Da Taranto, cosa succede all’Ilva e dell’Ilva

di Fabio Boccuni e Salvatore Romeo

illustrazione di Hok Tak Yeung

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Lunedì 9 ottobre 2017: lo stabilimento siderurgico di Taranto, l’unità produttiva più grande d’Italia, si è fermata. L’enorme fabbrica, quasi una città con i suoi 1.500 ettari, è come un gigante assopito. Quello che non è riuscito alla magistratura, con i sequestri dell’estate 2012, è stato realizzato dai lavoratori. L’adesione allo sciopero proclamato unitariamente dalle organizzazioni sindacali è stata pressoché totale. Dentro i cancelli sono rimasti quasi soltanto gli addetti “di comandata”, necessari a mantenere in sicurezza gli impianti: poche centinaia di uomini, a fronte degli quasi 11 mila dipendenti del polo tarantino. Analoghe azioni di protesta si sono avute anche negli altri stabilimenti del gruppo Ilva: a Genova e a Novi Ligure. Una mobilitazione di tale ampiezza non si è forse mai verificata dalla privatizzazione del 1995. Lo sciopero è stato indetto in risposta al Piano industriale presentato dal nuovo acquirente di Ilva, la cordata Am Investco, capeggiata dalla multinazionale Arcelor Mittal. Oltre agli esuberi già annunciati lo scorso giugno, per i lavoratori che resterebbero in attività si prospetta la riassunzione con i contratti a tutele crescenti introdotti dal Jobs Act, e quindi l’annullamento delle anzianità e dei diritti acquisiti.

Tabula rasa per circa diecimila addetti, ammortizzatori sociali per gli oltre quattromila rimanenti. Complessivamente, un’ingente perdita di reddito e una radicale precarizzazione. Insomma, una proposta in grado di unire tutti intorno al comune malcontento. Il governo si è detto indisponibile ad accettare condizioni che mettano in discussione gli impegni assunti dall’acquirente al momento dell’aggiudicazione, riferendosi essenzialmente al mantenimento dei livelli di reddito. Ma nella vendita di Ilva questo non è il solo elemento in gioco. E d’altra parte gli sviluppi delle ultime settimane sono il prodotto di una vicenda protrattasi nel corso degli ultimi cinque anni e caratterizzata da ripetuti cambi di marcia. Un labirinto messo in piedi col contributo dello stesso governo, che ha dimostrato di non avere una strategia chiara per una realtà produttiva che pure è stata riconosciuta “strategica” per l’economia italiana.

Cinque anni di false partenze
L’Ilva viene messa in vendita nel gennaio 2016, dopo tre anni e mezzo di traversie giudiziarie e societarie. Commissariata una prima volta nel giugno 2013, a seguito della bufera giudiziaria dell’estate precedente, l’azienda è affidata alla gestione di Enrico Bondi e Edo Ronchi, con il mandato di perfezionare l’Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia) rilasciata nel novembre 2012, portando a termine l’intero piano di risanamento entro i successivi tre anni. Il nuovo Piano ambientale è approvato dal governo nel marzo 2014; di lì a poche settimane Bondi presenta il Piano industriale per il rilancio dell’azienda. Fra le altre cose, spicca la possibilità di impiegare nel ciclo il minerale preridotto, per contenere la produzione della cosiddetta area a caldo (la parte più inquinante dello stabilimento, sottoposta a sequestro il 26 luglio 2012). Ma le proposte del manager non incontrano i favori del nuovo governo presieduto da Matteo Renzi. Così, nel giugno successivo, Bondi viene sostituito da Piero Gnudi, al quale è affidato il compito di mettere in vendita la società. Ma dalle trattative private avviate da Gnudi non emergono offerte convincenti. Nel frattempo, la situazione finanziaria dell’azienda appare sempre più compromessa a causa delle crescenti perdite generate da una combinazione fatale. Il sottoutilizzo degli impianti imposto dal mancato risanamento si intreccia con la congiuntura del mercato siderurgico mondiale, dove va emergendo sempre più chiaramente una situazione di sovracapacità produttiva che spinge al ribasso i prezzi. Alla fine del 2014, il governo decide di dichiarare fallita l’azienda, sottoponendola al regime di “amministrazione straordinaria” prevista dalla Legge Marzano. A quel punto la strategia per Ilva cambia ancora una volta. Ispirato dall’ex amministratore delegato di Luxottica, Andrea Guerra, l’esecutivo sembra puntare alla creazione di una società a partecipazione pubblica, chiamata a gestire la fase di risanamento ambientale per poi mettere l’azienda sul mercato. Al vertice della struttura commissariale viene confermato Gnudi, affiancato da Enrico Laghi e Corrado Carrubba. La prospettiva delineata da Guerra viene complicata dall’avvio dell’indagine per “aiuti di Stato” aperta dalla Commissione europea alla fine del 2015 su sollecitazione dei concorrenti europei di Ilva. Nel mirino delle autorità comunitarie finiscono soprattutto i crediti concessi dal governo per gestire la fase di commissariamento. A quel punto inizia a prendere piede in maniera sempre più stringente la soluzione della vendita. Nei mesi successivi vanno delineandosi due cordate concorrenti: da una parte AcciaItalia, composta dal gruppo indiano Jindal, dall’italiana Arvedi, da Delfin (la finanziaria di Leonardo Del Vecchio) e da Cassa depositi e presiti, e dall’altra Am Investco, promossa da Arcelor Mittal (il più grande produttore siderurgico mondiale) e da Marcegaglia. Le due cordate presentano caratteristiche e programmi diversi. La prima mira a una razionalizzazione del settore su scala nazionale, con l’integrazione fra gli impianti dei due principali produttori siderurgici italiani, e all’ingresso nel mercato europeo di un nuovo operatore; la seconda punta a una concentrazione ulteriore su scala continentale, dove Arcelor Mittal detiene il primato produttivo e delle quote di mercato, attraverso l’assorbimento di un concorrente diretto. Il piano industriale di AcciaItalia riprende e sviluppa le intuizioni di Bondi, prospettando la sostituzione di una parte del ciclo esistente con forni elettrici parzialmente alimentati da minerale preridotto – il cosiddetto assetto “ibrido”. La proposta di Am Investco è invece più tradizionale: in sostanza, prevede l’attuazione del piano ambientale del 2014 per portare la produzione al massimo previsto con gli impianti esistenti entro il 2023. Le offerte si trovano a confrontarsi con i criteri stabiliti dai commissari, che assegnano al prezzo il 50% della valutazione finale e quote residue agli aspetti ambientali, industriali e occupazionali. In questo modo si sceglie di dare priorità al risarcimento dei creditori di Ilva – ai quali dovrà essere devoluta la cifra raccolta con la vendita. Nei mesi seguenti uno dei più importanti, Banca Intesa, si dichiara disponibile a entrare in Am Investco nel caso questa avesse vinto la gara. Alla fine dello scorso maggio l’esito: la cordata capitanata da Arcelor Mittal si aggiudica Ilva con un’offerta di 1,8 miliardi – e un piano di investimenti da 2,3 miliardi – contro 1,2 miliardi (più altri 3 di investimenti) messi sul piatto da AcciaItalia. Sul piano occupazionale, l’offerta vincitrice prospetta una riduzione dei dipendenti da 14.200 a 9.400 nel 2018, per arrivare infine a 8.400 nel 2023. La seconda proposta indica per il 2018 una contrazione persino superiore: 7.800 dipendenti, da portare a 10.300 nel 2023. Dopo una rapida trattativa col governo, Am Investco accetta di attestare l’organico intorno a 10 mila unità fino al completamento del risanamento ambientale, nel 2023. I restanti 4.200 lavoratori attualmente in forza agli stabilimenti del gruppo, per i quali è stata avviata la Cassa integrazione straordinaria (Cigs), dovrebbero restare in Ilva in amministrazione straordinaria. Questo soggetto si troverà a gestire la complicata partita della bonifica dell’area industriale avendo a disposizione le risorse reperite dalla magistratura milanese presso i conti svizzeri dei Riva nell’ambito di un procedimento per evasione fiscale, e stornati dal governo a favore di Taranto: 800 milioni di 1,2 miliardi sequestrati (400 milioni sono già stati anticipati dal governo negli anni passati).

Ilva nel “gioco grande” della siderurgia mondiale
L’assegnazione di Ilva alla cordata controllata da Arcelor Mittal precede di poche settimane un’altra grande operazione societaria: la fusione fra Thyssen Krupp, colosso tedesco dell’acciaio, e le attività europee di Tata Steel (concentrate in Olanda e Inghilterra). Il mercato europeo dei laminati piani – il segmento in cui si trova ad operare il siderurgico tarantino – sarà quindi controllato da questi due gruppi: Arcelor Mittal per il 40% e Thyssen Krupp-Tata per il 25%. Un sostanziale duopolio. Sarà interessante vedere in che modo si porranno le autorità comunitarie chiamate a vigilare sulla concorrenza di fronte a questa situazione: il loro parere sarà determinante per il buon esito di entrambe le operazioni. Qualsiasi decisione prenderà la Commissione, i processi appena richiamati seguono dinamiche strutturali in atto su scala globale. L’affievolimento della crescita interna della Cina, in particolare del suo settore industriale, ha fatto emergere nel recente passato una situazione di sovracapacità produttiva di amplissima portata. Le aziende cinesi hanno aumentato le esportazioni per compensare la flessione della domanda interna; i produttori degli altri paesi emergenti, che fino a pochi anni fa trovavano nel mercato cinese uno sbocco fondamentale, a loro volta sono stati costretti a cercare nuove destinazioni per le proprie merci. La pressione sul mercato europeo è cresciuta drammaticamente, provocando un repentino crollo dei prezzi. Di fronte a tutto questo la Commissione europea ha dovuto adottare politiche commerciali protezioniste, innalzando dazi commerciali su alcuni prodotti (fra cui i coils, il tipo di laminati realizzati anche a Taranto). La recente ripresa dei prezzi, sospinta da una più vivace domanda interna del gigante asiatico, non deve suscitare facili illusioni: la situazione di sovracapacità resta grave, e le politiche commerciali sono risposte limitate, incapaci di risolvere i problemi strutturali del settore. Per certi versi, la situazione attuale è analoga a quella verificatasi negli anni ’80 – ma oggi la scala è assai più ampia. Anche allora le autorità comunitarie eressero un sistema di protezioni – in realtà ben più articolato di quello adottato negli ultimi mesi – per contrastare le importazioni in dumping e la competizione suicida fra gli stessi produttori europei. Tuttavia la ristrutturazione del settore avvenne – dopo un primo tentativo della Commissione di incidere sulla capacità produttiva dei diversi paesi in maniera coordinata – per effetto delle forze di mercato. Fusioni e acquisizioni di portata sempre più ampia hanno caratterizzato la storia della siderurgia europea nell’ultimo quarto di secolo. Ne è risultata una struttura di mercato oligopolistica – e questo tratto andrebbe accentuandosi ulteriormente con le operazioni di cui si è detto. La concentrazione, d’altra parte, consente vantaggi significativi ai produttori: razionalizza l’offerta eliminando eventuali sovrapposizioni, favorisce economie di scala, permette alle imprese di controllare meglio gli acquirenti – e quindi i prezzi. Processi di questo tipo non si stanno verificando solo in Europa. In Cina il governo si è mostrato intenzionato ad affrontare il problema della sovracapacità puntando proprio sulla razionalizzazione: alla fine del 2016 c’è stata la fusione fra i colossi Baosteel e Wuhan Iron and Steel, che ha dato vita al secondo produttore siderurgico mondiale dopo Arcelor Mittal. La partita intorno ad Ilva non si gioca dunque soltanto in Italia. E la determinazione mostrata da Arcelor Mittal nel volersi assicurare la proprietà del gruppo esplicita la vastità degli interessi in campo. Meno chiara appare invece la posizione del governo. Dopo aver dichiarato lo stabilimento di Taranto “strategico” per l’economia nazionale, e aver fatto di tutto per non lasciare che l’azienda sprofondasse sotto il peso dei suoi debiti, ora accetta che Ilva venga acquisita da una multinazionale – su cui molto difficilmente le autorità politiche italiane potranno esercitare un’influenza significativa in futuro. Peggio: archivia senza troppi rimpianti un progetto di ristrutturazione della siderurgia italiana – e di apertura del mercato europeo – cui aveva dato il suo sostegno schierando Cassa depositi e prestiti. Trincerarsi dietro il rispetto delle procedure di gara suona un po’ troppo ironico per chi in questi anni ha forzato più volte la legge – e gli equilibri istituzionali – pur di salvare la più grande unità produttiva del paese. Forte è l’impressione che l’Italia abbia rinunciato a giocare un ruolo nel contesto globale, accettando di fatto di diventare terra di conquista in una battaglia di vaste proporzioni.

E ora?
In ogni caso, lo stabilimento più grande d’Europa si accinge a passare ad un nuovo proprietario privato, ad un nuovo “salvatore della patria”: ieri fu la famiglia Riva, oggi è Mittal. “La prima volta è tragedia, la seconda è farsa”, potrebbe commentare qualcuno. Ma, seppur ancora in chiaroscuro, sembra intravedersi la fine di un’interminabile transizione partita da quel lontano 26 luglio 2012. Nel labirinto, che sembrava senza uscita, finalmente si scorge una luce? Quattro governi si sono alternati e presto ne arriverà un quinto; 11 decreti sono stati licenziati nel tentativo di correggere una traiettoria troppo spesso sbilenca, che ha visto cambi di strategia repentini, improvvisi capovolgimenti di fronte, sequestri, giudici, commissari, curatori fallimentari, vecchie paure e nuove speranze, per poi tornare fatalmente sempre al punto di partenza. Tutto sembra sul punto di cambiare eppure non cambia mai nulla. Tutto sembra perduto eppure ancora niente è perso. La partita è tutta lì da giocare, la storia da scrivere, la strada da trovare e da percorrere. Nel frattempo si concretizzano i primi dettagli con cui fare i conti e il percorso appare subito in salita. Dopo l’aggiudicazione di Ilva a Mittal si è entrati nel vivo della procedura di vendita. A luglio, dopo un lungo iter ministeriale, è finalmente apparso il Piano ambientale proposto dall’acquirente, e a molti è parso di tornare indietro di qualche anno, al periodo immediatamente post-sequestro, quando la famiglia Riva cercava appena di ripulirsi dalla vecchia immagine ormai irrimediabilmente compromessa e concedere giusto qualche garanzia in più per l’ambiente e per la salute. Anche il Piano ambientale proposto da Am Investco, approvato dal governo lo scorso 28 settembre, è riuscito a scontentare tutti: le associazioni (da quelle schierate per la chiusura, come Peacelink, a quelle che si battono per l’ecocompatibilità, come Legambiente), le istituzioni (Comune e Regione), gli enti tecnici (Arpa Puglia), e persino i sindacati di categoria (Fiom-Cgil e Fim-Cisl), che per la prima volta hanno presentato loro osservazioni in una procedura di autorizzazione ambientale. Soggetti diversi, con una diversa visione sul futuro dell’Ilva, uniti per l’occasione da un comune giudizio negativo: una bocciatura sonora e unanime su tutta la linea. In particolare, sono stati criticati l’allungamento dei tempi di attuazione di alcune prescrizioni fondamentali (fino al 2023), la mancanza di una Valutazione del danno sanitario sugli interventi e l’assenza di sostanziali innovazioni tecnologiche. Sul fronte occupazionale, complici i continui rinvii delle occasioni di confronto, le premesse, se possibile, sembrano addirittura peggiori. Per i 4.200 esuberi la Cigs verrebbe garantita solo fino al 2023, senza alcuna prospettiva futura. Con l’aggravante, anche per gli anni coperti dagli ammortizzatori sociali, di subire una riduzione del reddito e l’umiliazione di restare probabilmente per molto tempo ancora lontani dai luoghi del lavoro. D’altra parte, i circa 10 mila assorbiti da Am Investco non avrebbero di che rallegrarsi. Non solo su di essi incombe il rischio di una sostanziale riduzione di reddito e di una precarizzazione generalizzata, ma la stessa garanzia dell’occupazione durerebbe fino al 2023 (scadenza del piano ambientale/industriale): il dopo non è dato conoscerlo con certezza. Non si possono escludere, dopo quella data, nuovi esuberi, e quindi una probabile estensione della cassa integrazione. Sui lavoratori dell’appalto nessuna menzione, nessuno impegno, proprio mentre il clima torna ad essere teso, con il licenziamento nella Giove srl di un delegato della Fiom, reo di aver provato a mobilitarsi insieme ai suoi colleghi. L’unica cosa probabile è che le dimensioni dell’appalto potrebbero crescere, vista l’intenzione dell’acquirente di esternalizzare alcune mansioni, che a suo tempo i Riva assorbirono nell’organizzazione aziendale. Decisivo, in ogni caso, sarà l’eventuale accordo sindacale. Unico strumento, alle condizioni date, per derogare all’articolo 2112 del codice civile (il mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di cessione d’azienda), che troverebbe applicazione nei termini e con le limitazioni previste dall’accordo medesimo. Ma, come si è visto, su questo punto la trattativa è iniziata tutta in salita. Ciò che traspare dalle prime battute è l’intenzione di Mittal di minimizzare i costi di esercizio esasperando la flessibilità dell’organizzazione del lavoro. A questo scopo sembrano puntare le esternalizzazioni, da una parte, e le riassunzioni, dall’altra. In assenza di significative innovazioni di processo e di prodotto, il rilancio dell’azienda passerebbe dunque prevalentemente per questa via. Ma si tratta di un percorso pieno di insidie per i lavoratori e per la comunità locale. Un’operazione analoga fu realizzata dai Riva al loro arrivo, attraverso massicci demansionamenti e un complessivo ricambio della manodopera con lavoratori giovanissimi assunti con contratti a termine. Ne derivò l’annichilimento del potere contrattuale delle maestranze, che permise alla proprietà di esercitare un controllo pieno sull’organizzazione del lavoro. Il conseguente ipersfruttamento degli impianti e delle maestranze ha prodotto i livelli di insicurezza e di inquinamento per cui il siderurgico di Taranto è tristemente noto. Ottenere l’accordo dei sindacati su queste basi appare abbastanza improbabile. A meno che Mittal non sia disposto a significativi passi indietro, gli esiti della trattativa si preannunciano incerti, e con essi la conclusione della transazione. Ma non è tutto. Come si è detto, affinché la vendita vada in porto, ci sarà da attendere il parere della Commissione europea che, se negativo, potrebbe imporre tagli di capacità produttiva a qualcuno degli stabilimenti di Mittal sparsi per l’Europa. A questo proposito il governo italiano sembra aver strappato all’acquirente la garanzia che gli impegni sottoscritti in Italia rimarrebbero inalterati. Pazienza quindi se a pagare saranno i lavoratori francesi o belgi: è l’Europa unita! Ma i rispettivi governi accetteranno di buon grado uno scenario di quel tipo – o vorranno far valere, come nel caso di Stx, l’interesse nazionale? Sullo sfondo, infine, rimane l’intricatissima questione giudiziaria: da una parte i giudici fallimentari, che attendono i soldi dell’affitto/vendita per poter pagare i creditori (compresi moltissimi lavoratori), dall’altra quelli della Cassazione, che potrebbero confermare la sentenza della Corte d’Appello, cioè il rifiuto del patteggiamento proposto dai Riva e il conseguente perdurare del sequestro degli impianti, che a quel punto non potrebbero essere venduti a nessuno. Una spada di Damocle di non poco conto. La situazione che si prospetta per l’Ilva si annuncia quindi estremamente complicata e piena di ostacoli. Tutt’altro che risolta. La strada intrapresa pare non piacere a nessuno e sembra non essere quella giusta: si allontana nuovamente l’uscita del labirinto. Niente male insomma per essere la fase terminale di un processo durato e studiato per oltre cinque anni. Niente male per essere, quello di Taranto, uno stabilimento strategico per il paese. Ancora una volta il rischio è di ritrovarsi al punto di partenza. Forse arriverà un nuovo decreto, forse ci sarà un altro clamoroso cambio di passo. Intanto il conflitto tra lavoro e ambiente sembra lontano dal risolversi positivamente, mentre la fabbrica pian piano sembra avvitarsi inesorabilmente su se stessa, stanca e provata. Arriverà il freddo, l’autunno sarà ostico, e l’inverno potrebbe essere lungo e rigido. Aspetteremo una nuova estate per poi ricominciare nuovamente dall’inizio. Sempre lì, dentro il labirinto, dove l’uscita non si trova e dove la storia si ripete ciclicamente. Ancora lì, incapaci di capire come e da dove ripartire. Sempre in cammino, per poi ritrovarci sempre al punto di partenza.

 

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