Aggiornamenti economici

di Alberto Rocchi

illustrazione di Conxita Herrero

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 4-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Come ha ben evidenziato Andrea Toma nel numero di Ottobre, i dati sulla povertà in Italia fotografano non solo quanto sia consistente la schiera degli “esclusi” e, ancor di più, il numero di coloro che sono a rischio di cadervi. Se analizzati in senso dinamico, quegli stessi dati mostrano un processo di impoverimento in atto che ha già abbondantemente abbassato gli standard di riferimento cui eravamo abituati e segnato un cambio di paradigma nelle condizioni di vita di ciascuno, se non proprio accettato, quanto meno dato per assodato. D’altra parte, sarà anche sociologia spicciola, ma al di fuori di quel 26,8% della popolazione che versa in condizioni di povertà assoluta, troviamo una classe media che sbianca di fronte a una spesa imprevista di 300 euro e che ormai considera come voluttuario persino il costo del dentista.
Nonostante ciò, la narrazione della situazione economica, negli ultimi tempi, ha ripreso i toni trionfalistici degli anni migliori. Non sono solo i dati sull’andamento del Pil, in crescita da 10 trimestri consecutivi, sebbene su un non trascendentale dato medio dello 0.3 a trimestre, che ha portato addirittura le note agenzie di rating, a concedere all’Italia la prima promozione dopo tanto tempo: poca roba, per la verità, visto che il giudizio sintetico sul grado di affidabilità dei nostri titoli, si colloca comunque a un gradino dal baratro di quelli “spazzatura”. Ad alimentare questo sbandieramento di ottimismo ci sono anche le performance dell’industria. Non più tardi di qualche giorno fa, si potevano leggere sul quotidiano confindustriale, dati entusiasmanti sull’andamento della produzione di macchine utensili quali linee di montaggio robotizzate, macchinari per il confenzionamento di prodotti sanitari, alimentari, da forno, surgelati, ecc, un settore, questo, dove da sempre esistono in Italia produttori di altissimo livello, veri e propri leader mondiali. Il dato molto impressionante è che la cerscita di queste industrie, non è più soltanto legata all’export ma è trainata dall’espansione della domanda interna, cresciuta del 40% in un solo semestre del 2017. E la stessa dinamica si registra nell’andamento della domanda di presse, torni, robot, piegatrici, macchinari laser, dove, a detta degli operatori, un mercato interno così vivace non lo si vedeva da anni. Molti vedono in questo picco di domanda nazionale di investimenti produttivi, l’avvio di un processo virtuoso che scaricherà prima o poi i suoi effetti a valle sulla produzione di beni di consumo e infine sulla domanda interna.
E’ sin troppo evidente che né un punto di crescita di Pil, né un trimestre di vivacità dell’industria, possono bastare a rimettere insieme i cocci di un sistema economico che, dai primi anni 2000 a oggi, ha quasi dimezzato la sua capacità reddituale e occupazionale. Intanto, la crescita del Pil, tenuto conto delle limitazioni segnaletiche di cui soffre questo indicatore, va analizzata nelle sue componenti: consumi, investimenti, spesa pubblica, import ed export. Si scopre così che, esaminando l’andamento voce per voce nell’arco di un decennio, sono proprio gli investimenti a registrare il minor tasso di crescita tanto che ,in termini assoluti, il valore della spesa per investimenti si attesta al di sotto di oltre un quarto del livello massimo base 2008. Ciò significa che, nel settore privato, le aziende hanno negli anni passato operato un taglio netto della spesa destinata ai beni produttivi; il che si traduce in un mancato ammodernamento degli impianti e, in definitiva, in una perdita di competitività, tanto più grave perché realizzatasi in un periodo di forte innovazione tecnologica, come quello che ha segnato il decennio appena trascorso. E’ normale, pertanto, che la necessità di adeguare strutture produttive obsolete, possa aver posto le imprese nella condizione di essere costrette a investire, approfittando in tal senso anche del pacchetto di sostegni elaborato dal Governo e contenuto nel piano denominato “Industria 4.0”. Ma considerando che gli investimenti sono ciclici e gli aiuti temporanei, questi dati potrebbero essere letti in senso molto meno ottimistico. Infatti, in assenza di un radicale mutamento nelle condizioni del mercato interno, una volta esauriti gli effetti degli incentivi, alla fase di crescita trainata dalla spesa per investimenti, potrebbe presto seguire un ritorno alla normalità, con scarsi effetti moltiplicativi sulla domanda complessiva.


Ben più grave è poi constatare come analogo trend discendente abbia seguito la componente pubblica della spesa per investimenti che, in valore assoluto, si è ridotta del 35% rispetto all’anno 2008. In questa voce, trovano allocazione tutte quelle spese che vanno a formare il tessuto infrastrutturale del Paese: dalla sucurezza del territorio, alle strade, alle scuole fino a comprendere le componenti immateriali. Su questo punto, c’è un vivace dibattito tra esperti che vede contrapposti da un lato economisti di ispirazione “neo-keynesiana” e dall’altro i fautori dell’equilibrio basato sulla stabilità dei conti pubblici. Secondo i primi, la spesa per investimenti pubblici, oltre ad avere un impatto diretto sulla vita dei cittadini, ha un effetto moltiplicatore su tutta l’economia, trascinando gli stessi investimenti privati e la domanda complessiva. Occorre allora incrementare la spesa pubblica ricorrendo al debito, il quale verrebbe ripianato grazie al maggior gettito fiscale correlato all’incremento di domanda scaturito dagli investimenti effettuati. Gli studiosi di opposta ispirazione, pur riconoscendo la consistenza dell’effetto moltiplicatore della spesa diretta dello Stato, si preoccupano di come reperire le fonti di finanziamento. Essi infatti non credono alla teoria dell’autofinanziamento del disavanzo e, anzi, ritengono che alla lunga si registrerebbe un incremento del rapporto debito/Pil. Costoro poi vedono come il peggiore dei mali, l’ipotesi alternativa di coprire la spesa con maggiori imposte, foriere di effetti nefasti sulla domanda e sul Pil.
Si tratta di questioni complesse, che richiedono competenze specifiche e ben altri approfondimenti: quello che forse si può dire è che, sino ad oggi, la strada seguita non è stata certo quella indicata dalla scuola neo keynesiana, e i risultati si sono rivelati quantomeno discutibili sotto il profilo del miglioramento delle condizioni generali. Inoltre, nonostante tutte le pur valide obbiezioni che si possono formulare sulla “qualità” degli investimenti (che non necessariamente è insita nella “quantità”), nella maggior parte dei casi la spesa di Stato ed Enti Locali è volta alla realizzazione di opere pubbliche in grado di migliorare la vita dei cittadini. E non occorre certo essere dei grandi economisti per capire quanto le città che abitiamo, le strade che percorriamo e gli edifici pubblici che frequentiamo, abbiano bisogno di interventi e miglioramenti. Negli anni passati, potevano esserci le condizioni per avviare un importante programma di spesa pubblica perché la morsa del debito pubblico ha lievemente allentato la sua presa sull’economia italiana. Le politiche monetarie espansive hanno contribuito ad abbassare i tassi di interesse e aperto spazi di manovra all’interno del bilancio pubblico. Ma questa fase potrebbe essere giunta in prossimità del capolinea e già si intravedono segnali di preoccupazione per il contenimento del debito pubblico in uno scenario prossimo venturo in cui, senza la stampella della banca centrale, i tassi torneranno progressivamente in balia del mercato: come ridurre il debito, se l’inflazione si mantiene su livelli molto bassi e la crescita del reddito nazionale resta molto debole? Su questo punto, quasi tutti gli esperti non sanno indicare altra strada che quella di una patrimoniale a carico della fascia più ricca della popolazione.
Negli ultimi tempi questo problema è in realtà scomparso sia dal dibattito pubblico che dall’agenda dei politici. Il Governo Renzi, compresa la propaggine Gentiloni, ha incentrato la propria azione essenzialmente su due fronti: interventi massicci sul mercato del lavoro e programma di trasferimenti e sgravi a famiglie (pochi) e imprese (molti). L’obbiettivo era quello di stimolare la crescita e per questa via incrementare l’occupazione, a prescindere dalla transitorietà dei risultati, dalla qualità del lavoro creato, dall’impatto sulla misura dei salari. Nonostante una persistente, seppur flebile, crescita economica, non sono certo stati creati i presupposti per un incremento della ricchezza e soprattutto per migliorare le condizioni dell’ocupazione, sempre più caratterizzata da precariato, scarsa tutela, salari bassi.
Il Governo tuttavia proseguirà su questa linea anche per il 2018 riproponendo i bonus assunzione come misura pressochè strutturale ancorchè insufficiente sia negli interessi delle imprese, che invocano un taglio generalizzato del costo del lavoro, sia come impatto di “sistema”, dove si riproporrano le medesime criticità osservate negli anni scorsi.

Trackback from your site.

Leave a comment