Porti chiusi e condanne a morte

di Alex Giuzio

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È impossibile, immorale e illegale, eppure se ne continua a parlare e discutere. La proposta di chiudere i porti italiani alle navi delle organizzazioni non governative per bloccare i flussi migratori è l’ennesima dimostrazione della deriva fascista che è tornata a infettare il vecchio continente, da nord a sud – e non c’è partito di centrosinistra o centrodestra o cinquestelle che tenga, ma solo etichette superate che mascherano una visione comune tra tutti i governi d’Europa: alzare i muri e rifugiarsi nel proprio “benessere”, lasciando gli ultimi, i poveri, i perseguitati alle prese con i loro problemi. Il “codice di condotta” che il governo italiano ha redatto lo scorso luglio è arrivato a un passo dal realizzare il desiderio di nuove barriere: obbligando le ong a sottoscriverlo per poter continuare le loro attività di soccorso, si è riusciti a far ritirare alcune missioni che avrebbero salvato migliaia di vite umane in più.

È sufficiente analizzare il dibattito che sta ruotando intorno all’assurda idea della chiusura dei porti per capire come l’Europa intera (le sue istituzioni e i suoi amministratori, i giornalisti complici e i cittadini sempre più contagiati dall’odio) stia rasentando la follia in materia di politiche sull’immigrazione e l’accoglienza – argomento di cui si è molto discusso sugli “Asini”, e questo è solo un altro piccolo capitolo sull’ennesimo esempio di freddezza, egoismo, ottusità e delirio con cui si stanno affrontando i flussi migratori.

Lo spunto sembra essere arrivato dalle presunte dichiarazioni di Maurizio Massari, ambasciatore italiano in Ue, riportate dall’agenzia Adnkronos: “Il governo italiano ha dato mandato al rappresentante presso l’Ue, l’ambasciatore Maurizio Massari, di porre formalmente la questione degli sbarchi in Italia al commissario per le migrazioni Dimitris Avramopoulos”, si legge in un dispaccio dello scorso 28 giugno che cita generiche “fonti di governo”. “Per l’Italia, alla luce degli ultimi sviluppi sulla rotta del Mediterraneo centrale, potrebbe essere difficile consentire ulteriori sbarchi di migranti nei suoi porti. (…) Massari ha trasmesso ad Avramopoulos un messaggio fermo: la situazione per l’Italia è al limite della sostenibilità, anche perché gli arrivi hanno un impatto elevato sulla vita del Paese, sia in termini sociali che economici. E l’estate, il periodo più favorevole per tentare la traversata dalla Libia, è appena agli inizi. Nel breve termine, quindi, ci si aspetta che i partner europei e le istituzioni Ue aiutino l’Italia a fare fronte agli arrivi, anche sul fronte dell’accoglienza”.

Sono bastate queste righe riprese da tante testate, dove peraltro non si parla esplicitamente di chiusura dei porti se non nel malizioso titolo (“Migranti, Italia pronta a chiudere porti”), a far scatenare un dibattito in cui questa possibilità è stata davvero presa in considerazione da figure politiche e istituzionali, con un impatto sull’opinione pubblica che ha ulteriormente alimentato la violenza razzista e xenofoba ormai imperante, in un momento di piccola intensificazione degli sbarchi (ma si tratta solo di normali fluttuazioni: nei primi sei mesi del 2017 sono arrivate solo 7.868 persone in più rispetto allo stesso periodo del 2016, cioè 78.255 profughi nel 2016 e 86.123 nel 2017 secondo i dati del Ministero dell’interno, che non tratteggiano di certo un’“invasione”). Eppure, la proposta ha nuovamente messo in discussione la questione dell’accoglienza delle migliaia di esseri umani che ogni mese sbarcano nelle nostre coste per scappare da guerre, violenze o povertà, e che rimangono in Italia spesso contro la loro volontà (le mete più ambite sono infatti nel più ricco nord d’Europa) a causa dei vincoli del diritto internazionale che impongono la permanenza nel primo Stato in cui si viene identificati. Tutt’ora, a più di due mesi di distanza dalla miccia, sono ancora numerosi gli esponenti politici e gli “opinionisti” che propongono una non meglio precisata “chiusura dei porti”. Agghiaccianti, per esempio, sono le parole dell’ex ministro degli esteri Franco Frattini in un’intervista del 16 agosto al quotidiano “Libero”: “Uno Stato può impedire l’accesso di navi straniere nei suoi porti, con la sola eccezione, ovviamente, delle navi militari impegnate in missioni internazionali e in avaria. Se scopri che una nave, come dice qualcuno, sta facendo da “taxi” ai migranti, la respingi. Non c’è un diritto assoluto a entrare nei porti”.

Quella che è iniziata come l’ennesima montatura giornalistica ha insomma fatto scatenare un dibattito surreale, che è sfociato nei violenti attacchi alle ong che si occupano di soccorso in mare (al posto dei governi che preferiscono far morire i naufraghi) e nella decisione di far loro sottoscrivere un “codice di condotta” redatto dal ministero dell’interno per poter continuare a svolgere le proprie attività. Una mossa subdola che è riuscita a far ritirare alcune missioni che avevano solo lo scopo, tanto semplice quanto nobile, di salvare vite umane. Il 25 luglio, infatti, il Ministero dell’interno ha convocato tutte le ong che compiono operazioni di soccorso nel Mediterraneo per sottoporre loro questo codice, talmente restrittivo che alcune organizzazioni non lo hanno sottoscritto (è il caso di Medici senza frontiere e Jugend rettet), con la conseguenza di interrompere le proprie attività. E senza le loro navi a pattugliare il mare per soccorrere i barconi in difficoltà, si è decretata la condanna a morte certa per migliaia di persone in più.

Secondo Medici senza frontiere, che il 31 luglio ha diramato una lettera aperta al ministro dell’interno Marco Minniti per spiegare le ragioni della mancata sottoscrizione, “il codice di condotta non riafferma con sufficiente chiarezza la priorità del salvataggio in mare, non riconosce il ruolo di supplenza svolto dalle organizzazioni umanitarie e soprattutto non si propone di introdurre misure specifiche orientate in primo luogo a rafforzare il sistema di ricerca e soccorso”. Ma c’è di più: chiedendo alle navi di soccorso di concludere la loro operazione provvedendo allo sbarco dei naufraghi nel porto sicuro di destinazione, invece che attraverso il loro trasbordo su altre navi, il codice impedisce di fatto l’attività alle navi più piccole che spesso, nei soccorsi in mare aperto, riescono a stabilizzare i barconi in difficoltà in attesa dell’arrivo di imbarcazioni più grandi. Per non parlare dell’obbligo di informare le autorità statali di provenienza dei barconi, di ospitare a bordo funzionari di polizia armati e di fornire loro elementi utili a possibili indagini; elementi che limitano ulteriormente la libertà sia di chi soccorre che di chi è soccorso.

Con il codice, l’equazione si fa palese: tutti i migranti sono considerati indegni di accoglienza a prescindere e non importa salvare le loro vite. Ma a monte, ripensando agli ultimi due mesi di dibattito che hanno portato a questo esito, c’è un altro fatto grave: siamo davanti a continui tentativi di spingere l’opinione pubblica all’odio che ormai infatti dilaga ovunque, come è facile rendersi conto leggendo qualsiasi commento o dibattito online alle notizie sui temi dell’immigrazione e affini. A mancare, come al solito, è la memoria collettiva: il Mediterraneo, mare che nella storia ha unito i popoli di tre diversi continenti, con le sue acque che hanno accolto migrazioni e scambi culturali, è stato negli ultimi anni trasformato in confine con tanto di muri – oltre che cimitero per migliaia di individui. Voler chiudere i porti italiani – come tanti politici e opinionisti continuano a chiedere, anche dopo il varo del codice per le ong – significa calpestare ulteriormente la storia di questo mare, ma soprattutto dimostra l’egoistica non volontà di aiutare chi sta peggio, di perseguire la “crescita economica” (anche se ci porterà all’autodistruzione, ma questo è un altro discorso) senza avere alcun fastidio esterno da affrontare. Rifiutarsi di accogliere significa dimenticare che i migranti scappano da guerre e fame, da violenze e da mancanza di libertà. Invece, è in atto un’architettata operazione che fa passare tutti i migranti come dei fuorilegge e fa percepire il loro arrivo come un’invasione, alimentando odio, paura e irragionevolezza. Il dibattito sulla chiusura dei porti e le irresponsabili accuse alle ong sono il culmine di questo veleno che sta uccidendo l’umanità, la carità e l’accoglienza.

 

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