Cosa ci insegna il presente

di Giancarlo Gaeta

illustrazione di Lorenzo Mattotti

 

C’è discussione e conflittualità crescente intorno al pontificato di Bergoglio, non solo ai vertici del potere ecclesiastico ma anche più diffusamente tra le file del clero e del laicato più consapevole, presi alla sprovvista dal modo in cui il papa venuto “dall’altra parte del mondo” sta interpretando la sua funzione; e c’è vivo interesse e aspettativa da parte di quanti si battono ancora per la giustizia, la pace, la dignità degli ultimi a prescindere dall’appartenenza religiosa, quasi una sorta di ultimo appiglio ideologico e comunque di sostegno morale nel vuoto di un’epoca in cui si fatica a conservare un’identità propria. Tuttavia per capire cosa stia succedendo e cosa aspettarsi dal mondo cattolico occorre, credo, una lettura non schiacciata sull’immediato dell’avvento di una figura che certo colpisce e interroga, ma la cui portata storica andrà compresa, credo, nel contesto di una crisi epocale che è insieme della chiesa e della società occidentale.

A me sembra che nei cinquant’anni che ci separano dal Concilio sia arrivato a compimento un processo che dura almeno dal secolo dei lumi, rimasto a lungo sotterraneo ma che ha oramai subito un’accelerazione impressionante verso la crescente perdita di senso dell’istituzione ecclesiastica, sempre meno attendibile come punto di riferimento insostituibile per il vivere cristiano in una realtà sociale in cui la spinta alla secolarizzazione è pervasiva, ben al di là delle cosiddette rinascite del religioso e anche al di là dello spartiacque tra credenti e non credenti, al punto che il riferimento fondante a conversione, fede e grazia diventa sempre più umbratile e così pure di conseguenza la percezione dell’alterità tra chi vive nel e del mondo e chi, a detta di Paolo, vive nel mondo come se non fosse del mondo. È il caso in particolare dei cristiani impegnati nella cultura, nella società, nella politica, che per lo più non trovano né cercano più nella chiesa la ragion d’essere della propria militanza.

Da Roncalli a Bergoglio, passando per Montini, Wojtyla e Ratzinger, si sono tentate vie diverse e in parte contrastanti per fare fronte a un duplice difficilissimo compito, quello di ridare credibilità all’istituzione come luogo imprescindibile per i credenti e quello di presentarla come interlocutrice della società, ora aperta a un confronto costruttivo, più spesso come portatrice di valori a cui tutti sono invitati ad aderire. La novità di Bergoglio sta nel fatto che egli per cultura e pratica pastorale non appare tanto interessato a ridare prestigio e centralità sociale alla chiesa, bensì a rendere evidente la necessità di coniugare in tutt’altro modo il rapporto tra chiesa e vangelo, restituendo a quest’ultimo il primato ceduto all’istituzione sin quasi dall’inizio della storia cristiana, ma che oramai reso vano in una realtà culturale e sociale in cui la pretesa a un ruolo egemone da parte della chiesa, custode unica della verità e via unica di salvezza, di fatto è sempre meno riconosciuto anche al suo interno.

Di questo passaggio critico e degli effetti decisivi sul futuro della civiltà occidentale c’è stata consapevolezza a partire almeno dagli anni intorno alla prima guerra mondiale. Si pensi a Simone Weil con la sua accusa alla chiesa di non essere all’altezza di un’epoca senza precedenti, di esprimere un cattolicesimo di diritto ma non di fatto che le impedirebbe di mostrare pubblicamente un cristianesimo veramente incarnato, di testimoniare la forma di santità che il momento presente esige. E si pensi a due figure come Dossetti e Certeau che con sensibilità e culture molto diverse si sono interrogate a fondo sulla situazione del cristianesimo in questa società. Le risposte sono state divergenti, ma ugualmente rigorose nella ricerca della via di uscita da una impasse effettivamente senza precedenti. Permettetemi di dirne rapidamente qualche cosa, perché il loro pensiero può aiutare a capire meglio qual è effettivamente la posta in gioco anche per chi cattolico non è.

Negli stessi anni in cui Simone Weil collegava la propria impossibilità di aderire alla Chiesa con l’incapacità di questa a cambiare per far fronte alla crisi irreversibile dell’Occidente, Dossetti parlava di “catastroficità della situazione civile” collegandola alla “criticità del mondo ecclesiale” in un rapporto di influenza negativa la cui maggiore responsabilità ricadeva su quest’ultimo, e che per uscirne occorresse rimettere i cattolici al centro dello sviluppo storico in Italia, ma ora senza alcuna pretesa di conquista cristiana dello stato e della società. Si trattava piuttosto di impegnare il mondo cattolico in un esercizio di comprensione del mistero di una fase storica complessissima. Operazione che presupponeva il ritorno a una religiosità profonda, a un senso di adorazione del mistero della trascendenza e del mistero di Dio nelle anime, cosicché tutto potesse essere letto “nella grazia e nella luce di Dio”. In altri termini teneva ferma la distinzione tra comunità cristiana e società, e seguitava ad assegnare alla prima un ruolo decisivo nel riorientare le coscienze, a condizione che vi fosse conversione e spiritualità profonda radicata nel mistero eucaristico, e perciò nella Croce. Dunque un movimento che avrebbe dovuto nascere all’interno della vita della chiesa e incidere sulla vita della città esclusivamente in forza della santità dei suoi membri (convincimento significativamente prossimo a quello di Weil). In tal modo Dossetti recuperava tutta la forza dell’annuncio evangelico spogliato di ogni traccia di potere sociale, ma conservando un ruolo ineliminabile all’istituzione chiesa come luogo della fede e dispensatrice dei sacramenti (G. Dossetti, Per la vita della città, Zikkaron 2017).

La via proposta da Certeau modifica in profondità questa impostazione che pure riprendeva lo schema del primo cristianesimo. Certeau non ritiene più praticabile un movimento di rinnovamento radicale della chiesa per il semplice fatto che l’istituzione è sempre meno utilizzata come luogo proprio del vivere dei credenti. Egli guarda la chiesa ormai dall’esterno e constata freddamente che “l’istituzione cristiana si sgretola come una casa disabitata… Non definisce più un senso e non è più l’indicativo sociale di una fede”. In effetti si assottiglia sempre più lo stacco tra credenti e non credenti: nei primi viene meno il riferimento necessario all’istituzione, i secondi tendono ad appropriarsi di valori e linguaggio del cristianesimo. In tal modo viene meno per la chiesa il ruolo di mediazione tra l’esperienza umana e l’assoluto. Un mutamento storico di enorme portata, che avrebbe per Certeau l’effetto positivo di chiudere la storia dei duemila anni di cristianesimo e di riportare alla situazione originaria della conversione intesa come sequela di Gesù, che non ha un luogo proprio perché avvenuta prima e a prescindere da qualsiasi istituzione. Scrive in un testo del 1974 che ricapitola la sua posizione: “Fondamentalmente il senso evangelico non è un luogo, ma si enuncia piuttosto in termini di instaurazione e di superamenti di luoghi effettivi, ieri religiosi, oggi civili. Non potremo dunque ritrovare per esso una localizzazione propria, né cercargli una specifica espressione nuova… Ciò che va scomparendo è dunque la possibilità per l’esperienza cristiana di fare essa stessa corpo. Ma per reazione si rinforzano la necessità – e il desiderio – di fare corpo con la storia. Non c’è un altro suolo se non quello dei luoghi e dei compiti sociali, intrecciati gli uni con gli altri, limitati e impossibili da capitalizzare. Un’esperienza tellurica si sostituisce alle protezioni offerte dal “corpo di senso” che garantiva un ‘universo senza smentita’” (Il cristianesimo in frantumi, Effatà Editrice 2010).

A me sembra che papa Francesco si stia movendo lungo il margine che collega e divide queste due letture della situazione ecclesiale in rapporto alla società. Deve tenere insieme l’enorme patrimonio religioso sottoposto a un processo di sfaldamento difficilmente reversibile e un suo orientamento spirituale e pastorale che tende a “fare corpo con la storia”. Di qui, mi sembra, una certa ambiguità della sua posizione, diviso com’è tra il compito istituzionale assunto e la pratica pastorale governata dal rapporto con l’altro nella concretezza dei problemi umani e sociali, e perciò la difficoltà, se non l’impossibilità a lungo termine, di tenere insieme due modi di leggere la storia del cristianesimo in rapporto alla situazione socioculturale attuale. In definitiva due concezioni della vita cristiana, una delle quali suppone una continuità col passato in forza di un rinnovamento spirituale dei credenti destinato a riflettersi sul mondo ecclesiale e di conseguenza sulla società; mentre l’altra prende atto della sparizione dei luoghi ecclesiali in relazione al credere, anche se l’istituzione seguita a operare nei campi della cultura, del sociale e dell’economico, e preconizza un nuovo inizio cristiano non più garantito da un’istituzione religiosa, come già fu per Gesù e per coloro che dapprima lo seguirono, senza altro riferimento che l’annuncio evangelico nella situazione data e perciò pienamente incarnati nella vita comune.

Penso che chi intenda interrogarsi laicamente sullo stato della chiesa in questo tempo e su cosa possa venirne di buono per una società, la nostra, incapace di darsi un senso, debba iniziare a rivolgere l’attenzione innanzitutto su ciò che è implicato nella scelta che Bergoglio ha fatto assumendo il papato nel momento in cui difficilmente poteva sfuggirgli la prossimità del punto critico di rottura a cui la chiesa sta pervenendo. Certo, egli fa ciò che ritiene suo dovere per ritardare il crollo tamponando il tamponabile, ma mi sembra che in cima ai suoi pensieri ci sia piuttosto il tentativo di un nuovo inizio, con l’urgenza di chi sa che poco è il tempo che resta all’istituzione bimillenaria e che, finché essa è in piedi, bisogna fare il possibile per indicare un nuovo modo d’essere del cristianesimo tra gli uomini. Un’operazione tanto difficile quanto drammatica, che ricorda, enormemente moltiplicata, quella tentata e fallita da Gorbaciov nei riguardi dell’Unione sovietica. Non so dire se egli pensi con la radicalità di Certeau che a essere in gioco sia oramai “lo spostamento della sacramentalità” dal puro ordine della fede all’impegno sociale e politico senza alcun riferimento alla chiesa; ma certo non è un caso che egli provenga da quell’America latina che a Certeau appariva già orientata ad “articolare una ripresa del cristianesimo a partire da una scelta sociale preminente (per la “liberazione”, per il socialismo), invece di supporre, come un tempo, che un impegno potesse essere indotto da una fede” (La debolezza del credere, Città Aperta, pp. 283 e 284). In ogni caso, la lezione che ne viene per chi la chiesa presente e futura la guarda dal di fuori è che se si ha davvero fede nei valori che sono stati costitutivi della nostra civiltà, occorre cercare per la propria parte le vie per farli transitare in una tutt’altra situazione storica, facendosi all’occorrenza interlocutori attivi di chi nella chiesa su questa via si è messo tra enormi difficoltà e contraddizioni drammatiche, ma procedendo sulle proprie gambe. È di un siffatto coraggio intellettuale e morale che c’è urgenza.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

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