Fare i conti con Costantino

di Sergio Tanzarella

Catacombe di San Gennaro a Napoli

Da quando ho iniziato a insegnare – oltre trenta anni fa – ho sempre trovato molto vantaggioso verificare, a inizio di ogni corso, quali fossero le reali conoscenze degli studenti riguardo alla storia del cristianesimo. Oggi mi ritrovo un patrimonio di dati che mostra persistenze di idee comuni a diverse generazioni. Spesso si tratta di generalizzazioni e di convinzioni senza alcun fondamento storico, risultato di un uso pubblico della storia di cui gli specialisti, chiusi nel loro mondo accademico di ricerche e pubblicazioni, non percepiscono nemmeno l’esistenza. Ma c’è in particolare un notizia più conosciuta universalmente e che attraversa il nord e il sud dell’Italia e tutti i continenti superando le barriere delle differenze culturali e generazionali. Infatti alla domanda “quali sono gli avvenimenti che lei ritiene tra i più significativi della storia del cristianesimo?” quasi il 90% converge sul sogno di Costantino e sulle indicazioni da lui ricevute per vincere la battaglia di ponte Milvio contro Massenzio compreso come l’incarnazione del persecutore dei cristiani.

Ed è certo sconcertante che il Gesù Cristo principe della pace sia stato posto a servizio della guerra come una qualsiasi divinità bellica e che si debba rivelare alla vigilia di una battaglia. Tuttavia l’aspetto inquietante è che quasi nessuno ha mai letto almeno una fonte su quel sogno universalmente tanto conosciuto. Tutti ignorano che la notizia del sogno abbia cominciato a circolare solo tre anni dopo quel 28 ottobre 312 prima grazie ad Eusebio nella Storia ecclesiastica, poi nel 318 con Lattanzio ne La morte dei persecutori e infine nel 337 con La vita di Costantino ancora di Eusebio. Quasi tutti non sanno che è solo questa versione tardiva ad avere alimentato la vulgata comune del sogno militaresco per ottenere la vittoria. Quel sogno, a distanza di secoli, non ha perduto la sua capacità suggestiva ed insieme a un editto che non è mai esistito come quello di Milano del 313 (sebbene celebrato con pompa appena nel 2013) costituiscono la matrice di un cristianesimo che, attraversando i secoli dalle crociate alla battaglia di Lepanto, giunge fino a noi come ideologia e giustificazione del potere. È un cristianesimo trionfante che genera una religione civile per la quale la fede è elemento accessorio, è un cristianesimo sul quale l’ombra del Costantino storico si dissolve lasciando il posto al costantinismo e al neocostantinismo. Erano questi che il domenicano Yves Congar (Diario del Concilio, San Paolo 2005) osservava nei primi giorni del concilio Vaticano ii:

un apparato pesante e costoso, grandioso e infatuato di se stesso, prigioniero del proprio mito della grandezza temporale; tutto questo, che rappresenta la parte non cristiana della Chiesa romana e che condiziona, anzi impedisce, l’apertura a un compito pienamente evangelico e profetico, tutto questo viene dalla menzogna della Donazione di Costantino. In questi giorni lo posso vedere in nodo evidente. Nulla avverrà di decisivo finché la Chiesa romana non avrà completamente abbandonato le sue pretese feudali e temporali.

Quel neocostantinismo, pur smentito dal Vaticano ii e ancor più dal Patto delle Catacombe, non sembra aver perso la sua presa se si ricorda quanto scriveva in anni lontani una delle menti più acute della società e della Chiesa italiana della seconda parte del xx secolo:

C’è un’età che ha un regime mutato, un regime globale (culturale, sociale, politico, giuridico, estetico) non ispirato al cristianesimo. Cioè un’età non più di cristianità. Questo sì, e di questo dobbiamo convincerci. La cristianità è finita. E non dobbiamo pensare con nostalgia a essa, e neppure dobbiamo a ogni costo darci da fare per salvarne qualche rottame. Il sogno dello storico Eusebio di Cesarea – che ha idealizzato Costantino e la sua opera, anzi il regime che direi formalmente teodosiano più che costantiniano, di Teodosio il Grande che ha dato le prime linee di una struttura cristiana dell’Impero – è finito, irrimediabilmente finito. È finito dappertutto.

L’epoca costantiniana e il conseguente costantinismo, che attraverso i secoli è giunto fino a noi, dovrebbero dunque – secondo Guseppe Dossetti (Il vangelo e la storia, Edizioni Paoline 2012) – essere ormai morti, ruderi inservibili di fronte alle emergenze della storia, dinnanzi alla richiesta di giustizia degli impoveriti e dei derubati ai quali oggi restituisce voce e dignità papa Francesco. Tuttavia il costantinismo, o ancor meglio lo spirito teodosiano, non mancano di continuare l’inganno innalzando le insegne e i labari del potere (si pensi all’editto di Tessalonica del 380 che stabiliva l’obbligo di essere cristiani e preannunciava punizioni per quelli non lo erano, Codice Teodosiano xvi,1,2), affidandosi a quello spiritualismo devoto e a quella mondanità spirituale che predica la rassegnazione in nome di una religione civile verniciata di cristianesimo, che pretende di circoscrivere l’annuncio a un Occidente “naturalmente cristiano” o a una Europa dalle radici virtualmente cristiane e che lascia annegare moltitudini di esseri umani nelle acque del suo Mediterraneo o che continua a sostenere una economia post coloniale che strangola popoli e cancella i loro diritti e i loro sogni.

I regimi concordatari, pur realizzati sovente con le migliori intenzioni, segnano sempre una identificazione con il potere e una perdita della libertà dell’annuncio illudendo che i riconoscimenti ufficiali possano favorire la evangelizzazione. La realtà dei fatti smentisce tutto questo come dimostra, per esempio, il concordato di Terracina del 1818 tra lo Stato Pontificio e il Regno delle due Sicilie che, con una perdita secca di autonomia da parte della Chiesa, consentiva ai Borboni di esercitare un controllo diretto sulle nomine episcopali e coinvolgeva la Chiesa nel sostegno di un regime illiberale e sanguinario. Ancor più grave fu quanto accadde nel 1929 quando il fascismo con i Patti Lateranensi chiuse la “questione romana” e in cambio di benefici e ristori pretese di addomesticare la Chiesa cattolica italiana rendendola strumento funzionale alla propaganda fascista. Quando Pio xi se ne avvide e fermamente protestò era ormai troppo tardi, la fascistizzazione della maggioranza dei cattolici italiani era già in buona parte compiuta. Essa era stata avviata anni prima con l’indifferenza di fronte agli omicidi di don Minzoni e Matteotti e con l’isolamento e la condanna di fatto all’esilio di un intellettuale e politico come Luigi Sturzo abbandonato, innanzitutto, da quello stesso mondo cattolico che lo avrebbe dovuto difendere e che avrebbe dovuto dargli ascolto. Così nella lunga durata il costantinismo ha mostrato la sua capacità di permanenza e di invasività come ho scritto con Stanislaw Adamiak in “Costantino e la teologia romana del xix-xx secolo” incluso in Costantino I. Enciclopedia costantiniana sulla figura e l’immagine dell’imperatore del cosiddetto editto di Milano 313-2013, Istituto dell’Enciclopedia Italiana 2013.

Sotto l’influenza degli atti di Costantino, si è sviluppato e poi si è fissato per secoli, un complesso mentale e istituzionale nelle strutture, nei comportamenti e perfino nella spiritualità della Chiesa, e questo non solo di fatto, ma come ideale. Siamo così trascinati attraverso parecchi secoli, durante i quali questo mito continua, ben oltre il periodo costantiniano e oltre l’Impero romano. Si trattava di un mito, quello del costantinismo, che si era espresso non solo in modo esplicito, ma che si era affermato nella storia della cristianità come dimensione sottesa percorrendo sotto traccia la storia della Chiesa, il ruolo che essa si riconosceva nel mondo e la storia delle relazioni tra la Chiesa e il potere politico. Un modello che aveva esercitato influenza sulla Chiesa stessa facendola diventare un vero e proprio regno tra gli altri regni, in grado di consacrare i poteri politici, di riconoscerne l’autorità politica come proveniente da Dio, di giustificare il potere temporale dei papi, complice anche l’invenzione della “donazione di Costantino” che accentuerà nei secoli successivi le caratteristiche mondane della corte pontificia.

Si tratta di una ideologia di cristianità che ancora brandisce la croce trasformandola da strumento infame del patibolo umano accettato da Cristo a segno di distinzione di una identità escludente: i nostri e gli altri, i comunitari e gli extracomunitari, i garantiti e quelli che sono nati nel luogo sbagliato. Dunque come dice il teologo Marie-Dominique Chenu in Un Concilio per il nostro tempo, Morcelliana 1962:

cristianità non è Chiesa: è certo una distinzione che è difficile applicare nelle sue frontiere dottrinali e istituzionali, ma che è urgente fare, in un mondo le cui dimensioni umane oltrepassano da ogni parte i confini dell’Occidente e la cui storia ci conduce decisamente fuori dalla cristianizzazione di Costantino.

È una ideologia di cristianità, apparentemente fedele alla Chiesa, che però accetta senza scandalo che dei pezzi di carta, come passaporti, permessi di soggiorno, biglietti di banca, possano determinare la vita e la morte. Una ideologia di cristianità riservata ai possessori di carte di credito, fedele a una religione senza fede ma larga di elemosine che ha per lungo tempo influenzato molti uomini di Chiesa. Per i poteri questa ideologia di cristianità avvolta nell’incenso e imbevuta di liberalismo economico e di occidentalismo dei valori è in grado di assicurare una società modellata sulle parole d’ordine della competizione, della meritocrazia e dell’individualismo. Edulcorato quanto basta da renderlo innocuo questo presunto cristianesimo funzionale al potere è in grado di offrire risposte senza domande. La condizione di morte di miliardi di esseri umani non importa poiché sembrano valere molto di più le alleanze con il potere in grado di garantire quei privilegi necessari per svolgere la missione. Generose beneficienze in cambio del silenzio o di rassicuranti giustificazioni affinché le leggi del mercato abbiano diretta relazione con la legge di Dio. È quella ideologia di cristianità che arma e giustifica le guerre, anche quelle travestite da missioni di pace e da guerre umanitarie. Essa ha un motto “A me che importa” che Francesco a ben stigmatizzato, con immaginabile scandalo e rabbia di produttori e venditori di armi e di politicanti che sulla guerra fondano i grandi finanziamenti di cui dispongono per comprare il consenso. Francesco nel suo doloroso discorso al sacrario militare di Redipuglia il 13 settembre 2014:

Sopra l’ingresso di questo cimitero, aleggia il motto beffardo della guerra: “A me che importa?”. Tutte queste persone, che riposano qui, avevano i loro progetti, avevano i loro sogni…, ma le loro vite sono state spezzate. Perché? Perché l’umanità ha detto: “A me che importa?”.

Ecco la lezione più forte di Francesco in questi anni di pontificato: il superamento di ogni equivoco della giustificazione dell’individualismo e dell’indifferenza conseguenze di quel “A me che importa?” che ha come risultato una società fondata sull’annientamento sistemico degli esseri umani e dell’ambiente asserviti al potere come dominio. È in questa prospettiva che vanno rilette le parole che ritornano più volte nei suoi discorsi sulla assoluta centralità del lavoro per la vita umana e sulla sua sistematica violazione. Nel silenzio distratto dei sindacati e della politica e nell’affermazione di generici principi da parte dei banditori ufficiali della cosiddetta dottrina sociale della Chiesa, Francesco rompe con i protocolli del politicamente opportuno, con le mezze parole della diplomazia dai passi felpati, con la logica curiale del sopire, dell’annacquare, del pronunciare parole e compiere azioni che vadano bene per tutti e soprattutto per il potere. Rompere con quella efficienza mondana avvolta nell’incenso. È a causa di questa mondanità spirituale, tra prestigio, potere, carriera e delle 15 malattie di cui parlava Francesco nel suo discorso natalizio alla Curia romana (Il cristiano tra potere e mondanità. 15 malattie secondo papa Francesco di Anna Canfora e Sergio Tanzarella, Il pozzo di Giacobbe 2015) che non c’è né più tempo né attenzione per occuparsi delle condizioni di schiavitù in cui sopravvivono miliardi di esseri umani, anche quelli appartenenti alle società dove i diritti sono sanciti da costituzioni e tutelati da leggi come ha detto il papa nel Videomessaggio alla 48ª settimana sociale dei cattolici italiani sul tema “il lavoro che vogliamo. libero, creativo, partecipativo e solidale”, Cagliari 26 ottobre 2017:

Ci sono lavori che umiliano la dignità delle persone, quelli che nutrono le guerre con la costruzione di armi, che svendono il valore del corpo con il traffico della prostituzione e che sfruttano i minori. Offendono la dignità del lavoratore anche il lavoro in nero, quello gestito dal caporalato, i lavori che discriminano la donna e non includono chi porta una disabilità. Anche il lavoro precario è una ferita aperta per molti lavoratori, che vivono nel timore di perdere la propria occupazione. Io ho sentito tante volte questa angoscia: l’angoscia di poter perdere la propria occupazione; l’angoscia di quella persona che ha un lavoro da settembre a giugno e non sa se lo avrà nel prossimo settembre. Precarietà totale. Questo è immorale. Questo uccide: uccide la dignità, uccide la salute, uccide la famiglia, uccide la società. Il lavoro in nero e il lavoro precario uccidono. Rimane poi la preoccupazione per i lavori pericolosi e malsani, che ogni anno causano in Italia centinaia di morti e di invalidi.

Ma Francesco non si accontenta di una forte e mirata denuncia (fatta nella quasi totale indifferenza da parte dei poteri politici italiani complici degli schiavisti) egli ha avviato uno smontaggio sistematico dei pilastri del turbo capitalismo che spesso continuano ad affascinare non pochi cattolici e sui quali diversi pensatori e teologi hanno costruito un sistema giustificatorio delle disuguaglianze. Elementi costitutivi di una società fondata su competizione e meritocrazia che genera esclusi e che non ha pietà per chi resta indietro, per coloro che vengono definiti difettosi e incapaci, considerati – meno che merci – come scarti. Chi lo ascoltava denunciare tutto questo nel Discorso al mondo del lavoro tenuto a Genova nello stabilimento dell’Ilva il 27 maggio 2017 non poteva non considerare che le sue parole andavano a sostituire l’afasia cronica della politica e del cattolicesimo italiani. Era la stessa afasia che lasciò solo un prete che già, come fosse oggi, sessant’anni fa su quegli esclusi scriveva:

Gente che non esiste, eppure vive e soffre e si ammala e mangia e prende moglie e fa figlioli e s’infortuna e tutto questo senza assicurazione, senza contratto, senza difesa. In una parola: schiava come ai tempi di Nerone: gente senza diritti (…). Il potere politico è in mano dei ricchi. Il potere della legge si infrange di fronte al potere economico. Le leve sono ferme in quelle mani. (…). Cosa è cambiato di sostanziale dal ’700 in qua? Quando un uomo può licenziare quanto e quando gli pare hai belle e inteso tutto. Ha il coltello dalla parte del manico, delle leggi sociali se ne può anche ridere.

Ecco, questo è il peggio davvero. Il peggio non è beffar la legge. Il peggio è beffar l’uomo, distruggerlo da dentro. E per distruggerlo da dentro basta una cosa sola: tenerlo sotto il segno del terrore.

Quel prete era don Lorenzo Milani (Esperienze pastorali, Libreria Editrice Fiorentina 1958)

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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