Un’istituzione in rovina

di Bill Readings
traduzione di Valeria Brucoli

illustrazione di Michelangelo Setola

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 45 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Il cambiamento attuale nel ruolo dell’università deriva soprattutto dal declino della missione culturale americana, che fino a questo momento è stata la sua raison d’être, e direi che l’Unione europea colloca le università in un orizzonte simile, sia al suo interno che nell’Europa orientale, dove progetti come quello di George Soros tracciano una linea di demarcazione tra l’università e l’idea di stato-nazione. In breve, l’università sta diventando un tipo differente di istituzione, non più legato al destino di uno stato-nazione votato a creare, proteggere e inculcare un’idea di cultura nazionale. Il processo di globalizzazione economica porta con sé il declino dello stato-nazione, in quanto esempio principale della riproduzione del capitale in tutto il mondo. Dal canto suo, l’università sta diventando un’impresa burocratica transnazionale, che da una parte resta legata agli esempi di governo federale come l’Unione europea e dall’altra funziona autonomamente, per analogia con le imprese multinazionali. La recente pubblicazione dell’Unesco di Alfonso Borrero Cabal, L’università come istituzione oggi (The University as an Istitution), fornisce un buon esempio dei termini nei quali potrebbe avvenire questa trasformazione in impresa burocratica. Borrero Cabal si concentra sull’amministratore piuttosto che sul professore come figura cardine dell’università, e delinea le mansioni dell’università in base a una logica generalizzata della “responsabilità”, in cui l’università deve perseguire “l’eccellenza” in tutti gli aspetti della sua gestione. La crisi attuale dell’università occidentale deriva da un cambiamento fondamentale del suo ruolo sociale e dei sistemi interni, in base al quale non si può più dare per scontata la centralità delle discipline umanistiche tradizionali nella vita accademica.

In questa diagnosi ad ampio raggio sto ovviamente ignorando il processo di sviluppo disomogeneo e complesso, le diverse velocità con cui il discorso sull’“eccellenza” sta prendendo il posto dell’ideologia della cultura (nazionale) in diverse istituzioni e nazioni. Per esempio, in un movimento che apparentemente conduce nella direzione opposta rispetto a quella suggerita dalla mia tesi sullo stato-nazione, il partito conservatore britannico sta cercando di stabilire un’“offerta formativa nazionale”. Le “riforme” didattiche proposte in Gran Bretagna non sono comunque discordanti con il mio discorso. Il mio libro parla dell’allontanamento dell’istruzione universitaria dallo stato-nazione, e di come questo probabilmente accentuerà le differenze strutturali tra l’istruzione secondaria e le università, in particolare per quanto concerne il loro legame con lo stato. Oltretutto il fatto che un’istituzione antica come il New College di Oxford, abbia iniziato ad allegare a tutti gli avvisi pubblici, come le offerte di lavoro, una dichiarazione relativa alla sua volontà di perseguire l’“eccellenza”, mi sembra molto più indicativo di proiezioni a lungo termine sull’istruzione superiore.

Inoltre questo libro si concentra anche sull’“americanizzazione” inevitabile, che spezza i legami diretti tra l’università e lo stato-nazione, e tende a privilegiare le discipline umanistiche nel suo tentativo di comprendere cosa sta accadendo nell’università contemporanea.

Tutta questa enfasi ha bisogno di una spiegazione preliminare. Scegliendo di focalizzarmi sulla nozione di “cultura” così come ho fatto, potrei dare l’impressione che le discipline umanistiche siano l’essenza dell’università e il luogo in cui si compie la sua missione sociopolitica. Ma ci sono almeno due ragioni fondamentali per cui questo non potrebbe funzionare. In primo luogo, non considero le scienze naturali parte di un progetto positivista per l’accumulo neutrale della conoscenza, che in linea di principio le scinde dalle questioni sociopolitiche. Come dimostrerò, il declino dello stato-nazione – e io credo che a dispetto del crescente nazionalismo lo stato-nazione sia in declino – e la fine della guerra fredda stiano avendo un effetto significativo sul finanziamento e l’organizzazione delle scienze naturali. In secondo luogo, la separazione tra le discipline umanistiche e quelle scientifiche non è assoluta come le barriere disciplinari accademiche potrebbero far credere. Le scienze naturali spesso occupano un posto estremamente importante nell’università, per analogia con le discipline umanistiche. Questo in particolare emerge dal modo in cui viene intesa la pedagogia. Per esempio, quando ho chiesto a un Premio Nobel per la fisica di descrivere quale fosse secondo lui lo scopo dell’istruzione universitaria in fisica, mi ha risposto che era introdurre gli studenti alla “cultura della fisica”. Citare C. P. Snow mi sembra giusto e anche appropriato, visto che lo stato di conoscenza della fisica che viene contestato – ovvero che gli universitari imparino cose che poi accantonano proseguendo gli studi – richiede un modello di conoscenza più simile a un dialogo all’interno di una comunità che a un semplice accumulo di nozioni. Ed è nei termini di un modello di istituzionalizzazione della conoscenza di cui le discipline umanistiche sono state i guardiani storici – in particolare i dipartimenti di filosofia e letteratura nazionale – che i fatti istituzionali delle scienze naturali nell’università devono essere chiariti. In questo senso il nocciolo del mio discorso, secondo cui la nozione di cultura come idea che legittima l’università moderna ha raggiunto la fine della sua utilità, deve essere ben chiaro per poter essere applicato alle scienze naturali e alle discipline umanistiche, anche se è lì che la delegittimazione della cultura è percepita più direttamente come una minaccia.

In qualità di insegnante in un dipartimento umanistico (anche se non somiglio affatto al dipartimento in cui mi sono “formato”), ho scritto questo libro in una condizione di profonda ambivalenza su questa istituzione, nel tentativo di collocarmi al di fuori dell’impasse tra il radicalismo militante e la cinica disperazione. Nelle discussioni con i miei colleghi tendo ancora a iniziare le frasi con “In una vera università…”, anche se sanno, e io so che loro lo sanno, che un’istituzione del genere non è mai esistita. Questo non sarebbe un problema, se non fosse che i riferimenti alla vera natura dell’istituzione non mi sembrano più onesti: ovvero non è più il caso di concepire l’università nell’orizzonte storico della sua autorealizzazione. L’università, a mio parere, non partecipa più a quel progetto storico per l’umanità che era l’eredità dell’Illuminismo: il progetto storico della cultura. Da questa affermazione deriva un quesito importante: è l’alba di una nuova epoca per l’università come progetto, oppure è il tramonto della sua funzione critica e sociale? E se fosse il tramonto, cosa comporterebbe?

Alcuni potrebbero definire questo momento “postmodernismo” dell’università. Dopo tutto, uno dei libri più discussi sul postmodernismo è La condizione postmoderna di Jean-François Lyotard, uno studio sulle implicazioni delle questioni poste dal postmodernismo sulla legittimazione della conoscenza. Il libro di Lyotard è esplicitamente strutturato come un rapporto sull’università per il governo del Québec, un resoconto che senza dubbio è stato una delusione per i suoi sostenitori, nonostante il successo che ha avuto in seguito. Lyotard sostiene di averlo scritto “in quel preciso momento del postmodernismo in cui l’università si trovava a un passo della fine”. La questione del postmodernismo è una questione posta all’università più che nell’università. Tuttavia dal momento che il postmodernismo ha smesso da tempo di essere un problema ed è diventato un altro alibi nel nome del quale gli intellettuali denunciano il mondo per la mancata realizzazione delle loro aspettative, preferisco usare un altro termine. Il pericolo è evidente: è facile cadere nella definizione di “università postmoderna” come se fosse un’istituzione pensabile, un’istituzione nuova e più critica, in altre parole un’università ancora più moderna dell’università moderna. Preferirei chiamare l’università contemporanea “post-storica” piuttosto che “post-moderna”, proprio per sottolineare il fatto che l’istituzione sia sopravvissuta a se stessa, e che ora sia una superstite dell’era in cui si presentava come un progetto di sviluppo storico, affermazione e trasmissione della cultura nazionale.

(…) La mia riluttanza ad assumere il tono di autocompiacimento con cui molti dei miei predecessori presumibilmente si sentono a loro agio non è una questione di modestia. Dopo tutto, non ho aspettato il tramonto della carriera per scrivere un libro sull’università. Quello che conta, e che caratterizza il tono delle diatribe contemporanee, è che la ragione d’essere dell’università, centrata sulla creazione di un soggetto pensante e liberale, non è più attuale. Quindi non ho motivo di aspettare. Non voglio diventare Jacques Barzun; il sistema universitario non ha più bisogno di argomenti come questo. L’individuo liberale non è più capace di incarnare metonimicamente l’istituzione. Nessuno di noi può ritenersi seriamente il soggetto centrale della questione universitaria. Il femminismo è esemplare in questo senso per aver instillato una sensibilità radicale verso la differenza di genere prima degli altri, così come lo sono gli studi che richiamano l’attenzione sul modo in cui il corpo viene caratterizzato in modo diverso in base alla razza. Entrambi i casi fanno riferimento alla “vecchia guardia”, perché ricordano che nessun professore in quanto individuo può incarnare l’università, e in quanto il corpo non sarà mai universale ma sempre caratterizzato dal genere e dalla razza.

Dati questi presupposti, non sto comunque consigliando di abbandonare l’università, né fornendo dei motivi per crogiolarsi in una cinica disperazione. Nel mio libro parlerò di come possiamo riconcepire l’università dopo che la storia dell’educazione liberale ha perso il suo centro organizzativo – ovvero ha perso l’idea di cultura come oggetto, sia come origine che obiettivo, delle scienze umane. La mia percezione a questo riguardo è più critica perché l’università in cui sto lavorando in questo momento ha una posizione singolare. Questa posizione potrebbe sembrare obsoleta per quanti non sanno che il Québec, come l’Irlanda del Nord, è un’area che rientra nel gruppo di nazioni industrializzate del G7: una regione in cui il concetto di stato-nazione non viene percepito come marginale in una sempre più integrata economia globale, ma costituisce ancora oggi una questione politica rilevante.

L’Università di Montréal è il fiore all’occhiello culturale del Québec e solo di recente ha sostituito la Chiesa come istituzione responsabile di diffondere la cultura francofona nel nord America. Lavorare in un’università che è l’orgoglio di uno stato-nazione (in particolar modo di uno che sta nascendo) conferisce enormi benefici, in quanto le nostre attività di insegnamento e ricerca ancora non sono state interamente sottoposte al libero gioco delle forze di mercato; e non devono ancora giustificarsi in termini di prestazioni ottimali o rendimento del capitale.

L’idea di eccellenza

Fare una distinzione tra l’università moderna come arma ideologica dello stato-nazione e l’università contemporanea come impresa burocratica permette di osservare un fenomeno importante. L’“Eccellenza” sta diventando rapidamente la parola d’ordine dell’università, ma per comprendere l’università come istituzione contemporanea sono necessarie alcune riflessioni su cosa significhi o meno l’appellativo di eccellenza.

Pochi mesi dopo essermi espresso per la prima volta sul significato del concetto di eccellenza, il principale settimanale canadese, “Maclean’s”, ha pubblicato il suo terzo numero speciale sulle università canadesi, parallelamente alla graduatoria emessa dall’“U.S. News and World Report”. Il 15 novembre 1993, l’edizione del “Maclean’s”, che si proponeva di classificare tutte le università canadesi in base a diversi criteri, era intitolata, con mia grande sorpresa A Measure of Excellence (La misura dell’eccellenza). Quello che mi suggerisce questo titolo è che l’eccellenza non sia semplicemente l’equivalente di “Gestione totale della qualità” (in inglese Total Quality Management, abbreviato in Tqm). Non si tratta di gestire l’università come se fosse un’impresa; l’introduzione di questo parametro presuppone, infatti, che l’università non sia davvero un’impresa, se non sotto alcuni aspetti.

Quando Ford Motors inizia una collaborazione con l’Università dell’Ohio per sviluppare il “Tqm in tutti gli ambiti della vita nel campus”, questa collaborazione si basa sul presupposto che “la missione di un’università e di un’impresa non siano così diverse”, come ha detto Janet Pichette, vice presidente per gli affari e l’amministrazione dell’Università. Non è “così diversa” forse, ma neanche identica. L’università sta diventando un’impresa, ma il Tqm non è ancora stato applicato a tutti gli aspetti della vita accademica. Ciò nonostante, il fatto che il rettore E. Gordon Gee faccia riferimento “all’università e ai clienti che serve”, è segno che l’Università dell’Ohio sia già sulla buona strada. L’invocazione alla “qualità” è sinonimo di questa trasformazione, dato che la “qualità” può essere applicata indifferentemente a “tutti gli aspetti della vita del campus” e può riunirli sotto la stessa scala di valutazione. Come riporta il giornale del campus, l’“Ohio State Lantern”: “La qualità è il problema principale per l’università e per i clienti che serve, dice Gee, in riferimento al corpo docenti, gli studenti, i loro genitori e gli ex allievi”. Il bisogno che l’autore di questo articolo ha sentito di chiarire quali fossero i soggetti a cui il rettore si stesse riferendo mentre parlava di “clienti”, è un segno rilevante di una visione quasi arcaica dell’istruzione, in base alla quale un’affermazione del genere potrebbe ancora creare confusione.

Perciò potremmo suggerire un chiarimento al rettore Gee: la qualità non è il problema principale, ma l’eccellenza sta per diventarlo, perché vorrebbe dire che l’università non è solo come un’impresa, ma è un’impresa. Gli studenti nell’Università dell’Eccellenza non sono come clienti, ma sono clienti. Visto che l’eccellenza implica un salto qualitativo: la nozione di eccellenza si sviluppa all’interno dell’università, come l’idea attorno alla quale l’università si concentra e diventa comprensibile al mondo esterno (nel caso del “Maclean’s”, alla classe medio-alta canadese).

Di solito, gli amministratori delle università parlano molto spesso di eccellenza, perché è diventato il principio unificatore dell’università contemporanea. “Due culture” di C. P. Snow è diventato “Due eccellenze”, quella umanistica e quella scientifica. Come principio integrativo, l’eccellenza ha il vantaggio eccezionale di essere completamente privo di senso o, per dirlo in modo più preciso, non-referenziale. Ecco un esempio riportato nel giornale del campus sul modo in cui l’eccellenza compromette le fonti, nell’oggetto di una lettera al corpo docenti da parte del preside della facoltà di ingegneria (William Sirignano), che si lamenta per il licenziamento del rettore dell’Università della California Irvine, Uci (Laurel Wilkening):

“L’ufficio del rettore e l’amministrazione centrale del campus dell’Uci sono troppo invischiati nella gestione della crisi e nelle polemiche per poter competere per l’eccellenza nei programmi accademici”, ha scritto Sirignano nella nota del 22 marzo, incoraggiando il nuovo preside di facoltà, le cattedre del dipartimento e tutto il corpo docente a “fare pressione per l’eccellenza nell’università”… Una spinta in questa direzione “sarebbe una sfida per il perseguimento dell’eccellenza e l’accrescimento della mobilità per la Facoltà di ingegneria”, ha detto. “Non sarà facile assumere un preside di facoltà eccellente in questi tempi di crisi finanziaria”.

In una situazione di stress estremo, e per opporsi al rettore dell’università, il preside di facoltà fa appello al linguaggio con cui viene definita l’eccellenza con una precisione più degna di nota di quanto l’abbia lasciata inosservata il giornalista che ha trattato il fatto. A dire il vero il giornalista ha selezionato le frasi che includono la parola “eccellenza” come quelle che più precisamente riassumono il contenuto della lettera. L’eccellenza appare qui come un campo inconfutabile, l’arma retorica con cui si guadagna più facilmente il consenso generale. Per tornare all’esempio della partnership tra la Ford e l’Università dell’Ohio, suppongo che un numero significativo di accademici non si fosse fatto ingannare dall’imposizione dall’esterno del Tqm e si fosse opposto all’ideologia implicita nella nozione di qualità, sostenendo che l’università non fosse un modello di business analogo a quello auspicato dalla Ford. Sirignano però è un accademico, che scrive a un accademico per un pubblico di accademici. E il suo appello all’eccellenza non è addolcito o mitigato, e non sembra aver bisogno di spiegazioni. Se mai il contrario. Sul bisogno di eccellenza siamo tutti d’accordo. E siamo d’accordo perché non è un’ideologia, nel senso che non ha un referente esterno o un contenuto interno.

Oggi tutti i dipartimenti dell’università sono incoraggiati a tendere all’eccellenza, visto che l’applicazione generale della nozione è in stretta relazione con la sua inutilità. Quindi, per esempio, l’Office of research and university graduate studies dell’Università dell’Indiana di Bloomington spiega che nell’assegnazione di borse di studio estive, “l’eccellenza è il criterio più importante impiegato nella procedura di valutazione”. Questa affermazione ovviamente non ha alcun senso: il presupposto è che l’invocazione all’eccellenza sia più importante del livello qualitativo degli insegnamenti, dal momento che l’eccellenza è il comune denominatore della ricerca in tutti i campi. Anche se così fosse, vorrebbe dire che l’eccellenza non potrebbe essere invocata come “criterio”, perché non è un criterio fisso di giudizio ma una qualifica, il cui significato è in stretta relazione con qualcos’altro. Una nave eccellente non è tale in base agli stessi criteri per i quali può essere definito eccellente un aereo. Definire l’eccellenza un criterio equivale ad affermare che la commissione non rivelerà i criteri usati per giudicare le candidature.

Inoltre l’impiego del termine “eccellenza” non si limita alle discipline accademiche. Per esempio Jonathan Culler mi ha messo al corrente del fatto che il servizio di parcheggio della Cornell University di recente ha ricevuto un premio per “l’eccellenza nel parcheggio”. Ne derivano due possibili interpretazioni: che hanno raggiunto un livello di efficienza nella limitazione all’accesso delle automobili, oppure che questa eccellenza ha reso la vita delle persone più facile grazie all’aumento dei parcheggi disponibili. Il problema “dell’eccellenza nel parcheggio” non riguarda i vantaggi che derivano da una delle due opzioni, ma il fatto che l’eccellenza possa funzionare allo stesso modo come criterio valutativo su entrambi i fronti, perché l’eccellenza in sé non ha un significato univoco. Sia che si tratti di aumentare il numero delle automobili nel campus (a vantaggio dell’efficienza dei dipendenti, che perdono meno minuti a camminare) o di ridurre il numero di automobili (a vantaggio dell’ambiente), in entrambi i casi gli sforzi degli impiegati nel parcheggio possono essere descritti in termini di eccellenza. Questa grave mancanza di riferimenti permette all’eccellenza di funzionare come principio di traducibilità di espressioni radicalmente differenti: i servizi di parcheggio e le borse di studio possono essere entrambi eccellenti, e questo appellativo non dipende da specifiche qualità o dagli effetti che sortiscono.

Questo è esattamente quello che accade nel caso dell’articolo del “Maclean”, dove l’eccellenza è il comune denominatore della classificazione. Categorie diverse come la composizione del corpo studentesco, la dimensione delle classi, le finanze, e i cataloghi delle biblioteche, possono essere raccolti sotto una singola scala di eccellenza. Queste classifiche non sono state inserite alla cieca o a caso. Con tutta la scrupolosità di cui la comunità accademica può andare fiera, il giornale dedica due intere pagine a discutere su come ha generato le sue classifiche. In questo senso il corpo studentesco è misurato in termini di voti d’ingresso (più sono alti meglio è), la media dei voti durante gli studi (più è alta meglio è), il numero degli studenti “fuorisede” (più sono meglio è), e i voti di laurea conseguiti entro determinati limiti di tempo (il raggiungimento di uno standard è da considerarsi positivo). La dimensione e la qualità delle classi sono misurate in termini di rapporto studente-insegnante (che dovrebbe essere basso) e il rapporto tra gli insegnanti di ruolo e i part-time o gli assistenti universitari (che dovrebbe essere alto). Le facoltà sono valutate in base al numero di dottorandi, ai vincitori di borse di studio, e al numero e alla quantità di sovvenzioni governative ottenute, tutti da ritenere segni di merito.

La categoria “finanze” giudica la salute economica dell’università in base alle proporzioni del bilancio operativo disponibile per le spese correnti, i servizi agli studenti e le borse di studio. I beni delle biblioteche sono analizzati in base alla percentuale di volumi per studente e in base al budget destinato alla biblioteca, e a quello per le nuove acquisizioni. La categoria finale, la “reputazione”, tiene conto del numero degli ex alunni che fanno donazioni all’università insieme ai risultati di “un’indagine condotta sulle più alte cariche universitarie e gli amministratori delegati delle imprese più importanti del Canada”.

Il risultato è una “misura d’eccellenza” che deriva da un rapporto combinato che comprende per il 20% gli studenti, per il 18% la dimensioni delle classi, per il 20% il corpo docente, per il 10% l’aspetto finanziario, per il 12% le biblioteche e per il 20% la “reputazione”.

(Da The University in Ruins di Bill Readings, Harvard University Press 1997)

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