Perché occupare una fabbrica

di Gigi Malabarba, a cura di Mimmo Perrotta

illustrazione di Frans Masereel

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Perché occupare una fabbrica?
Anzitutto per un bisogno: recuperare un lavoro e un reddito. La cosa più facile per qualcuno che da quella fabbrica è stato espulso è quella di riprendersi in mano quel mezzo di produzione per riuscire a ricostruirsi una vita lavorativa e un reddito. Così è stato per la Rimaflow e potrebbe essere possibile per tante altre realtà in cui finisce l’attività lavorativa da parte del padrone, per ragioni diverse. La nostra non era una fabbrica che non funzionava: la Maflow produceva impianti di aria condizionata per automobili, aveva delle commesse molto importanti di Bmw, che non ha mai avuto un giorno di crisi in Europa. Poi però si sono messe a carico dell’attività industriale le operazioni finanziarie di un gruppo. Anche se le ragioni possono essere diverse per la chiusura di una fabbrica, la questione è che i lavoratori non lascino quel luogo. Un luogo che conoscono e che hanno contribuito ovviamente a rendere profittevole per il padrone; a un certo punto la riappropriazione diventa una cosa molto a portata di mano. Quello che è avvenuto in Argentina è stato per noi un insegnamento: una volta che i padroni decidono di abbandonare la fabbrica e di scappare in Canada o negli Stati Uniti, quello che tu trovi lì davanti è una fabbrica magari con macchinari, con ancora delle materie prime su cui lavorare e così via. La prima cosa, la più spontanea che può avvenire, è proprio utilizzare questi materiali, questo luogo e il tuo sapere: sai fare andare quelle macchine, sai fare quelle attività o attività analoghe con quei macchinari, e quindi usa quello. La riappropriazione è sotto mano. Occupare una fabbrica è una possibilità concreta. Ovviamente occupare vuol dire occupare illegalmente. Ma da questo punto di vista, il vantaggio di occupare una fabbrica è che il valore di un immobile vuoto in una zona industriale in una fase di crisi è bassissimo. I capannoni della Rimaflow si trovano a Trezzano sul Naviglio, alle porte di Milano; sono di proprietà dell’Unicredit e in un colloquio loro hanno dato esattamente la nostra valutazione: questo bene non vale niente e soprattutto ci costa. Quindi la possibilità per dei lavoratori di tenersi il bene è maggiore che non per tanti altri spazi urbani. L’idea che ci si possa riprendere la fabbrica e i macchinari, perché sono più nostri che della proprietà, non è solo un’idea marxista (gli operai ci hanno messo le ore di lavoro, mentre il padrone è solo uno sfruttatore). Se prendiamo il caso della Maflow, la crisi nasce probabilmente da una bancarotta fraudolenta. Poi la fabbrica va in amministrazione straordinaria e arriva nelle mani di un imprenditore polacco, Boryszew, il quale dei 330 lavoratori ne prende solo 80, utilizza la legge Prodibis che gli consente di avere quella fabbrica praticamente gratis, con l’impegno di rilanciarla. Dopo due anni, che è il limite minimo in cui non può ridurre il personale, chiude, si prende tutti i macchinari e se li porta in Polonia. Sicuramente lui non è proprietario di nulla, ha semplicemente rubato. Anche l’ultimo usciere che ha lavorato tre giorni è proprietario di quella fabbrica più di un imprenditore che è arrivato lì con un’operazione che gli ha consentito di portarsi via gratis marchio, commesse, macchinari e tutto quanto. Figuriamoci chi ha lavorato lì 30 anni.

Come occupare una fabbrica
Per chi è abituato a fare delle vertenze sindacali, ogni tanto si è usata e si usa l’occupazione come forma di lotta. In questo caso semplicemente cambia la funzione dell’occupazione. Il fatto che ci sia una comunità, soprattutto quando c’è un’organizzazione solidale di tipo sindacale, rende la cosa più realizzabile. Chiaramente, per un progetto lavorativo occorre una convinzione effettiva delle persone, devono parlarne abbastanza a lungo. Però questo lasso di tempo in generale c’è: dal momento in cui c’è una crisi e fino a quando si arriva alla dismissione effettiva della fabbrica c’è una fase di transizione, c’è un’iniziativa di resistenza: dentro quei presìdi tu devi elaborare quel progetto. Da una parte puoi rivendicare che ci sia la continuità produttiva con un altro padrone o che intervenga lo Stato. Dall’altro lato provi a costruire l’alternativa dell’autogestione e si può creare la relazione tra i lavoratori. In molti casi, si tratta di una minoranza dei lavoratori di quella fabbrica. Ad esempio, alla Fralib di Marsiglia, una azienda recuperata che produce tè, solo un quarto dei circa duecento lavoratori che c’erano durante la gestione della multinazionale Unilever ha poi costituito la cooperativa, anche perché loro hanno fatto un’occupazione di 1.336 giorni e una parte dei lavoratori nel tempo si disperde. Tutta l’azienda è stata data poi a quelli che erano rimasti e che volevano portare avanti l’attività produttiva, con i macchinari e anche un po’ di soldi, anche se la maggior parte dei lavoratori erano andati via perché non interessati. Io credo che sia un criterio corretto. Poi può esserci un numero minimo per far funzionare una fabbrica molto grossa, ma si possono assumere nuove persone. Rimaflow è un esempio di questo tipo: al momento della prima chiusura c’erano 330 lavoratori. Nel 2010 ne sono stati lasciati a casa 250 e il nuovo padrone ne ha scelti 80 per i due anni di produzione, in cui non hanno mai prodotto niente. Alla fine solo una quindicina ha fatto l’occupazione di una fabbrica che prima del 2000 aveva occupato più di 800 operai. Dopo poco tempo hanno cominciato ad arrivare tante altre persone.

Le attività della Rimaflow
L’attività della Maflow non è stata ripresa dalla Rimaflow. Ci siamo orientati su riuso e riciclo. Inizialmente, avevamo pensato di partire dal recupero della materia prima di apparecchi elettrici ed elettronici. Questo non si è rivelato fattibile, soprattutto per le normative legate al ciclo dei rifiuti, che fortunatamente sono piuttosto stringenti e, tra le altre cose, richiedono la titolarità del luogo di lavoro. Per regolarizzare altre attività lavorative invece non è necessaria la titolarità (ci siamo scontrati col Comune su questo e abbiamo avuto ragione noi). Stiamo quindi sperimentando un’attività di recupero della carta e della plastica da materiali misti, in accordo con una società che costruisce i macchinari, utilizzando e riciclando cose come facciamo noi. Questa è l’attività più industriale che abbiamo all’interno, è partita l’anno scorso e adesso si sta assestando dal punto di vista della sostenibilità economica; stiamo cercando di capire come funziona la commercializzazione. A fianco di questa cosa la cooperativa Rimaflow fa altre attività. Dall’inizio funziona un laboratorio di recupero e di riparazione di computer e cellulari. Stiamo installando un liquorificio sociale: era cominciato quasi per gioco, producendo il “Rimoncello” e l’“Amaro Partigiano”, ma diventerà un’attività di produzione stabile. La cooperativa si occupa poi di tutti i servizi di pulizia, manutenzione e vigilanza della fabbrica. Accanto alla cooperativa c’è la cittadella dei mestieri, che è un aggregato di una trentina di botteghe artigiane per un totale tra cinquanta e sessanta persone che lavorano oltre a noi: tre falegnamerie, un calzolaio, un tappezziere, una bigiotteria, due costruzioni di modellistica ferroviaria, vari laboratori artistici con materiale di recupero, allestimenti per i teatri, due fabbri, eccetera. Queste botteghe hanno una struttura associativa tra di loro. Qui va sottolineata la funzione di incubatrice di nuovo lavoro che ha questa situazione: quelli che si avvicinano sono persone che magari hanno delle capacità artigianali, però non riescono ad aprire una bottega perché non hanno un capitale da investire, oppure perché sono operai di altre aziende che hanno chiuso: lì non viene chiesto nessun contributo fino a quando non si è avviata l’attività. Ognuno degli altri, già esistenti, mette un piccolo contributo, una quota di solidarietà, che serve ai nuovi venuti per questa fase di avvio. Questo meccanismo di mutuo soccorso per far avviare nuove attività è assolutamente funzionante, al punto che adesso non abbiamo più spazio. Ovviamente stiamo riservando per la produzione i due capannoni principali: in uno l’attività di riciclo di carta e plastica, nell’altro aspettiamo la collaborazione con un’altra cooperativa, legata alla Caritas, che fa i bancali, e allora entreremo nel filone del recupero del legno. Infine, abbiamo un’attività di rimessaggio camper, dove lavora una persona sola, che è uno strumento importante di autofinanziamento; ma questa attività sparirà quando avremo bisogno di quegli spazi per la produzione. In totale oggi all’interno della fabbrica lavorano tra 70 e 80 persone fisse, tra la cooperativa e gli artigiani. Poi ci sono persone che restano con noi solo per qualche periodo. In più, c’è un mercatino dell’usato con 40 persone in un piazzale esterno alla fabbrica, che per un certo periodo abbiamo ospitato in Rimaflow. L’obiettivo è arrivare a 300 persone, come prima della chiusura. Su questo la preoccupazione è quotidiana, la determinazione è fortissima. C’è un problema ancora del salario: nella cooperativa non arriviamo a un salario pieno. La prima fase è stata di lavoro volontario (o meglio, un investimento in lavoro, non avendo capitale da investire e non volendo utilizzare gli anticipi della cassa integrazione e degli ammortizzatori sociali per indebitarsi poi ulteriormente), poi si è cominciato a distribuire dei rimborsi di 300 euro, fino ad arrivare alle prime regolarizzazioni, quindi un piccolo salario per alcune ore di lavoro, con i contributi, 400 euro; oggi siamo a 800 euro (con gli assegni familiari 900 euro). Sta avvenendo che ogni sei mesi c’è uno scatto. L’obiettivo è di arrivare ad almeno 1.200 euro nel giro di un anno, stare al minimo contrattuale insomma, con i contributi. Questo riguarda la cooperativa; le attività artigianali sono attività autonome.

L’agricoltura, i gas e le relazioni con il territorio
Un’altra attività riguarda lo stoccaggio e la consegna di prodotti per molti gruppi di acquisto solidale di Milano; non è molto rilevante dal punto di vista del reddito che porta in Rimaflow, ma è importante perché ci ha portato la maggioranza delle relazioni sociali sul territorio: avere rapporti con i produttori del Parco agricolo sud Milano, che è vicino alla fabbrica, con i gas, fare iniziative sulla questione del cibo, sono cose molto significative, forse una chiave di volta per costruire una rete di economia popolare nella zona. Da questo è nata la rete Fuori mercato, un po’ casualmente perché distribuivamo i prodotti di Sos Rosarno a Milano e poi questa relazione si è strutturata in un’organizzazione che unisce molte realtà mutualistiche di produzione e distribuzione su tutto il territorio nazionale. Abbiamo contribuito alla nascita della Csa Fontanini, un’esperienza di “agricoltura supportata dalla comunità”. Abbiamo recuperato, assieme ad altre associazioni, un bene confiscato alla mafia, una masseria che era una pizzeria, con un campo di fianco: lì il progetto è quello di fare la produzione in questo campo, assieme a dei rifugiati che già sono una delle associazioni che fanno parte del nostro circuito. Questo significa nuovamente produzione alimentare, trasformazione e anche cucina con la pizzeria, creando altri 5-6 posti di lavoro. La produzione agricola può permettere di estendere la struttura di economia alternativa sul territorio, perché trova più facilmente canali autonomi di distribuzione rispetto a quelli della produzione industriale. Non abbiamo altre fabbriche recuperate con cui trattare, e quindi la plastica e la carta che produciamo le devono comprare delle imprese sul mercato. I prodotti alimentari invece possono avere una distribuzione indipendente diretta ai consuma

tori, con i gas, o con la filiera chiusa della comunità di supporto all’agricoltura. Da parte nostra aggiungeremo la produzione del liquorificio sociale e la logistica della distribuzione. In queste relazioni lavoriamo e discutiamo con realtà anche molto diverse dalla nostra, tra cui la Caritas diocesana, dei sacerdoti, Libera (che ci ha supportato nell’interfaccia con la Prefettura).

L’ecologia
Quando è iniziata l’esperienza della Rimaflow, la scelta è stata di fare un’analisi realistica sulle attività possibili, uscendo dalla logica del produttivismo. Volevamo unire l’esigenza del reddito con un beneficio per l’ambiente, per il pianeta in generale. Ci siamo chiesti: che può fare una fabbrica metalmeccanica per l’ambiente? La risposta è stata recuperare materie prime, evitare l’estrattivismo becero e pazzesco che sta portando all’esaurimento delle materie prime e alla devastazione dei territori. Questo è stato anche un messaggio molto forte nei confronti della popolazione, recepito benissimo dal territorio. Il fatto stesso che tu ti occupi di un bene abbandonato, che di solito come le altre fabbriche continua a inquinare, anche questa cosa viene vista bene. La fabbrica a cinquecento metri da noi ha fatto svolazzare amianto dai tetti per anni e solo un comitato di cittadini molto agguerrito è riuscito a imporre alle varie amministrazioni di bloccare questa dispersione. Il fatto che ci sia una cura anche dell’ambiente di lavoro è un beneficio per la popolazione. La Rimaflow salvaguarda il posto di lavoro attraverso attività orientate a non mandare niente in discarica. Abbiamo capito che bisognerebbe avere in tutti i quartieri, in tutti i paesi o a livello intercomunale dei piccoli luoghi di ricicleria dislocati nel territorio e non delle megariciclerie, che comportano comunque un trasporto, un via vai di camion per centinaia di km, quindi nuovamente inquinamento. Rispetto al recupero delle materie prime, si dovrebbero avere non megacentri di triturazione, ma dei piccoli centri di recupero delle materie prime. Quindi abbiamo fatto uno studio – uno degli operai aveva fatto la sua tesi di laurea sul ciclo di vita dei prodotti – e dal primo giorno abbiamo impostato questo tipo di attività. Successivamente, al “filone ecologista” della Rimaflow si sono collegati l’attività connessa alla produzione agricola, il discorso sulla sovranità alimentare, il legame con il movimento Genuino clandestino e così via.

Conflitto-mutualismo-conflitto
L’idea del riciclo è un esempio di come, sperimentando praticamente un tipo di produzione, si arriva a percorsi che possono diventare patrimonio di tutti. Ma qui ci si scontra con delle controparti: se i Comuni non vogliono sviluppare questo tipo di riciclerie, ci devi litigare, devi fare delle lotte. Per noi la dinamica è di conflitto-mutualismo-conflitto. La nostra esperienza nasce da un conflitto: il fatto di riprendersi la fabbrica è stata la prima fase di conflitto, necessaria per poter sviluppare il mutualismo. Poi viene un altro tipo di conflitto che devi rimettere in campo. A noi non è mai sembrato praticabile pensare “vabbè, abbiamo preso la fabbrica, adesso risolviamo i nostri problemi”; sapevamo di dover rimanere organizzati, costruire alleanze, di stare sempre nella lotta di tutti i lavoratori. Però è vero che c’è stata una fase di conflitto, poi una fase soprattutto di rimessa in campo dell’attività mutualistica e della sostenibilità economica, e poi una fase in cui si sono aperti e si dovranno aprire fronti di vertenza nuovi per garantire che quelle attività siano ritenute accettabili dalle controparti. Il punto è che non ha molto senso se lo fai da solo: ti adegueresti al mercato e a fare la concorrenza al ribasso alle altre cooperative. Il tema del legame tra mutualismo e conflitto è qualcosa che ho imparato nei primi anni Ottanta. Lessi delle cose di Pino Ferraris: la sua idea che esistono una “solidarietà per” e una “solidarietà contro” mi è sempre rimasta impressa perché riguarda la storia dei consigli di fabbrica. Sono stato operaio all’Alfa di Arese per 35 anni; nei primi anni Ottanta facevamo riunioni a Torino noi dell’Alfa con alcuni delegati di Mirafiori e di altre aziende, con Pino Ferraris e Vittorio Rieser. In quel periodo, venendo dall’Alfa, facevamo dei ragionamenti sulle partecipazioni statali, prima che l’Alfa diventasse Fiat. Negli anni Settanta si ragionava molto sull’idea di un controllo operaio che parte da livelli minimi (i ritmi di lavoro) e si pone il problema di cosa produrre e per chi: come usare la forma del controllo operaio per sviluppare un’attività che andasse oltre la semplice contestazione al padrone. Ci chiedevamo: che tipo di produzione deve fare una fabbrica, soprattutto una fabbrica a partecipazioni statali e per chi? Perché deve fare auto sportive di lusso? Non può produrre mezzi per il trasporto pubblico ad esempio? È possibile una discussione tra operai delle fabbriche a partecipazione statale e gli utenti? Oggi si discute di temi simili. Ma su questo c’è bisogno di alleanze, di una vertenza nazionale: se riuscissimo a mettere insieme quattro-cinque Rimaflow in giro per l’Italia, il movimento contadino… potremmo vincere vertenze e allargarle da altre parti. E magari convincere qualche pezzo di sindacato che l’autogestione è importante. Anche nel sindacalismo di base questo viene sottovalutato: per loro devi avere il padrone contro cui fare la lotta, se non c’è il padrone non fai la lotta di classe. Bisognerebbe invece che i sindacati di base accompagnassero qualche vertenza: occupazione e autogestione non sono esterne alla loro storia.

Fabbriche occupate e workers’ buyout in Italia
Se utilizziamo i criteri della “Economia dei lavoratori e delle lavoratrici”, nati nelle fabbriche argentine e poi arrivati in Europa, le uniche fabbriche con questa filosofia in Italia sono Rimaflow e Officine Zero di Roma. In moltissimi altri casi, però, ci sono i workers’ buyout: di solito cooperative di lavoratori che – magari dopo lotte o occupazioni di fabbriche, come nel caso della Mancoop in provincia di Latina – arrivano a un
compromesso con la proprietà e acquistano o affittano locali e macchinari e continuano la produzione, investendo il proprio tfr e i propri ammortizzatori sociali e indebitandosi. Oppure gruppi di lavoratori che continuano la produzione in altri siti, come gli operai del Birrificio Messina, a cui la Regione Sicilia ha affittato due capannoni. Sono modalità diverse dalle nostre: noi abbiamo puntato alla riappropriazione, ma se altri ci riescono per un’altra strada e salvaguardano posti di lavoro (prendendosi il rischio di impresa), si tratta di esperienze importanti. Secondo alcuni si tratta di 70-80 esperienze in Italia, ma se usiamo un criterio largo sono qualche centinaio, perché ci sono molte cooperative nate da lavoratori che avevano fatto delle cose in precedenza, che magari non usano lo stesso posto di lavoro ma in cui c’è una continuità nell’attività. La Legge Marcora, che dà la possibilità di finanziamento del Ministero del Tesoro in questi casi, non è una legge perfetta, ma esiste ed è qualcosa da utilizzare.

 

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