Operai senza fabbrica e fabbriche senza operai

di Chiara Saraceno

illustrazione di Andrea Bruno

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 45 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

Gli spezzoni di biografia raccolti in questo testo forniscono alcuni elementi per ripercorrere le vicende, non solo individuali ma anche collettive, che hanno segnato la storia industriale, economica e umana del nostro paese. Possiamo rintracciarvi la storia di un pezzo di Italia industriale che per alcuni decenni è stata il punto di attrazione sia rispetto alle campagne limitrofe, sia rispetto alle regioni del Mezzogiorno. Un’Italia industriale che non solo dava lavoro, ma anche senso di appartenenza e dignità. Fieri di essere operai, come dice Beppe che ha ereditato questa fierezza dal proprio padre. Dove le fabbriche erano un luogo di fatica e lavoro duro e ripetitivo, ma anche “il luogo di riscatto e di crescita”, come dice L. C., oggi così piegato dall’esperienza della precarietà e dai ricatti che essa comporta, da non voler neppure essere identificato con il nome proprio, per timore di essere riconosciuto. Erano il luogo in cui si diventava “socialmente attivi” come afferma orgogliosamente Nina, “perché in fabbrica automaticamente vivi le cose insieme ad altri, fai parte di un nucleo, e da quel nucleo inizi a vivere, a comprendere le problematiche, a formare la tua posizione, ad agire per tentare di migliorare le cose”. O anche, più semplicemente, spazi di socialità e amicizia, dove si può scambiare una risata per allentare la tensione, come osserva Simona, anche se qualche capo vorrebbe trasformarla in un “lager”, dove quando si lavora non si può neppure scambiare una parola con chi sta vicino. Questa visione della fabbrica come luogo della socialità e del lavoro operaio come fonte di identità e fierezza sembra tuttavia condivisa – anche se spesso solo nella forma di una nostalgia – maggiormente dai lavoratori in età più matura. Tra i più giovani emerge piuttosto il disincanto.

L’esperienza del lavoro interinale, della impossibilità a identificarsi non tanto con l’azienda, ma con i colleghi, proprio per l’intermittenza della propria e altrui presenza, insieme alle carriere piatte e a un orizzonte temporale privo di possibilità di miglioramenti, ne fa vedere solo gli aspetti negativi. Ivan, operaio metalmeccanico ancora relativamente giovane con un contratto a tempo indeterminato, esprime un giudizio molto negativo, dove, a differenza di Beppe, non c’è nessun orgoglio da trasmettere: “Non augurerei a un figlio di entrare in fabbrica come ho fatto io. Se gli vuoi bene, a un figlio, non glielo auguri, non perché sia un inferno, per carità, ma io spero facciano altro. All’azienda dai, dai e dai, ti fai in quattro, ma quello che ti torna indietro è misero”. La fabbrica, come altri luoghi di lavoro, da luogo di aggregazione e di identificazione collettiva, è diventata uno spazio in cui anche chi lavora fianco a fianco ha contratti, quindi interessi, diversi, che ostacolano non solo la difesa dei diritti, ma anche la possibilità di costruire relazioni di solidarietà e forme di identificazione comuni. Questa differenza finisce con il pesare anche sulle relazioni non di lavoro. Come osserva Beppe, che ora ha un contratto a tutele crescenti dopo anni il lavoro interinale: “Mi capitava per esempio di evitare gli incontri con gli amici perché tra amici si parla spesso di lavoro, e io da precario mi sentivo nell’angolo, sempre in ansia, perché senti parlare di persone che si sono sistemate mentre tu resti fuori”. Si genera una insicurezza che continua anche quando le cose migliorano, e che si riflette su tutti gli ambiti della vita, in primis la famiglia.

Dignità conquistate e ferite
La seconda vicenda collettiva che si intravede in queste biografie è quella di una classe operaia fatta di individui, uomini e donne, tenaci, orgogliosi, che spesso si sono fatti da sé, spostandosi dal Sud al Nord, dal lavoro rurale a quello di fabbrica, cogliendo le occasioni di apprendimento professionale loro offerte, spesso per caso, seguendo le trasformazioni del lavoro di fabbrica e, in alcuni casi, come quello di Luciano, anticipando e attraversando, da veri e propri autodidatti, le trasformazioni tecnologiche, reinventandosi ogni volta. Anche quando la fabbrica li sconfigge e loro perdono, insieme al lavoro, talvolta anche ogni speranza ragionevole di trovarne un altro con un minimo di sicurezza, non sono persone “sedute” , che si sono adagiate. Sono persone che hanno molto investito, emotivamente ma anche cognitivamente, nel lavoro e nell’apprendimento e aggiornamento delle proprie competenze. Se mai, quello che si coglie è come questo impegno non sia sempre stato riconosciuto o almeno appoggiato, o viceversa come la riqualificazione venga offerta come una sorta di specchietto per le allodole, anticamera della fine. È il caso di Daniela, travolta dalla vicenda De Tomaso. E allora, anche quando si ripresenta una temporanea opportunità di tornare a lavorare in fabbrica, ci si rende conto che questa esperienza e la fabbrica stessa “a un certo punto ti annienta, ti toglie tutta la tua sicurezza. Per questo ora ho paura al pensiero di buttarmi in questa nuova avventura”. Beppe ha cercato più volte di tornare in formazione, ma non ha mai trovato appoggio in questo suo desiderio: quando era occupato, non gli concedevano un orario di lavoro tale da rendergli possibile continuare a frequentare i corsi. Quando era disoccupato, “mi sono reso conto che non c’erano corsi in grado di qualificarti velocemente e di metterti in pista, per fare un mestiere, per esempio riparatori di elettrodomestici o cose del genere, in molti casi si trattava di corsi a pagamento oppure di percorsi più lunghi. È stata una ricerca vana in realtà. Ti ritrovi chiuso in casa, perso tra i siti con le offerte di lavoro, e fai fatica anche a ottenere un colloquio con le agenzie interinali che, una volta inserito il tuo profilo, in realtà poi non ti incontreranno mai più”. L’alternanza scuola-lavoro, se e quando funziona, è pensata per chi è ancora studente. Per chi non lo è più, occupato o meno che sia, la formazione si riduce troppo spesso, specie per le qualifiche operaie, a corsetti senza valore, a meno di essere disposti a pagare di tasca propria. L’unica vera scuola è il lavoro, se si riesce a ottenerlo, e se si è in un contesto abbastanza amichevole da lasciarti il tempo di apprendere. E sì che, come osserva sempre Beppe, per essere presi in considerazione anche per una occupazione operaia occorre essere specializzati.

La grande trasformazione, non solo industriale, ma delle vite individuali
Un terzo filo che si può ripercorrere tramite queste storie è proprio la lunga crisi industriale, iniziata ben prima del 2007, ove scelte industriali miopi (attente solo agli interessi finanziari), vere e proprie incompetenze imprenditoriali e l’incapacità di sostenere la competizione internazionale hanno prodotto miscele esplosive schiacciando le vite e i progetti di migliaia di lavoratrici e lavoratori. Alcune e alcuni fra gli intervistati sono stati coinvolti in crisi industriali e ri

strutturazioni varie, spesso perdendo il lavoro, come L. C. e Daniela “troppo vecchi anche per il lavoro interinale”. Altre volte costretti a farne uno del tutto diverso, come è successo a Filomena, passata attraverso successive ristrutturazioni, scomposizioni e ricomposizioni dell’Olivetti (in cui era entrata dopo una serie di lavoretti), e ora approdata a lavorare in un call center, in una situazione comparativamente positiva rispetto ad altri (perché ha mantenuto il livello e lo stipendio e ha un contratto a tempo indeterminato), ma che sospetta essere fragile nel medio-lungo periodo e che soprattutto non dà prospettive professionali. Più fortunato Sergio, che è riuscito a superare le trasformazioni nelle condizioni di lavoro a seguito dei cambiamenti in azienda cogliendo l’ occasione di diventare custode dell’azienda stessa, potendo così riunificare la famiglia e anche risparmiare abbastanza per comprare una casa. “Fortunato” anche Luciano, che, pur avendo cambiato pelle professionale più volte, continua ad avere un lavoro che gli dà soddisfazione. Ma anche lui osserva che, a motivo dei cambiamenti negli assetti aziendali, “senza mai aver visto una liquidazione, dal 1992 a oggi, mi sono ritrovato per quattro volte a cambiare azienda e a mutare, radicalmente, ramo di attività”. Cambia anche il modo di lavorare, quindi le relazioni che si possono instaurare con i colleghi. “Man mano che questi processi di fusione, di cessione, di esternalizzazione sono andati avanti, siamo arrivati a essere sempre meno, ci siamo trovati ad avere a disposizione in ufficio meno scrivanie di quanti, per esempio, siano i dipendenti stessi, anche perché contestualmente ha cominciato a diventare di moda lo smart working, inteso come telelavoro o lavoro presso i clienti”. Con le postazioni lavorative cambia anche il rapporto tra il lavoratore e l’ufficio, tra il dipendente e il suo spazio di lavoro. Non diversamente da quanto racconta Filomena del suo call center, ci sono meno postazioni che lavoratori e quando sono in ufficio i lavoratori si siedono dove capita. Anche nel lavoro di fabbrica vero e proprio molte cose sono cambiate, a volte in meglio, a volte no. In parte dipende dai contesti organizzativi e dalle mansioni che si è chiamati a svolgere. Barbara, che lavora in una fabbrica non rigidamente divisa in reparti e con una organizzazione del lavoro che consente qualche grado di libertà, può confrontare la propria esperienza attuale di maggiore flessibilità e intercambiabilità non solo con quella della madre che per trentacinque anni ha lavorato alla catena dovendo chiedere il permesso anche per fare pipì, ma con i propri primi quindici anni di fabbrica, sempre a ripetere gli stessi gesti. Per Nina, invece, i cambiamenti riguardano più l’ambiente fisico che non la qualità e i rapporti di lavoro: “Oggi le fabbriche sono diverse, sono più luminose, più pulite, più automatizzate, (…) la situazione è strutturalmente migliorata rispetto al passato – aggiunge – ma ancora non c’è abbastanza attenzione e apertura, anzitutto verso il sindacato. Esiste ancora una certa mentalità, non mi riferisco allo spirito del ‘padrone’ degli anni Cinquanta, che viveva in qualche modo accanto al lavoratore, ma a una nuova fase in cui il ‘padrone’ è colui che devi ringraziare perché ti dà lavoro”. Emerge, da queste storie, anche una immagine di fabbrica quasi polarizzata: c’è la fabbrica senza operai, ma di soli impiegati, di Andrea e Pier Paolo, cui potremmo accostare anche quelle totalmente automatizzate, a controllo numerico, ove pochi operai tecnici si aggirano con i camici bianchi, e quelle dove c’è ancora la catena di montaggio, anche se parzialmente automatizzata, e il lavoro è ancora faticoso, come quelle di Beppe e Simona. Quest’ultima tiene a chiarire che “non fanno tutto le macchine, anzi. Certo la fabbrica è cambiata molto in trent’anni. Se devi montare un sedile all’interno della vettura non lo tiri più su a mano, hai il tuo supporto e lo sposti, lo attacchi al paranco, che è ammortizzato, e lo inserisci in vettura, ma poi hai da chinarti per fissare le viti”. Non è il come lo fai, dice Simona, ma il “quante volte lo fai”. “Se io operaia di linea devo fare quel lavoro ogni sei minuti per un tot di tempo, a fine giornata sono stravolta”. E ciò la preoccupa per il futuro, per i molti anni che ancora le mancano alla pensione. “Vedo i miei colleghi che di anni ne hanno cinquantotto, qualcuno è vicino al compimento del sessantesimo anno e sono ancora in linea, sono devastati, lavori e basta, il resto del giorno riesci solo a riposare per essere all’altezza delle performance che la fabbrica oggi richiede”. Ivan, che è ancora giovane e conosce solo per sentito dire il lavoro di fabbrica degli anni Cinquanta e Sessanta, ma che ha fatto esperienza sia del lavoro sulle macchine sia di quello in linea, conferma come sia quest’ultimo a essere più faticoso, non solo o tanto per motivi di fatica fisica, ma di ripetitività da un lato – “In linea il cervello un po’ si ferma, anzi si ferma proprio” – dall’altro di accelerazione del lavoro. “Tirano molto sulle tempistiche. Ormai il mondo del lavoro corre, hanno sempre questa fretta micidiale e ovviamente con la fretta non lavori bene”.
Cambiare spesso luogo di lavoro, passare da un contratto all’altro, imparare nuove mansioni, lavorare in fretta: queste biografie danno un’immagine del lavoro e dei lavoratori ben lontana dallo stereotipo del lavoratore italiano immobile nel proprio posto e nella propria mansione. Al contrario, per necessità o per virtù, questi lavoratori hanno attraversato molti processi di cambiamento, sia rispetto al posto di lavoro, sia rispetto alle mansioni e alle loro stesse qualificazioni. Ciò tuttavia raramente è risultato pagante sul piano del miglioramento professionale o della sicurezza lavorativa. Per molti di loro, quando non si ritorna al punto di partenza, il miglioramento si riduce al riuscire a ritrovare un lavoro dopo averlo perso, a vedersi rinnovare il contratto, a passare finalmente a un contratto a tempo indeterminato. La pluralità e la diversificazione delle esperienze professionali non fanno “curriculum”, anzi, se si protraggono troppo a lungo rischiano di diventare un handicap. E anche per chi riesce a stabilizzarsi, la carriera è piatta, come spiega lucidamente Ivan nella sua intervista. D’altra parte, come osserva Barbara, che pure è riuscita a specializzarsi e che è occupata in un’azienda che non ha subito la crisi, non sempre l’attenzione dell’impresa per la formazione riesce a contrastare la perdita di lavoro derivante dalle innovazioni tecnologiche e dall’automazione. “Oggi abbiamo diciotto posti in meno e nell’ultimo corso svolto nessuno dei ragazzi è stato preso”. E anche il lavoro in cui lei si è specializzata potrebbe essere investito dall’automazione, rendendo superflui molti lavoratori. La riqualificazione continua è necessaria, ma non sempre mantiene le sue promesse.

(da Gente di fabbrica. Metalmeccaniche e metalmeccanici nel nuovo millennio a cura di Federico Bellono e Filomena Greco, Edizioni Gruppo Abele)

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 45 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Trackback from your site.

Leave a comment