I cattolici nell’Italia di oggi. La novità Bergoglio

di Iacopo Scaramuzzi

disegno di Magda Guidi

Nel recente Salone dell’editoria sociale (Roma, 2629 ottobre 2017) di cui alcuni redattori di “Gli asini” erano membri dell’organizzazione, uno degli incontri più interessanti ha riguardato la presenza e il ruolo dei cattolici nella società contemporanea, in particolare in quella italiana, anche in ragione della novità portatavi da papa Francesco. Vi hanno preso parte alcuni dei più solidi e radicali tra gli studiosi delle problematiche religiose che agiscono nella nostra cultura, stimolati dal nostro interesse per l’importanza che il mondo cattolico continua ad avere nel paese, per la sua centralità di fronte alla crisi dello Stato e della democrazia italiani, di fronte alla morte (da tempo) dei partiti politici e in particolare di quelli della sinistra. Questo dà ai cattolici una grande responsabilità, che è internazionale ma anche, ovviamente, nazionale. Essi sono stati in passato e sono ancora corresponsabili delle ipocrisie e della povertà morale del nostro popolo, ma è doveroso riconoscere nella loro diffusa, capillare presenza, un’occasione di speranza e vederli in più parti, tra i preti di frontiera e non nella massa dei preti burocrati, come centri di resistenza e di apertura a nuove dinamiche sociali attive e positive in rapporto agli enormi mutamenti del nostro mondo. Prima di tornare ad affrontare le concrete realtà in cui cattolici e non cattolici di buona volontà devono agire, nella cupa realtà sociale del nostro tempo e del nostro paese, ci sembra utile ascoltare dei “saggi” che sul cattolicesimo, sul suo peso, sulla sua storia, riflettono da sempre. Oltre a loro, ci è sembrato opportuno riproporre un testo già apparso su “Lo straniero” (n.94, 2008) di Michel de Certeau, il gesuita francese delle cui riflessioni i nostri amici e in più occasioni noi stessi ci siamo nutriti, estratto da La faiblesse de croire, a cura di Luce Giard, 1987, in traduzione italiana per le edizioni di Città aperta, 2007. De Certeau è infatti un punto di riferimento fondamentale per il pensiero religioso della nostra epoca, che i nostri lettori dovrebbero conoscere. In appendice al dibattito romano, pubblichiamo uno stimolante intervento di Roberto Righetto, da tempo nostro amico e collaboratore, per molti anni responsabile delle pagine culturali di “Avvenire” e attuale direttore di “Vita e pensiero”. Torneremo in futuro sui temi centrali di questa discussione, stimolando un dibattito che, nella situazione presente, ci sembra fondamentale. (g. f.)

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Papa Francesco, si sa, smuove le cose, cambia linguaggio e contenuti, sorprende. È molto diverso dai suoi predecessori, almeno da Benedetto XVI e Giovanni Paolo II, è in aperto conflitto con la Curia e con il generone e il generetto romano che vegetano attorno a essa. Tende il suo mandato fino al paradosso: ha preso il nome di San Francesco, che scuoteva la Chiesa dal basso, ma è al suo vertice; mescola misericordia e bastonate; ha portato il “complesso antiromano” (copyright di Hans Urs von Balthasar) nel cuore di Roma. Si può discutere della natura del suo pontificato – a me pare riformista, non rivoluzionario, e la sua mi sembra una correzione sostanziale della rotta della barca di Pietro, non maquillage o marketing, beninteso a meno di scambiare grossolanamente l’evangelizzazione per operazione estetica o commerciale – ma non c’è dubbio che questo papa sia straordinario. Le reazioni – un plauso cordiale, a tratti spaesato, ben oltre il perimetro della cattolicità, e un astio profondo, virulento da parte di non pochi cattolici che fino alla sua elezione si ritenevano in piena ortodossia e ortoprassi – lo testimoniano. Per gli uni è una benedizione, per gli altri una maledizione. A volte, ecco, sembra incredibile che la Chiesa cattolica lo abbia potuto eleggere.

Concentrarsi troppo su questo papa, però, sulla sua personalità singolare, rischia di non rendergli giustizia. La sua elezione è, in realtà, tutt’altro che singolare. Egli è sicuramente a suo agio a fare il papa, occupa senza imbarazzo la scena, quella geopolitica mondiale oltre a quella ecclesiale, ha un temperamento forte, anche divisivo, governa con energia, incide sulla Storia – ma incarna, ereditandolo e al contempo accentuandolo, svelandolo e radicandolo, un mutamento epocale della Chiesa cattolica. Jorge Mario Bergoglio è padre del suo tempo, ma ne è anche figlio.

Passare da questo papa a quel che c’è sotto la sua straordinarietà, allora, passare dalla cronaca vaticanistica alla riflessione di lungo periodo, dal racconto di un pontificato all’analisi di un mutamento profondo del cattolicesimo è la sfida che va tentata. Non solo perché in tempi di crisi economica ed ecologica, di nazionalismo e xenofobia risorgenti, di una nuova guerra mondiale che non si può più escludere Santa Romana Chiesa – questa istituzione antica, maschile, conservatrice – è stata capace di scegliere al suo vertice forse l’unico leader mondiale che dice parole sagge, profetiche, umane; non solo perché è probabilmente l’unica voce globale che sa fare da contrappunto a una globalizzazione disumana – perché è latino-americano, perché è gesuita, perché è un uomo che alberga in sé, nella sua biografia nella sua personalità nella sua cultura, una complessità che rifugge tanto l’omologazione quanto la frammentazione, perché, cattolicamente, tiene insieme universalità e incarnazione; non solo perché è il primo pontefice che archivia radicalmente la guerra fredda, probabilmente non senza l’accortezza del missionario, erede dei gesuiti che si spinsero fino in India in Giappone in Cina, che vede nel crollo del comunismo sovietico e nello sfondamento a Oriente praterie sterminate per l’evangelizzazione e la salvezza di molte nuove anime; e non solo – ed è il punto più cruciale – perché questo papa riprende senza ambiguità il filo del Concilio vaticano II (19621965), la grande riunione di vescovi di tutto il mondo che – a pochi anni dal Sessantotto – promosse l’aggiornamento della Chiesa e la aprì alla modernità.

Il rapporto del cattolicesimo con la modernità è, a ben vedere, il tema di cui occuparsi, la questione sottostante la storia di questo pontificato. Quando Jorge Mario Bergoglio racconta di aver consultato in gioventù una psicanalista ebrea o telefona a Emma Bonino e Eugenio Scalfari, facendo fare un soprassalto sulla poltrona a più di un monsignore, quando poco ieraticamente scherza o parla del Pranzo di Babette come uno dei suoi film preferiti, quando racconta della sua professoressa comunista di chimica o concede interviste a destra e a manca perché, spiega, vuole una “Chiesa che sappia inserirsi nelle conversazioni degli uomini, che sappia dialogare”, non rompe solo con l’etichetta vaticana, non si limita a riformare il papato. Ma testimonia un cattolicesimo che non osteggia la modernità, la secolarizzazione, il pluralismo. Non per apostasia, ma al contrario perché convinto che Dio è in tutte le cose. E chi lo critica, lo sberleffa, addirittura lo odia, all’interno della Chiesa se non del Vaticano, non sopporta esattamente questa non belligeranza con la modernità. Una modernità – agli storici il compito di individuarne la data di origine, l’evoluzione, il panorama futuro – che da tempo apre, all’interno dell’urbe e dell’orbe cattolico, tensioni laceranti e dirimenti, ad esempio tra modernismo e fondamentalismo, tra centro e periferie, tra morale e sociale, dottrina e pastorale, tra pulpito e confessionale.

L’inquieto Michel de Certeau, gesuita e intellettuale francese molto amato da Jorge Mario Bergoglio, parlava già nei primi anni Settanta di una società dove “comportamenti religiosi e fede si separano”, la fede è sempre più personale mentre il lessico e l’estetica religiosa sono dappertutto (“per esempio, nel teatro dei mass media, preti e vescovi giocano il ruolo di Indiani dell’interiorità”), dove gli argomenti di un “cristianesimo in frantumi” possono essere agilmente utilizzati tanto dai rivoluzionari sessantottini quanto dall’Action française, al punto da doversi domandare se “il cristianesimo è ancora capace di mantenere un’originalità propria, cioè di difendersi dall’utilizzazione che ne può fare qualsiasi gruppo sociale”. Sono i rischi di un cambio epocale, quello nel quale siamo immersi. Questo papa ha il merito, e l’onere, di aver svelato conflitti – per non parlare di scismi – che covano in realtà da tempo nella cattolicità. È opportuno, è necessario domandarsi cosa significano, cosa implicano questi sommovimenti. Senza dimenticare le compromissioni, le contiguità ai peggiori poteri del Novecento, le ipocrisie di cui è stata capace, e neppure le reticenze, le prudenze, le diffidenze dissimulate che molti cattolici nutrono nei confronti di papa Francesco, già calcolando che “i papi passano ma la Curia resta”, secondo un antico adagio, non si può non vedere che la Chiesa cattolica ha mostrato, con la sua elezione e con il suo pontificato, un’energia fondamentale, una libertà insperata, una vitalità rara. Un segno dei tempi, per usare un linguaggio conciliare, che non si può tralasciare.

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