Lettera alle professoresse

di Federica Lucchesini

illustrazione di Gérard DuBois

A che punto siamo con la scuola? Come tutte le grandi macchine del Novecento cade a pezzi. La certificazione valutativa, la burocratizzazione, la tendenza alla privatizzazione e alla concentrazione delle risorse in rari centri d’eccellenza sono un unico dispositivo (misto di leggi, pratiche, discorsi e organizzazioni) che orienta alla competizione. I posti garantiti, con adeguate risorse, sono limitati, il mondo si fa (è sempre stato) feroce. La riuscita e la sicurezza sono per pochi: questa è l’aria che respiriamo, questa cultura sociale è l’attuale cultura scolastica.

 

Due discorsi inutili

Per iniziare a ragionare conviene lasciare perdere due tipi di discorso. Da un lato quello dei documenti ministeriali, che sono belli, sono belli davvero. Peccato siano solo esercizio retorico, stile senza sostanza. Tra le Indicazioni nazionali 2012 e l’lnvalsi vince il secondo. Tra il corpo, le relazioni, il territorio, la ricerca, la costruzione collettiva da una parte e le prove bimensili a classi parallele dall’altra vincono queste ultime. Quando tutte le seconde o le terze, insomma le classi di pari livello di un Istituto comprensivo, fanno ogni due mesi la stessa verifica degli apprendimenti, in varie materie, si stabilisce una corsa a ritmo indiavolato per vedere chi resta ultimo. A dicembre le tabelline; a marzo la Rivoluzione francese. Al posto che “ognuno a suo modo e a suo tempo” è d’obbligo imparare “ognuno meglio e più in fretta degli altri”, già dalla prima elementare. La maggioranza delle professoresse/maestre poi se ne lamenta, non riescono a credere di aver votato loro stesse in Collegio docenti per questa garrota. In realtà non è vero che il sistema funziona male e che le professoresse non leggono le Indicazioni nazionali: il sistema funziona perfettamente e fa quello che deve, prevedendo anche l’incapacità delle prof e maestre – declinata in mille varianti individuali ma oggettiva e generale – di capire e usare i documenti che parlano di didattica attiva e cooperativa.

L’altro discorso da abbandonare è quello delle “vestali cieche”, custodi della Cultura: non si riescono più a coltivare il desiderio e l’impegno per lo studio, si lamentano. Senza parlare e scrivere bene fin dalla scuola di base ecco che poi non si può più studiare Ariosto rigorosamente o appassionarsi a Riemann. Al Liceo scrivono “Dacao” al posto di “Dachau” e sono superficiali sebbene svegli e carini; ai professionali sono decerebrati ignoranti sebbene vividi. Il problema però non è come dicono nella pedagogia, nelle idee del ’68 che hanno ridotto la selezione, cambiato i severi e formali metodi di un tempo, sostituito al rigore il permissivismo inclusivo. Il problema ci riguarda tutti adesso e più che interpretare ci chiede di agire.

 

Per chi lavoriamo

Una massa di individui, più o meno poveri, è già esclusa dalla corsa, non contano comunque nulla. Non parlano e non se ne parla, a meno che non sappiano fare buona musica o usare lo skate da dio. Non ci si aspetta che aspirino a nulla e che si candidino nel Consiglio d’istituto.

Un’altra grande parte, ceto medio, credono ancora e vogliono concorrere. Sanno che l’orda dei diplomati dovrà cadere falcidiata, che non ce ne sarà per tutti ma sono pronti a farsi valere, hanno imparato ad avere e pretendere i diritti e a difendere i propri. Sono loro i veri eredi del grande Novecento, i consumatori di eventi e di belle trasmissioni! Sono feroci. Le professoresse lavorano per loro, ne ricevono tormenti e gratificazioni, gli appartengono e li temono. Le famiglie che hanno voce vogliono i laboratori belli ma anche tutto il programma svolto; vogliono che i figli vadano a scuola con piacere ma che abbiano abbastanza compiti e buoni voti; vogliono le attività smart – coding o inglese – ma anche che si lavori duro e che chi fa ritardare la classe sia fermato. Vogliono i figli protetti da ogni rischio e garantiti ma li vogliono ben temprati per la guerra. Le famiglie non sono diverse dalle professoresse e da tutti quanti. Lavorano come cani e hanno paura perché la posizione è precaria, da difendere. Questo pensiamo oggi: che è una lotta e bisogna farla. Sotto sotto la morale è sempre quella di  mors tua vita mea.

 

Che mestiere facciamo

La mole di carte, la tensione con le famiglie, la trasformazione dismissiva dell’istituzione e l’aggiornamento meritocratico e selettivo nel mestiere mettono a dura prova il corpo docente. Ogni scuola annovera professoresse scoppiate o inette che prima o poi andranno in pensione, e che nel frattempo vengono tollerate e supportate con mille trucchi, con pietà. Non sono loro il problema, di certo. Del resto si tratta di un lavoro femminile, per il tempo che lascia libero – ovvio – ma anche perché ci vogliono cura, tatto, pazienza, capacità di ascolto e di mediazione, di prodigarsi ma anche di fermezza. È un lavoro statale, è un lavoro di cura, è un lavoro di umile prestigio ma di preziose certezze: a scuola non ci si fa la guerra, ci si compatisce molto, ci si aiuta spesso, nulla diventa mai troppo serio. A volte arriva gente che già stava male, altre volte qualcuna – o qualcuno – non regge al logorio della relazione quotidiana in istituzione, per tante ore a contatto con ragazzine e ragazzini che si fanno puberi in un mondo complicato, feroce. Ma è anche un lavoro da grandi gratificazioni. Ogni scuola annovera professoresse che mandano avanti la baracca. Che non contano le ore in più, che si spendono senza misura e terminano a casa, di notte, i grafici dai questionari di valutazione di famiglie e alunni da proiettare al collegio docenti per il Rav (rapporto di autovalutazione d’istituto). Oppure che hanno imparato a leggere le certificazioni mediche rilasciate da tutti gli istituti accreditati nella provincia e rivedono tutti i Pei o Pdp (Piani educativi didattici personalizzati) della scuola e aiutano dislessici, disgrafici, iperattivi, H, autistici, disturbati in questo e quello eccetera ad avere ciò che gli spetta. Cioè carte, fondamentalmente. Perché tutta questa massa certificativa non vale infine un bel niente; non modifica ipocrisie, abitudini, prepotenze, malaffare e pessima didattica. Ributta sul singolo l’inadattabilità a un sistema escludente; illude che valutare significhi scegliere e che ciascuno conti unicamente per sé mentre serve solo ad amministrare imputando all’individuo anche il costo di esclusioni e incapacità che non esisterebbero in altre ripartizioni di saperi e risorse. Anche se alcune maestre e professoresse hanno speso interi fine settimana a studiare e poi a scrivere le certificazioni delle competenze (digitali, sociali e civiche, di iniziativa e imprenditorialità, di consapevolezza culturale eccetera) e riempiranno per giornate dei prestampati in cui si certificherà che Tommaso ha “avanzato” in competenza in madrelingua ma è “base ” in matematiche, di tutto ciò non resterà nulla nella vita, nella cultura, nel benessere di nessuno. Non possiamo pensarci adesso prima che sia troppo tardi?

 

Essere bravi…

Nelle scuole ci sono un tale casino e miseria che chiunque abbia voglia di fare, trova e prende spazio. Ma si tratta di uno spazio rigidamente delimitato, che serve nella maggioranza dei casi a fare andare le cose come devono andare, così. Dobbiamo, come docenti e come genitori, chiederci cosa davvero meriti la fatica e l’impegno. Fare la professoressa brava non è infatti difficile ed è molto, molto gratificante: aiuti, ti impegni, hai a che fare con la cultura e fai pure l’operatore sociale. Trattieni il carro per la discesa e magari salvi pure qualcuno. Se poi non sei nella scuola di base, che è più miniera, ma al liceo, te la godi proprio: hai un dialogo rinfrancante con persone giovani con cui puoi fare davvero cultura. Tuttavia se non riconosci che nella cultura che fai a scuola vi è una dimensione politica e un posizionamento ideologico implicito sul tema del collettivo, forse non sei davvero così in gamba. C’è un dilemma, qui. O si fa un’altra scuola, una scuola ad esempio per gli ultimi, per i poveri, o si lotta in quella, disperata, che ci ritroviamo.

 

… a produrre cosa?

Secondo gli ultimi dati del Piaacc dell’Ocse (The Programme for the International Assessment of Adult Competencies) in Italia il 28% degli adulti tra i 16 e i 65 anni è illetterato, non riesce a comprendere testi elementari. Nell’ultimo concorso per la scuola il numero di bocciati è stato esorbitante: moltissimi pare non fossero in grado di scrivere in modo ortograficamente e sintatticamente corretto. Durante l’ultima tornata di prove scritte per diventare maestre in Emilia Romagna, a giugno, non sono riusciti ad ammettere che circa 800 aspiranti su oltre 3000. È venuto a mancare il rigore! direbbero le mastrocole. Bisogna sviluppare responsabilità e autonomia, scriverebbero dal ministero nei documenti fantoccio. Parole così belle e sputtanate, che sarebbero da riprendersele. Intanto il problema c’è. 

Alle prove Invalsi di terza media di questo anno, il 15  giugno, chiedevano di saper mettere accenti e apostrofi; di comprendere nella frase “mentre barcolliamo, forse senza le dovute riflessioni, verso l’era della lettura digitale” quale sia il significato di questo figurato barcollare. La lingua è molto importante, è vero. L’uomo che si esprime in società continua a essere per noi  un banco di prova della possibilità individualista. I risultati Invalsi saranno pubblicati il 6 luglio, totalmente falsati dalle copiature, e dall’anno venturo le prove fatte ad aprile saranno criterio di ammissione all’esame. Perché abbiamo creduto che servisse imparare tutte e tutti a leggere scrivere, contare e prendere la parola? Nelle Indicazioni nazionali del 2012, attualmente il documento guida per la didattica nella scuola di base, si legge: “In quanto comunità educante, la scuola genera una diffusa convivialità relazionale, intessuta di linguaggi affettivi ed emotivi, e è anche in grado di promuovere la condivisione di quei valori che fanno sentire i membri della società come parte di una comunità vera e propria. La scuola affianca al compito ‘dell’insegnare ad apprendere’ quello ‘dell’insegnare a essere’. […] La promozione e lo sviluppo di ogni persona stimola in maniera vicendevole la promozione e lo sviluppo delle altre persone: ognuno impara meglio nella relazione con gli altri. Non basta convivere nella società, ma questa stessa società bisogna crearla continuamente insieme”. Chiunque conosca le scuole e le strade, sbigottisce.

 

Presa di parola e invenzione della cultura

L’ossessione valutativa insegnerà a scrivere e pensare meglio alle nuove generazioni? Tanti compiti, tanti anni a studiare grammatica, le prove Invalsi e pure sembra di peggiorare sempre. Basteranno più dettati a ripristinare il rigore? Basteranno le procedure normative di autocontrollo valutativo in ogni scuola a creare in docenti e discenti italiani responsabilità e autonomia?

La scrittura dà potere sul corpo e sul tempo, è (stata) la tecnologia più potente, che fa marciare, fa morire, fa pregare. Accedervi significa accedere alla cultura, partecipare alle contraddizioni e alle lotte, alle idee e alla storia. A volte significa anche tribolare, penare e rinunciare alla felicità. Devi avere motivazione e scopi e certezza nel proprio valore per fare la fatica che richiede impossessarsi della scrittura. Se non ti appartiene per nascita, per legittimo legato, la presa di parola costa. Ci vanno desiderio e lavoro per apprendere la disciplina dell’espressione, e le discipline. Ambiti comuni in cui essere riconosciuti e mettersi alla prova.  Quali motivazioni si danno nelle classi di scuola primaria? Quali reali prove ti danno misura di te durante la scuola media? In quali occasioni concrete la tua fatica di scrivere sapientemente ha significato? Bambine/i e ragazzini/e non hanno un senso del tempo tale per cui possa funzionare promettergli il frutto della fatica di adesso nell’impiego meno sottopagato di domani. L’umiliazione alla consegna del compito in classe già è più efficace. Escludendola – se non altro come scarsamente produttiva, soprattutto verso le/i più svantaggiati che comunque non imparano – diciamo che motiverebbe di più sperimentare quotidianamente l’autenticità del poter esprimersi correttamente, comprendere le leggi, esercitare la conoscenza. Se si vuole, sono i vecchi arnesi della cooperazione educativa: giornali, ricerche, vertenze. E indispensabili sarebbero anche il godimento dell’invenzione, della divagazione, del riconoscimento dei codici. Ah – direbbe una vestale cieca – ma noi abbiamo imparato senza prove autentiche, senza giochi e piaceri, perché si doveva. Invece no.  Hanno imparato a quel modo perché serviva a quel modo, in altro tempo e con sempre poca giustizia, per poter arrivare fino a questo punto. La partecipazione ai giorni nostri la si vuole ridurre, non aumentare. La scuola riflette le culture sociali e produttive del suo tempo. Oggi è al primo posto la lotta per l’esiguo che resta di fronte all’innumerevole che preme.

Per imparare a leggere e a scrivere bene, tutti assieme tra i  7 e i 16 anni, ci vogliono tempo, affermazione e conoscenza di sé, esperienze condivise che portino a vincere timori e difficoltà. Ognuno arriva a sapere cosa può e non può ma non a disprezzarsi pur nella differenza, e allora ecco che si prende parola assieme/contro/per gli altri. Il fare e il pensare insieme, la cura delle cose e delle relazioni accanto a quella delle parole e dei concetti: difendere il benessere comune grazie al sapere. Se sperimenti nel piccolo, nel minuscolo di una scuoletta queste possibilità, poi ti rimane la capacità di impegnarti e di leggere e scrivere con senno per sempre. Chiunque tu sia, comunque tu sia. Le famiglie spesso non vogliono l’autonomia, negano ai bambini che a volte qualcuno muore e che si è altro da ciò che si vorrebbe o si potrebbe. Sono più “spietati” i libertari e i montessoriani, ad esempio, in questa verità dei talenti: scopri, con intatta dignità, cosa e come puoi studiare, e in ciò fai il meglio. Assieme agli altri costruisci il senso complessivo e la ricerca di ciò che conta per tutti, da solo trovi il bello e il terribile dei limiti e dei sogni personali. Il tuo valore sta in questa autonomia e responsabilità, verso te stesso e verso il senso collettivo.

 

Cambiare (il) mestiere?

Dentro la scuola come oggi è si può portare a riuscir bene alle prove Invalsi qualsiasi classe, seconda elementare o terza media che sia, di reietti o di normali. Si può fare con la ferocia o – se non ti rendono la vita impossibile – con la cooperazione e con i metodi attivi. Devi lottare molto, ma puoi farlo. Nel secondo caso – se trovi una o due alleate/i – puoi anche far sperimentare il piacere della ricerca e della discussione, puoi iniziare a una curiosità per la scienza o per la storia che illumineranno una giovinezza o un’intera vita. Di conseguenza, il punto è sempre lo stesso: si può stare nella scuola seguendo l’ideologia dominante o ci si può stare come minoranza parallela resistente. Ne vale a pena? Diamoci una mano ad aprire gli occhi e a capire cosa fare.

 

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