Magno e la rimette là dove il potere nasce, nel popolo, conformemente al diritto, la restituisce a Cesare, all’umanità, alla politica. Ancor prima papa Francesco va all’Onu e afferma “la sovranità del diritto” – non la sovranità della fede – intendendo per diritto il diritto positivo che sta scritto nelle Costituzioni.

Quello che fa il papa è di prendere atto che c’è una forma religiosa che è finita. Lui ha la forza e la capacità di dar vita a una nuova predicazione cristiana. È proprio della predicazione nascere da una liturgia, da una teologia, dalla lettura del Vangelo, dalla lettura di un passo dell’Antico o del Nuovo Testamento. E così era stata forgiata in passato la cristianità, densa di una teologia che partiva da una certa immagine di Dio, che era il Dio della potenza, del giudizio, della condanna. È invece a partire da un nuovo annuncio di Dio, che la cristianità si converte in cristianesimo. Infatti questo papa dice tante cose che gli altri non dicevano, ma soprattutto ci sta presentando un altro annuncio di Dio. Quando lui insiste sulla misericordia non fa solo allusione a uno dei tanti nomi di Dio, a un predicato come gli altri, ma ne fa la sostanza della sua predicazione, della sua teologia.. E questo è un Dio nonviolento. La prima cosa che avviene nel pontificato di Francesco è la pubblicazione di un documento della Commissione teologica internazionale con la firma del cardinale Müller, che era il prefetto del Sant’Uffizio; un documento il cui studio era stato avviato da Benedetto xvi. Ebbene questo testo, dotato di un’elevata autorità dottrinale, afferma che il Dio violento è il frutto di un fraintendimento umano. Esso si trova anche in molte pagine della Bibbia, perché la Rivelazione non è avvenuta come per la trasmissione di un fotogramma fisso, ma è avvenuta nel corso di un lungo processo che è documentato dalla Scrittura. Quindi le immagini di un Dio violento ritraggono un Dio che non esiste; il Dio della guerra dice il papa, non esiste. Questo è un cambiamento epocale, sta ripartendo una storia, che riprende le origini, che torna a muoversi dai nastri di partenza. Questa è la novità, un papa che ogni mattina apre il Vangelo a Santa Marta e con quello rifonda la Chiesa ogni giorno. Perciò non è finito il cristianesimo, comincia la sua novità.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

 

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