Contro l’università. Concorsi e valutazione

di Andrea Inzerillo e Gabriele Vitello

disegno di Tomi Ungerer

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Vale la pena di tornare a parlare di Le Concours, il film di Claire Simon che ha vinto il Premio Venezia Classici alla 73esima Mostra del cinema lo scorso anno e che forse non è stato visto in Italia con la dovuta attenzione. Di cosa tratta? Innanzitutto, e a un primo livello, della prova di ammissione alla più importante scuola di cinema di Francia, la Fémis di Parigi. Migliaia di candidati si ritrovano ogni anno a concorrere per entrare dalla porta principale nel sistema del cinema francese, provando ad assicurarsi se non la gloria, almeno un posto in uno dei rami dell’industria cinematografica d’oltralpe. La Fémis è per la settima arte il corrispettivo delle grandes écoles francesi, istituti di alta formazione che cercano i migliori candidati per garantire loro una preparazione d’eccezione. Nel considerare esclusivamente il merito, prescindendo dall’origine sociale degli allievi, le grandi scuole sono il fiore all’occhiello di quella che è, sulla carta, l’égalité francese. Il film di Claire Simon prova a indagare dunque il rapporto tra formazione e lavoro, nonché il tentativo di farsi spazio in un sistema estremamente selettivo come quello del mondo contemporaneo. Si sarebbe potuto intitolare La Compétition? Certo il film racconta di una società competitiva, eppure il titolo non sarebbe stato adatto, perché lo sguardo della regista non indaga le dinamiche che si creano tra i candidati – limitandosi anzi a rare manifestazioni di delusione tra gli esclusi, in occasione delle affissioni dei tabulati con i risultati delle varie prove o di qualche telefonata in cui si chiedono informazioni sugli stessi – bensì quelle che caratterizzano i rapporti tra i selezionatori, uomini e donne di cinema chiamati a scegliere nella massa di potenziali allievi della scuola. In uno degli incontri preparatori, Alain Bergala chiarisce che il processo di scelta è condotto da persone diverse da quelle che accompagneranno i vincitori nel percorso pluriennale di formazione, perché in questa scuola “non ci sono corsi, non ci sono professori”.

Nel 1964 Pierre Bourdieu e il suo allievo Jean-Claude Passeron pubblicarono Les héritiers. Les étudiants et la culture (1964, trad. it., I delfini, Guaraldi 1971), un saggio nel quale smascheravano i meccanismi attraverso i quali le istituzioni scolastiche francesi riproducevano le disuguaglianze sociali. Divenuto un libro simbolo del Sessantotto, un po’ come Lettera a una professoressa qui in Italia, I delfini è il primo di una serie di studi del grande sociologo francese sugli istituti di formazione: La riproduzione. Per una teoria dei sistemi d’insegnamento (1970), Homo academicus (1984) e La noblesse d’État: grandes écoles et esprit de corps (1989).

È abbastanza facile riconoscere una vena bourdieusiana nel film di Claire Simon. Le Concours è per certi versi un film-inchiesta sulla Fémis, scuola che la regista conosce bene avendovi insegnato alcuni anni. Dalla visione dei colloqui sembra evidente come ogni commissario cerchi il proprio héritier. Possiamo dire, insomma, che alla Fémis il cinema francese sceglie chi ammettere nel cinema francese. Un mondo che, come tanti altri, valuta e prova a riprodurre se stesso. La stessa regista ha dichiarato: “quando su 1250 candidati vengono selezionati 60 laureati che si assomigliano quasi tutti, viene da pensare per forza di cose a un luogo che somiglia a una fortezza”. Tuttavia Le Concours non è un film di denuncia né un film a tesi. Lo spettatore è libero di farsi un’opinione su ciò che vede. La regista sembra quasi eclissarsi; solo una volta sentiamo la sua voce mentre fa un paio di domande a uno dei commissari durante una pausa sigaretta nell’atrio della scuola.

L’argomento del film è quanto di più burocratico si possa immaginare. L’attenzione non è rivolta alle traiettorie individuali, alle singole personalità che si distinguerebbero dalla massa: nessuno spazio dunque per il romanesque. L’obiettivo è, piuttosto, mostrare il funzionamento di un sistema. Un sistema che comprende la ragazza della Costa d’Avorio che per l’emozione non riesce a ricordare alcun titolo all’origine della sua passione per il cinema; il ragazzo italiano che seduce i commissari giocando la carta del suo esotismo e citando nientemeno che Baricco! E poi le dispute tra i membri della giuria, come quella intorno a un barista determinato ma un po’ arrogante, forse originario delle banlieue, fra chi teme che possa sentirsi a disagio in un contesto borghese e blasé come quello della Fémis e chi pensa invece che bisogna dargli un’opportunità; oppure la discussione su un altro candidato, ritenuto pazzo da alcuni ma da altri difeso: “Anche Cronenberg a 18 anni doveva essere alquanto svitato”. L’aleatorietà delle opinioni è pressoché totale. Scopriamo addirittura che tra i selezionatori – registi, produttori, sceneggiatori, direttori della fotografia, esercenti, eccetera – non c’è accordo nemmeno su cosa sia una buona inquadratura. E, infine, non mancano neanche considerazioni che tradiscono un paternalismo velatamente razzista. “Sarebbe bello – dichiara un membro della giuria, portando all’estremo il ragionamento di un collega – averne 15 eccezionali: 7 ragazzi, 8 ragazze, un asiatico, un nero, un arabo… e per fare piacere a Patricia e Sylvie… dei poveri!”. La foto di gruppo finale – che compare tra gli ultimi fotogrammi del film e che sancisce l’ingresso dei nuovi eletti nell’istituzione cementandone l’esprit de corps – ci consegna comunque una realtà omogenea, apparentemente poco rappresentativa di una diversità sociale e culturale.

Per riuscire a passare il concorso non occorre saper sfoggiare quella gran quantità di conoscenze necessarie per accedere ad altre grandes écoles francesi come Sciences Po o l’École normale supérieure. Alla Fémis conta l’estro individuale, la capacità di mettere in scena la propria personalità. Il lavoro dei selezionatori è dunque più complesso e ambiguo. Gran parte del tono comico del film risiede in effetti nella quantità di ragionamenti e argomentazioni che pretendono di istituire criteri sulla base dei quali valutare i candidati, e che manifestano tuttavia continuamente la loro fragilità. “Non abbiamo dei criteri rigidi perché cerchiamo qualcosa di totalmente impalpabile”, afferma un membro della commissione. Un film che sembra dunque fatto apposta per frustrare gli appassionati di docimologia alla costante ricerca della ricetta perfetta, perché per quante tabelle, schemi e relazioni si trovino a compilare i nostri esperti la questione della valutazione rimane, per loro stessa ammissione, una complessa mescolanza di intuizione, empatia, scommessa, misura. Una misura che prende se stessa come punto di riferimento (da imitare o da cui distanziarsi).

La retorica del talento è l’orizzonte entro il quale si muovono le valutazioni dei selezionatori della Fémis. Del resto qui non si tratta di selezionare futuri diplomatici, scienziati o filosofi, ma nientemeno che futuri artisti. Questa circostanza farebbe della Fémis una scuola speciale, che mal si presta a generalizzazioni sui criteri valutativi in vigore altrove. Eppure la retorica del talento rispecchia forse in modo più illuminante quell’ideologia carismatica (fondata sulla grazia e sulla dote) che, secondo Bourdieu, è alla base di tutte le istituzioni formative e che, aggiungiamo noi, è diventata ideologia di massa in quella forma avanzata di capitalismo che Gilles Lipovetsky e Jean Serroy chiamano capitalismo artistico, un’epoca di narcisismo in cui tutti si ritengono diversi, eccezionali, potenziali artisti insomma, mentre in realtà sono tutti uguali. In questo senso, la scelta della Fémis fa del Concours una perfetta metafora della nostra società.

E tuttavia la Fémis non va confusa con un qualsiasi talent show. Lo suggeriscono alcuni brevi dialoghi tra i selezionatori, i quali mostrano in qualche caso una sincera preoccupazione sulla sorte dei candidati, un’inquietudine relativa alla capacità di insegnare davvero qualcosa o al contrario di imporre un linguaggio che non appartenga loro e che finirà per appiattirli al resto dei compagni. Un ragionamento sul valore dell’istituzione che conduce presto a un paradosso, perché formulato dall’interno dell’istituzione stessa: è così bravo, non sarà forse meglio che rimanga fuori da qui?

Forse questa strana scuola, senza corsi e senza professori, altro non è che un caso estremo a partire dal quale riflettere su quello che potrebbe essere il compito di ogni scuola. Perché se è vero che il tema centrale del film è la selezione, è vero anche che da come si immagina il processo di selezione deriva probabilmente la concezione di come debba funzionare una scuola, o più in generale un contesto di crescita e di apprendimento. Proviamo a semplificare al massimo: bisogna concepire la scuola (intendendo con questo termine tutte le sue possibili variazioni e declinazioni) come un luogo di trasmissione di contenuti – e di conseguenza è bene che selezione, valutazione e verifica si basino essenzialmente sul monitoraggio di quei contenuti – o come qualcosa di diverso? Senza necessariamente adottare il linguaggio che vuole mettere al bando i contenuti in favore di più astratte competenze (come vuole l’ortodossia contemporanea), si può ritenere ad esempio che i contesti di apprendimento siano quelli in cui i contenuti diventano occasione di incontro tra persone di diversa generazione, esperienza, sensibilità. Le Concours è in fondo essenzialmente un film sul rapporto tra giovinezza ed età adulta, e utilizza la lente delle prove di accesso a una scuola di cinema per parlare di una questione più generale che se da un lato riguarda la società contemporanea, non soltanto francese, tocca anche d’altra parte questioni senza tempo. Un film antropologico e civile, che lavora sul presente per osservare da vicino e mettere in questione quelle presunte e intoccabili convinzioni che presiedono ai nostri criteri di verifica e vaglio delle competenze.

 

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