Un giornale per i piccoli. Lettera a Giovanni Zoppoli

di Goffredo Fofi

Little Nemo in Slumberland

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Caro Giovanni, ho tra le mani l’ultimo numero del “Barrito” e ho appena visto, ieri, l’ultimo numero del giornaletto domenicale del “Sole” e gli ultimi supplementi per bambini di “Avvenire”. E ti confesso una insoddisfazione radicale nei confronti di quel che la grande stampa fa in questo settore ma anche qualche perplessità sul vostro lavoro, anche se la differenza è enorme tra chi opera dall’interno dei grandi giornali e chi, come voi, parte da una condizione di volontariato e precariato radicati in una marginalità che impone il confronto con una condizione infantile che è tutto fuorché tranquilla, protetta, privilegiata.

Nei primi, si deve immediatamente constatare che chi idea e riempie quei fogli è (“Avvenire”) piuttosto giornalista che educatore, e ha idee e conoscenze limitate della condizione infantile odierna, e prende sostanzialmente per buona la morale corrente, diciamo pure “buonista”, dichiarando esplicitamente la sua appartenenza a un mainstream cattolico generalmente conformista, anche se con punte moralmente salde su temi invero decisivi come l’ecologia e la convivenza e compenetrazione interetniche e interculturali. Ha, diciamo, un super-io morale e sociale che è poi quello del cattolicesimo contemporaneo, preoccupato del peggio, della deriva delle cose del mondo, che ben conosce e sulle quali ha idee chiare, ma anche eccessivamente convinto del proprio essere nel giusto, portatore di valori consolidati e di massa, e in definitiva veicolatore di un conformismo “protetto”, anche se lodevole perché, contrariamente ai politici della sinistra e agli altri loro simili, si preoccupa ancora dello stato di salute del prossimo. Mentre chi progetta il supplemento domenicale del “Sole 24 ore” non sembra avere preoccupazioni troppo pedagogiche, e, anche non volendo, pensa e scrive in funzione di adulti che hanno a che fare coi bambini, non in funzione dei bambini (anche se a volte qualche bella pagina di fumetto una sua carica in quella direzione ce l’ha). I suoi collaboratori scrivono insomma per lettori adulti (il nostro Lorenzoni pensa, egregiamente, ai suoi colleghi maestri) e non per bambini.

Il mercato dell’infanzia è tra i più floridi oggi in Italia, alla pari di quello delle armi, del cibo, del turismo e in generale della cosiddetta “cultura”, in un’epoca in cui più della metà della popolazione vive – viviamo! – in svariatissimi modi di cultura, scomparsi o quasi fabbrica e agricoltura e artigianato con le loro differenti “culture” e le loro aspirazioni e definizioni di classe. Mancano da tantissimo i giornali (settimanali) come “Il corriere dei piccoli” o, per i più grandi, “L’avventuroso”, e manca perfino una produzione a fumetti per i bambini in età da elementari, se si esclude il solido e omogeneizzato “Topolino” con il resto della ricca famiglia Disney dai saldi conti in banca. I fumettisti scrivono per i loro coetanei, e chiamano i loro prodotti graphic novel, come vergognandosi della parola fumetto, mentre abbondano gli autori di romanzi dove, in mezzo a cose talvolta geniali (Roald Dahl, il più grande di tutti ma ahimé morto da anni) fioriscono i fiori di carta delle professoresse (sì, proprio quelle di don Milani, perfino più aggressive oggi di ieri, perché insicure della loro risibile e transitoria sopravvivenza) e delle vecchie zie (quelle che Peter Bichsel temeva sopra ogni altra specie di mediatori tra i ragazzi e la lettura). Alla schiera delle “vecchie zie” appartengono i genitori di oggi, preoccupati di salvaguardare in ogni modo il conformismo il consumismo la stupidità dei loro figli, speculari ai loro, e della loro sicurezza e possibilità di consumo, e mossi dal cinismo del primum vivere (il meglio possibile) tirando a campare giorno per giorno nell’inconscia e razionalmente censurata attesa della fine. Le “professoresse” di oggi sono anche i genitori, di ogni ordine e grado, e sono essi a produrre le professoresse a loro immagine e somiglianza, anche quelle senza prole.

In generale, si scrive per adulti pensando ai bambini o si scrive in modi troppo adulti per i bambini, e questo accade curiosamente al contrario di quanto avviene nei libri per bambini, dove non si evita di parlare, in modo partecipe e spaventato (mai spaventare i bambini, per carità! vero, fratelli Grimm?) dello “stato delle cose”, dell’orrore del mondo presente. Ho in mente un libro austriaco per ragazzi che nel 1961 fece un certo scandalo, Il gran sole di Hiroshima di Karl Bruckner, che la Giunti farebbe bene a ristampare, ma non si può dire che oggi la letteratura per bambini e ragazzi si porti davvero bene; ma bisognerebbe sempre distinguere queste due categorie di lettori, ché l’età conta, e quello che si può dire con assoluta franchezza a un ragazzo di dieci-tredici anni bisogna trovare il modo di dirlo senza creare troppo turbamento a bambini delle elementari…

Per finirla con questo sgradevole argomento e per tornare al “Barrito”, quel che del vostro giornale mi lascia perplesso è, non ve ne abbiate a male, già la veste: carta troppo dura, pesante, per un prodotto che non dovrebbe essere per definizione destinato a durare, eccesso di colore, una grafica “inguacchiata” che rifiuta drasticamente la semplicità perché convinta che ai bambini piaccia lo stesso casino che piace ai grandi. Per esempio, agli allievi delle accademie con i loro iper e post modernismi modaioli, blogghisti, nemici di ogni armonia e di ogni grazia non in nome di una novità “aperta” ma di conformismi esibizionisti, programmati o bene accetti a chi vuole distrarci e non vuole che si ragioni e si soffra. Credo però che basterebbe molto poco per “pulirla”, anche scegliendo tra quel che merita colore e carnevalesca varietà e quanto invece richiede semplicità e concentrazione, e semplicità e immediatezza.

Siamo davvero sicuri che ai ragazzini piaccia l’ordine invece del casino, la riconoscibilità invece del frastornamento, la leggibilità soft e perfino il bianco e nero ben ritmato invece che lo squillo hard, il “pugno nell’occhio” del colore? Il discorso mi sembra diverso per le illustrazioni, che sul “Barrito” sono tanto più efficaci quanto più sono semplici. E credo che lo sforzo della redazione dovrebbe essere quello di cercare e promuovere illustratori puliti e fumettisti – autori di storie per immagini e parole, anche seriali! – invece d’inseguire l’effetto pagina dopo pagina.

Quanto ai testi, si potrebbero utilmente invitare a dare il loro contributo molti giovani scrittori e scrittrici di oggi, e non sarebbe certamente difficile convincerli, scegliendo i più adatti e i più sensibili. Insisto sulla necessità di storie che vadano avanti di numero in numero, proprio di fumetti o di strisce con “eroi” a cui affezionarsi, da riconoscere, che incuriosiscano e divertano, e non importa che prendano spunto dalla realtà o che siano di trasfigurazione fantastica della realtà. Essi dovrebbero favorire una immedesimazione semplice nata da una qualche sotterranea somiglianza tra le loro vicende e la realtà di chi le legge e segue, o dalla trasfigurazione che ne opera la fantasia degli autori e dei lettori. E gli autori potrebbero essere anche due persone diverse, come è successo così spesso nella storia dei fumetti, sia comici che di avventura: uno “sceneggiatore” e un “illustratore”. I bambini e ragazzini di oggi hanno bisogno, ne sono convinto, dei loro Peanuts e dei loro Tarzan o Cino e Franco o l’Uomo Mascherato o Pippo, Pertica e Palla, e ne hanno bisogno infinitamente di più che degli abominevoli super-eroi yankee, che sono tutti, a parer mio e non solo mio, imperialisti e fascistoidi, “trumpiani”… Infinitamente di più dei videogiochi da computer, rimbambenti non appena gli si dedichi più di una mezz’ora.

Soprattutto si ha bisogno di qualcosa che somigli ai Peanuts, o a dei Gian Burrasca e delle Pippi Calzelunghe proprio di oggi. Perché nessuno dei nostri amici – giovani, svegli e talentosi – non prova a mettere a frutto la sua intelligenza e fantasia in questa direzione, e tentare questa strada e quest’avventura? Perché non prova a rinunciare a un po’ del suo narcisismo per confrontarsi col mondo dell’infanzia, che è in ogni caso infinitamente più libero e fantasioso del suo se non sono gli adulti a castrarlo e a costringerlo? Il confronto con i bambini, anche se mediato dalla creazione artistica, ha da dare tantissimo a tutti, ma bisogna che con loro si abbia a che fare direttamente, e non solo da manipolatori adulti come quasi sempre succede ma, come avrebbe detto Korczak, cercando di elevarsi alla sua altezza, alla sua libertà, alla ricchezza irreprimibile – almeno fino a una certa età – delle sue curiosità e della sua fantasia.

Potrei continuare ancora a lungo a ragionare su queste cose se non mi sentissi, ahimé, così lontano ormai dal mondo dell’infanzia, anche se l’ho frequentato molto assiduamente negli anni di gioventù, e molto più l’infanzia povera che quella ricca. Ma è guardandomi intorno, scrutando (con tanta disperazione) il modo in cui questa società tratta i suoi figli, il modo infame in cui i suoi adulti (genitori ed educatori, politici e mercanti) trattano i bambini – e dunque, coscientemente o incoscientemente, il futuro – che mi ostino a sperare che in una “minoranza etica” come quella a cui vogliamo appartenere, si ragioni sensatamente sulla condizione dell’infanzia da dentro l’oscena società odierna, anche a partire da cose specifiche come quelle di come bisognerebbe che si facesse un giornaletto per bambini, che sappia davvero amarli e cioè rispettarli, e cioè non attribuire loro i nostri pregiudizi.

Non credo di aver molto da insegnare a nessuno, ma sarei davvero contento se tu, anche senza tener conto delle mie cazzatielle, ci aiutassi, noi Asini, a ragionare su questi argomenti a partire dalla tua esperienza e dal tuo contatto con una realtà ben più forte ed esigente di quella di cui io partecipo in modo eccessivamente mediato. A partire dalla tua risposta, potremmo stimolare altri interventi, ma cercando attentamente le persone che di queste cose si occupano in modo intelligente. Sono certamente poche, a giudicare dalla produzione corrente per l’infanzia, ma ci sono, nell’editoria e nella scuola, e vanno ascoltate, da loro c’è certamente molto da imparare.

 

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