Un’operaia della Maserati

incontro con Simona a cura di Federico Bellono e Filomena Greco

illustrazione di Dadu Shin

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 45 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

Qella che segue è una delle testimonanze che compaiono nel citato volume delle Edizioni Gruppo Abele. Simona è una delle operaie della Maserati di Grugliasco. Ha poco più di quarant’anni, due figli maschi e una famiglia grande. In casa con lei vive anche sua mamma. “Abbiamo fatto una scelta”, racconta con grande lucidità. In Maserati Simona arriva nel 2009, quando Fiat acquisisce lo stabilimento Bertone di Grugliasco. “Ci ho lavorato per dieci anni dopo un’esperienza in un’altra piccola officina meccanica dove si vedevano cose incredibili. Quando sono entrata in Bertone, mi sembrava di essere in paradiso”. Simona ha iniziato in fabbrica a diciassette anni. Non aveva voluto studiare, “non ho avuto voglia di cercare altro”, confessa. Proprio a ridosso di questo cambio di passo lavorativo perde suo padre. Lei, le due sorelle e la mamma restano sole. “Mio padre è morto giovane, aveva solo cinquant’anni, poteva ancora dare tanto. Io e mia madre lavoravamo nella stessa azienda, lei ha rischiato una brutta depressione e dopo sei mesi ha lasciato il posto”. Simona e le sorelle erano sistemate, lavoravano tutte, in più lei era già sposata. Ma la vita è cambiata, radicalmente.

“Mia madre ora vive con noi, tra me e lei ci sono soltanto vent’anni di differenza. Mi dà una grossa mano nella gestione familiare, noi diamo una mano a lei, perché in questi anni non è mai stata da sola”. Per certi versi una scelta controcorrente, dettata dalla vita. E dal lavoro. “Una volta licenziata lei non avrebbe potuto sostenersi da sola, neanche con la reversibilità di mio padre, all’epoca era assegnataria di un alloggio Atc, io invece ero in cassa integrazione. Allora abbiamo deciso di fare una prova per sei mesi, per vedere come andavano le cose”. Simona e suo marito da una parte con l’affitto, la mamma dall’altra, senza più un lavoro. Hanno deciso di stare insieme e di tirare su i ragazzi con la nonna in casa. “È stato mio marito a propormelo all’inizio, a fare il primo passo, contestualmente hanno messo in vendita l’alloggio e allora ci siamo buttati, per comprarlo”. Ci stiamo tutti, racconta Simona ridendo, “l’unico problema è che c’è un bagno solo!”. Una tragedia al mattino, “ma ci organizziamo anche lì”. Simona lavora da sempre nell’automotive. E sempre nel settore del lusso, Bertone prima, Maserati dopo. Ma occuparsi di cose belle aiuta? “In realtà questo aspetto è percepito molto di più all’esterno che non all’interno della fabbrica. Non è che non siamo orgogliosi di lavorare lì. Il punto è un altro, il punto è che alla fine della fiera sei sempre in una catena di montaggio dove il prodotto è migliore di una Punto o di una Panda, ma dove tu fai le stesse cose, in linea, che fanno gli altri. Quando lavori ci devi mettere tutto l’impegno possibile, sia che si tratti di una macchina da diecimila euro sia che si tratti di una macchina da centomila, perché il cliente va rispettato e deve essere contento a prescindere”. La soddisfazione c’è, riprende il filo Simona, “perché non lavori in un’aziendina da dieci operai, ci sono metodologie più evolute, ma questo ha anche un rovescio della medaglia, ti devi attenere a regole più rigide, è un lavoro molto duro”. Tutto dipende dalle mansioni che uno ha in fabbrica, focalizza, “non tutti tornano a casa nelle condizioni in cui torno io, ci sono delle sere in cui noi addetti di linea usciamo con il fiatone”. Il lavoro in fabbrica è faticoso. È ancora molto faticoso. “Credo che Grugliasco sia uno stabilimento obsoleto – analizza – certo abbiamo un sistema informatizzato, sulle postazioni di lavoro ci sono i tablet, non più carta e penna, hai la “chiamata operatore” sul display, ma questo non rende la fabbrica meno faticosa, ci sono i carichi di lavoro, le postazioni, le posture. Quando te ne stai otto ore con la schiena chinata, arrivi a casa massacrata”. Simona lavora alla catena di montaggio della Maserati Quattroporte e Ghibli. “In questo momento abbiamo una produzione di settanta vetture a turno e il mio intero ciclo di lavoro dura sei minuti a vettura, poi si ricomincia”. In questi sei minuti Simona preleva parti della vettura, esegue il montaggio, fissa viti e parti della carrozzeria, usa almeno tre tipi di avvitatore diversi, sale e scende dalla vettura, infine dà l’ok su un tablet. “La sensazione è che ci siano ancora molti margini per migliorare le condizioni”, aggiunge. “Non fanno tutto le macchine, anzi. Certo la fabbrica è cambiata molto in trent’anni. Se devi montare un sedile all’interno della vettura non lo tiri più su a mano, hai il tuo supporto e lo sposti, lo attacchi al paranco, che è ammortizzato, e lo inserisci in vettura, ma poi hai da chinarti per fissare le viti”. Non è soltanto il come lo fai, ma il “quante volte lo fai”. “Se io operaia di linea devo fare quel lavoro ogni sei minuti per un tot di tempo, a fine giornata sono stravolta”. Ho quarantasei anni, dice, “me la vedo la mia vita tra dieci anni, vedo i miei colleghi che di anni ne hanno cinquantotto, qualcuno è vicino al compimento del sessantesimo anno e sono ancora in linea, sono devastati, lavori e basta, il resto del giorno riesci solo a riposare per essere all’altezza delle performance che la fabbrica oggi richiede”. “Gli altri mi dicono: sei fortunata, lavori in un’azienda solida, hai gli ammortizzatori sociali, è difficile che ti lascino in mezzo a una strada dall’oggi al domani”, si ripete Simona. “In tanti che lavorano per i fornitori, per esempio, sono a contratto, sempre incerti, con termini brevi in scadenza ogni tre giorni. Lavorano ore su ore, non hanno neanche visibilità sull’introito di quel mese”, racconta. “Da questo punto di vista, la stabilità del lavoro, sono fortunata, certo. Ma se guardi indietro, alle busta paga del 2009 o del 2010, beh sono uguali a quelle di adesso”. Simona elenca i cambiamenti nelle politiche retributive in questi anni, la quattordicesima spalmata sui dodici mesi, “disagio turni”, gli “ottanta euro di Renzi”. “Alla fine parliamo di uno stipendio di 1.100-1.200 euro, se ci aggiungi i turni arrivi a 1.300-1.350. Gli stipendi dovrebbero arrivare ai livelli tedeschi, o almeno a 1.500 euro, consentire maggiore potere d’acquisto, farebbe bene a tutti. In fabbrica ci sono operai più anziani, di quarto livello, che si avvicinano a quella cifra, ma la maggioranza, con un terzo livello, resta sotto la soglia. Con 1.300 euro non è che fai tanto”. Vivere da soli senza una rete familiare, per esempio, diventa faticoso, racconta Simona, e cita le storie di molti colleghi. “Devi stringere, se fai i conti per pagare l’affitto, qualche bolletta, il riscaldamento d’inverno, ti rimane assai poco; questo fa rabbia se si pensa che il nostro è un lavoro faticoso che, però, non è annoverato tra quelli usuranti, ai fini per esempio del calcolo della pensione. Questa sarà una situazione complicata da gestire anche per le aziende, che avranno nelle officine e nelle fabbriche lavoratori di sessant’anni e oltre. Dovrebbero pensarci prima, le proprietà, perché se mi usuri e mi strizzi come un limone a quarantasette anni, io come ci arrivo a sessanta?”. Quando nel 2014 a Grugliasco si facevano i dodici turni, ricorda Simona, “facevamo un riposo a scorrimento a settimana. Avere un giorno staccato in tutta la settimana non aiutava a riprendersi dalla fatica, per il fisico non avere due giorni, quarantotto ore di fila per riposare, è dura, lo abbiamo sentito, aumentano gli acciacchi”. La vita in fabbrica è quasi una vita di gruppo. Meno male, dice Simona, “che c’è questo gruppo”. Gli operai di Grugliasco sono insieme da tanti anni. “Alcune volte il lavoro è pesante e avere un collega con cui scambiare una parola o farsi una risata è piacevole”. Nella sua fabbrica, “si tende a reprimere questo genere di comportamento, ogni tanto arriva il diktat: in linea non si parla! Ma come si fa a stare zitti per otto ore, come fai?”. Sono quelle cose, dice, “per cui mi sembra certe volte di essere in un lager, perché non puoi vietare a una persona di parlare, non siamo dei robot”. In fabbrica ci si incontra “alle macchinette del caffè”, dieci minuti di pausa, per prendere il caffè, fumare, andare in bagno o mangiare qualcosa. “In linea non si mangia”, chiosa Simona. C’è la mensa e l’area fumatori fuori, “questi sono i nostri luoghi di aggregazione”. Simona ha scelto di fare la delegata sindacale, insieme a una collega. “Ci siamo buttate, anche con un po’ di paura di non essere all’altezza. Una sfida con noi stesse, la struttura, i colleghi, che hanno determinate aspettative e hanno di fronte donne, con poca esperienza sindacale. Bisogna studiare, fare ragionamenti e strategie, non è semplice”. Cosa significa conciliare per chi lavora in fabbrica? “Ultimamente abbiamo aiutato due operaie a ottenere il part time lavorando in linea, una cosa abbastanza rara in Fiat. Altre due fanno il primo turno fisso perché non hanno nessuno che possa guardare i loro figli nel pomeriggio. Si tende a prendersi carico dei casi in cui ci sono piccoli o genitori con patologie gravi, per esempio. Ma queste conquiste bisogna sudarsele, il risultato non è né scontato né diventa un fatto strutturale”. Lo stabilimento di Grugliasco è molto visitato, visite eccellenti, ma anche persone normali, studenti, “una fabbrica che si mostra molto”. La fabbrica 4.0, Simona cosa ne pensi? “Abbiamo fatto un incontro a Roma qualche tempo fa, un incontro in cui si spiegava che le fabbriche 4.0 non sono progettate per fare a meno dell’uomo, ma per fare in modo che gli operai siano specializzati, capaci di guidare i robot: tu non fai più il lavoro fisico che sarà fatto da un robot, ma ci sarà sempre bisogno di chi quel lavoro lo “comanda” e di chi lo controlla. Dobbiamo cambiare anche noi, il futuro è fatto di quegli operai specializzati, bisogna evolversi, andare avanti, seguire la tecnologia”. I ragazzi sono nati in un mondo ricco di tecnologia. Sicuramente qualche posto di lavoro si perderà, alcune cose le abbiamo viste cambiare direttamente. In Bertone avevamo un reparto di lastratura alla vecchia maniera, con una marea di gente che ci lavorava e si faceva fatica, con un ambiente sporco e i fumi. Adesso se vai in un reparto di lastratura ci sono molte meno persone, i pezzi arrivano prestampati e si fanno le saldature con i robot. Ci sono un terzo delle persone, fanno molta meno fatica che in passato. In passato se facevi il “cattivo” le aziende ti spostavano in lastratura. Oggi, dice Simona, la vera fatica è il montaggio, la ripetitività. Il tema della fatica è un tabù dice Simona. Secondo loro, aggiunge riferendosi ai vertici delle aziende e alla politica, in generale a chi sta fuori dalle fabbriche, “nessuno più fatica, in realtà non è così. Facessi fatica sapendo che a cinquantacinque anni poi me ne vado in pensione, beh, sarebbe diverso, sarebbe più accettabile, avrei il tempo di rimettermi in sesto, ma quando invece le prospettive sono di lavorare fin oltre i sessant’anni, allora la cosa diventa assai pesante”. Racconta delle buste arancioni arrivate a colleghe più giovani. “Una collega di trentotto anni ha ricevuto la comunicazione, dovrà lavorare fino al 2040, come ci si arriva?”. Simona è una persona concreta. Si confronta. Chiede. Si fa un’idea delle cose. “Per mio figlio, il più piccolo, stiamo scegliendo la scuola superiore che frequenterà l’anno prossimo. Ci stiamo guardando intorno, abbiamo individuato un istituto tecnico specifico per le lavorazioni sulle materie plastiche ed energia o per la meccanica, lunedì andrò a parlare con la preside”. Simona è una mamma e una lavoratrice. Attenta e pragmatica. È così che ha scoperto che i suoi ragazzi sono affetti da Dsa, disturbi specifici di apprendimento. “È un grande impegno, mi faccio un mazzo così”, dice senza giri di parole. “Per il primo l’ho scoperto io, alla fine della quarta elementare, poi si aspettano anni per avere una certificazione. Quando ho avuto il sospetto ne ho parlato con le insegnanti, ma loro mi hanno risposto di no, “si figuri, il ragazzo è pigro”. Ma io vedevo quello che lui faceva a casa, l’impegno che ci metteva, senza però riuscire a ottenere risultati”. Insegnanti vecchio stampo, racconta Simona, convinti che ci siano ragazzi più portati e ragazzi meno portati, “come si pensava una volta”. Suo figlio finisce così la quinta elementare e poi inizia le medie. Dopo due mesi Simona chiede un colloquio e l’insegnante di riferimento le dice: “L’avremmo chiamata noi a breve perché con Alessio abbiamo un problema, secondo noi ha un disturbo specifico di apprendimento”. Simona intraprende l’intero iter delle visite specialistiche mentre, racconta, le insegnanti iniziano a lavorare sulla base delle indicazioni del logopedista. “Abbiamo cominciato a novembre del primo anno e abbiamo avuto la certificazione ufficiale alla vigilia degli esami di terza media”, un intero ciclo scolastico durante il quale Alessio ha fatto comunque cicli di logopedia e visite dal neuropsichiatra. Con il bambino più piccolo l’intervento fortunatamente è stato più veloce. “In classe i ragazzi utilizzano metodi compensativi e dispensativi, con calcolatrici e tabelle specifiche. Non hanno vissuto la cosa in maniera traumatica perché io ne ho sempre parlato con gli altri genitori, ho socializzato la cosa e non l’ho nascosta. E quando tornavano a casa da scuola, arrabbiati perché qualcuno li aveva presi in giro, io spiegavo loro che il loro problema non era un handicap e che avevano soltanto bisogno di un modo alternativo di studiare”. Simona è così. Concreta. Asciutta. “Dopo tutti questi anni mio marito me lo dice ancora, “Simo, io sono come i ragazzi, sono come loro, ho bisogno di imparare le cose con la stessa modalità””, racconta. Tra mappe cognitive e schemi Simona e la sua famiglia riescono a gestire tutto. E con un po’ di orgoglio, che si nota appena, chiude il cerchio. “Quando abbiamo fatto il colloquio di verifica con le insegnanti mi hanno detto che Andrea è in grado di affrontare l’istituto tecnico, nonostante io avessi molte perplessità”.

 

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