Rifugiati e migranti. Il Centro Astalli

di Camillo Ripamonte, a cura di Goffredo Fofi e Nicola Villa

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Il Centro Astalli è nato oltre trentacinque anni fa da un’intuizione di Padre Pedro Arrupe che, di ritorno da un viaggio in Vietnam dove si era scontrato con la realtà dei boat people, aveva proposto di utilizzare le risorse educative e organizzative della Compagnia per far fronte a questa emergenza. La risonanza dell’appello portò alla nascita nel 1980 del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, Jrs, con una serie di uffici in varie zone del mondo. Quello di Roma, costituito nel 1981, ha avuto come prima sede proprio via degli Astalli, da qui il nome. Una coincidenza significativa è che ci troviamo nel “quartier generale” di Sant’Ignazio: è simbolico che sin dalle origini un’opera di impegno per la carità abbia sede qui, al centro del quadrilatero della Compagnia. Le attività si sono sempre sviluppate secondo il credo del Jrs e del Centro Astalli: i tre verbi che ci caratterizzano sono accompagnare-servire-difendere. Nel 1981 l’Italia applicava ancora la Convenzione di Ginevra con il vincolo della riserva geografica e non aveva la possibilità di dare asilo alle persone provenienti da altri continenti. All’epoca, in particolar modo a Roma, la più grande criticità era rappresentata dagli etiopi e gli eritrei, che transitavano dall’Italia ma non potevano essere riconosciuti a livello giuridico come asilanti e quindi, già da allora, rischiavano di diventare invisibili.

Le sfide passate e future
Inizialmente il Centro Astalli distribuiva a queste persone pacchi alimentari. Poi è nata la mensa e intorno a essa altri uffici, come il servizio di prima accoglienza legale e un ambulatorio medico. Poi abbiamo fornito ai rifugiati una residenza fittizia e un servizio di posta qui in Via degli Astalli, condizione necessaria per avviare le pratiche del permesso di soggiorno. Abbiamo sempre osservato la definizione della dottrina sociale della Chiesa: il rifugiato di fatto, colui che in definitiva è scappato da casa sua e si ritrova nel nostro territorio.
Oggi è diventato più complesso dare una definizione perché si tratta di persone che sono scappate per motivi ambientali, di giustizia sociale, guerra, fame o addirittura tutti questi fattori insieme. Dico spesso che definire un migrante come migrante economico è un alibi per fare delle categorizzazioni piuttosto che aiutare le persone. Il cammino di un individuo è diverso da quello di un altro, per cui dobbiamo assisterli e ascoltarli tutti. Alcuni arrivano e vogliono stare in Italia, altri invece vogliono andare in altre parti del mondo, ma la dura realtà è che poi arrivano in altri paesi e vengono respinti. Sono tutti cammini che si intrecciano con le mutazioni in atto in questi ultimi tempi. Di cambiamenti ne ho visti nei miei sei anni al Centro Astalli, soprattutto nei flussi e nella provenienza dei rifugiati: il Corno d’Africa continua a essere molto presente e poi ci sono stati i curdi e gli afgani; i siriani invece hanno altre mete e ne sono passati pochi in Italia, nonostante la proporzione del conflitto. In passato Roma era vista come città di secondo approdo, dove si arrivava dopo essere stati distribuiti nei cara o nei centri di accoglienza del sud Italia. Oggi, con i cambiamenti legislativi, vengono ridistribuiti sul territorio, ma non abbiamo visto grosse riduzioni. Senza dubbio Roma continua ad avere un certo richiamo come tutte le metropoli e le capitali europee. Qui si concentrano molte comunità etniche e i migranti pensano di trovare tutte le risposte alle loro questioni.

Cultura e sanità
Due grandi attività che nel tempo abbiamo sviluppato: la questione sanitaria e quella culturale. Per la prima abbiamo istituito un servizio per la salute del migrante forzato, Samifo. Dieci anni fa ci siamo resi conto che alcune persone si integravano nel territorio italiano, lavoravano e facevano ricongiungimento familiare, ma dopo emergevano problematiche psicologiche e perdevano tutto quello che avevano raggiunto. Per la maggiori parte si trattava di vittime di tortura e persecuzione che nelle fasi iniziali mettevano a tacere tutto il vissuto personale. Non potevamo permetterci di perdere il lavoro costruito e il Samifo è nato proprio con l’intenzione di intercettare questi profili, che corrispondono al 30% dei rifugiati richiedenti asilo. Il servizio è nato dalla collaborazione con Asl Roma 1 che metteva a disposizione gli operatori sanitari, mentre noi ci occupavamo di mediazione culturale. Proprio la cultura è l’altra questione cruciale: nel 2000 è nata una fondazione che organizza incontri sul dialogo interreligioso e progetti nelle scuole, come il progetto Finestre, in cui i ragazzi incontrano i rifugiati. Occorre investire sui giovani per avere una società multiculturale, sviluppando una conoscenza pratica e teorica del fenomeno migratorio. Nell’ambito della fondazione ci sono anche le riviste e altri percorsi di formazione.

Le sedi e le altre associazioni
Il Centro Astalli ha delle sedi territoriali a Palermo, Catania, Vicenza e Trento. Pur facendo capo all’ufficio nazionale, sono associazioni indipendenti radicate nel territorio. C’è un rapporto di integrazione abbastanza frequente tra le sedi, per cui andiamo spesso a trovarli. Abbiamo sempre mantenuto uno spirito di grande collaborazione con tutte le realtà che si occupano di immigrazione, creando una rete di collaborazione a vantaggio delle persone. Io per esempio sento la Caritas, Sant’Egidio, San Marcellino (togliere non si occupa di immigrati ma di senza dimora) e ci si confronta sulle politiche nazionali e internazionali. Qui al Centro Astalli siamo arrivati ad avere 10mila residenti. Spesso ci siamo confrontati con le istituzioni perché ci venivano tolti servizi senza creare un’alternativa. Come quest’anno, quando il Comune di Roma ha approvato una delibera nella quale ha tolto alle associazioni la possibilità di dare un indirizzo di residenza a queste persone: da un certo punto di vista è positivo che l’amministrazione pubblica si prenda carico del problema, ma se un diritto per le persone non diventa esigibile, si è creato un disservizio e non abbiamo aiutato nessuno. Ogni volta bisogna aggiustare il tiro sulle proposte di legge, i movimenti delle istituzioni e le reali esigenze della gente. Qui ogni giorno ci confrontiamo con i bisogni reali delle persone che spesso sono molto diversi da quelli che pensano le istituzioni.

 

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