Le nuove lotte

di Francesco Ciafaloni

illustrazione di Moebius

 

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Il lavoro sembra scomparso non solo dalle vite dei giovani (e talora meno giovani) italiani ma dalla cultura, dall’economia politica, oltre che dal mondo. L’economia, dopo aver assunto il lavoro come tema fondamentale, sembra averlo dimenticato; sembra diventata, negli scritti di molti economisti e giornalisti, la scienza della ricchezza dei ricchi, che si occupa di soldi e di modelli econometrici, non di bisogni, produzione e consumo. Perché il lavoro e i lavoratori sembrino scomparsi – nei vecchi paesi industriali – è ben noto. In parte si tratta di spostamenti, di trasferimenti di attività, dai paesi del centro alla periferia, dall’Europa occidentale a quella orientale e alla Cina, dal Nord al Sud del mondo. In parte si tratta di sostituzione del lavoro regolare, con contratto, retribuzione regolare, e regolare rilevazione statistica, con quello irregolare, senza contratto e senza diritti, anche nei vecchi paesi industriali, ma soprattutto altrove. Basti pensare, anche in Italia, alle condizioni dei braccianti, immigrati e non, in agricoltura; ai piccoli esercizi commerciali, ai bar, alle trattorie; alle funzioni di intermediazione; agli incerti confini del volontariato. Oggi economisti e commentatori parlano soprattutto di redditi (anche per discutere di reddito di cittadinanza), di costo e produttività (del lavoro), di pil. Distinguono di rado tra rendite, profitti e salari, mentre questa distinzione è fondamentale per capire una società. Possono vivere di rendita i proprietari, quelli che, come scriveva Cesare Pavese, e si può dire oggi in metafora, possono “vivere del grasso della terra, e le mani tenersele dietro la schiena”. Possono vivere di profitti i proprietari che mettono i loro soldi in attività produttive o nella finanza, o che investono a credito, se gli va bene. I non proprietari e quelli che non hanno credito, la maggior parte degli uomini, devono lavorare per vivere. Se il diritto di proprietà, il “terribile e forse non necessario diritto”, come diceva Beccaria, non è limitato dai diritti del lavoro, oltre che regolato dalle leggi, se la creazione di moneta è sempre più privata e non regolata, la vita dei non proprietari diventa, torna ad essere, veramente miserabile. Le diseguaglianze diventano così grandi da rendere la libertà, personale e politica, dei non proprietari – in effetti dei non ricchi – una finzione. È vero che la proprietà, della casa, dei risparmi, è oggi diffusa in Italia; che la maggior parte degli italiani possiedono la casa dove abitano. È vero che godiamo ancora di un Sistema sanitario nazionale e di un sistema pensionistico e che perciò noi vecchi siamo tutti, più o meno, rentier. Ma si tratta della eredità di idee, lotte e scelte politiche dei decenni scorsi, che oggi non esistono più, che hanno cambiato di segno. Se si guardano i paesi che prendiamo a modello, che imitiamo – gli Stati Uniti, tipicamente – scopriamo una realtà anche peggiore della nostra. La rendita fondiaria è una vecchia e pervasiva forma di rendita. Ereditare un certo numero di alloggi, in un paese che non tassa le eredità, né piccole né grandi, come l’Italia, può rendere irrilevante l’essere disoccupato. La speculazione edilizia ha creato fortune e distrutto città. Ma, se si leggono ottimi articoli recenti sulla situazione a Londra (John Lanchester, Between Victoria and Vauxhall: The Election,“LRofB”, 1 giugno) o a New York (Michael Greenberg, Tenants Under Siege: Inside New York City’s Housing Crisis, “NYRofB”, 17 agosto-27 settembre) si può scoprire che la corsa dei prezzi, la speculazione, l’uso improprio anche dei fitti calmierati, la pressione sugli inquilini, la vera e propria criminalità nei loro confronti, superano di gran lunga ciò che vediamo in Italia. I costi scaricati sul pubblico, senza ospitare molti dei senza tetto, sono enormi; sono senza tetto per povertà molti che un lavoro ce l’hanno, perché non prendono abbastanza per pagare un affitto. Oggi i lavoratori sono isolati, tenuti insieme solo dalla rete. Il posto di lavoro in senso proprio spesso non esiste più. Il singolo lavoratore dipende formalmente dall’ultimo anello di una catena di appalti e subappalti. Deve rispettare scadenze e norme non contrattate da suoi rappresentanti. Le organizzazioni sindacali qualche volta non conoscono neppure la rete delle dipendenza; se il lavoratore è straniero non ne conoscono la lingua. Forse la difesa dei lavoratori, difficile da realizzare sul singolo posto di lavoro, non si può fare che rimettendo insieme, con le leggi, la responsabilità e il potere nell’azienda capofila. E soprattutto difendendo, nella città, i diritti dei non proprietari, per limitare e contenere l’onnipotenza dei grandi ricchi.

La frammentazione del lavoro, l’isolamento dei lavoratori
Senza ricorrere ad esempi americani sui quali c’è una abbondante letteratura, si possono citare esempi italiani, cominciando dalle grandi aziende che sono state esempi di stabilità. Oggi un dipendente a tempo indeterminato della Fca, a Mirafiori, a Rivalta, a Belgrado, ha un contratto che regola solo i lavoratori di quello stabilimento, che non riguarda tutti i dipendenti della vecchia Fiat di quell’impianto lì, o della vecchia Bertone, o della vecchia Zastava, ma solo quelli riassunti dallo stabilmento. Il contratto riconosce solo i sindacati che lo hanno firmato, e quindi non ammette né associazioni sindacali nuove né quelle non firmatarie. Ha procedure di controllo del lavoro e di soluzione dei conflitti interne allo stabilimento. Non consente il ricorso allo sciopero e riconosce come arbitro finale di ogni controversia la dirigenza aziendale. È stato definito da alcuni costituzionalisti, tra cui Gustavo Zagrebelski, un sistema totalitario perfetto, limitato allo stabilimento. Ma le decisoni di investimento, la scelta dei modelli, dipendono dalla dirigenza Fca, non da quella dello stabilimento. La Fca può spostare i lavoratori, secondo necessità, da uno stabilimento all’altro, da Mirafiori a Grugliasco, ex-Bertone, altro, diverso, sistema totalitario, perché la Maserati che si monta lì vende di più del Suv che si monta a Mirafiori. Può anche chiudere la fabbrica e licenziarti, come rischia di accadere alla ex-Zastava di Belgrado, che paga molto meno della media delle aziende metalmeccaniche serbe, perché la utilitaria che si monta lì non vende più, anche se ha bisogno di lavoratori in altri stabilimenti. Ti fa credito se acquisti una macchina del gruppo attraverso la Fca Bank, che è sempre la vecchia Sava Assicurazioni, che faceva credito agli operai Fiat, ma ora ha sede a Londra, e ha fatto notizia perché ha prontamente sostenuto che, malgrado la Brexit, ha diritto ai privilegi delle banche della Unione europea. Tu obbedisci allo stabilimento, ma su di te comanda un’azienda che può cambiare sede legale e proprietario, senza che tu neppure lo sappia. Al primo rinnovo della rappresentanza sindacale la Fim, firmataria, aveva soppiantato la Fiom, non firmataria. Ma come meravigliarsi che all’ultima elezione la Fismic, il vecchio sindacato aziendale, seguita dalla Uilm, abbia stracciato la Fim? Se ci si deve far rappresentare da un sindacato gradito al padrone, meglio andare sul sicuro. Chi abbia visto la puntata di Operai dedicata a Cornigliano Veneto si sarà reso conto che esistono all’interno dell’azienda enclave etniche (in questo caso i bangladesi) di cui i sindacalisti intervistati ignorano tutto, non solo la lingua, e che hanno meno strade per imparare l’italiano di quante non ne avessero i vecchi immigrati meridionali a Torino. La Luxottica, esempio positivo per eccellenza, con prestazioni sanitarie aggiuntive aziendali e accordi per sconti negli acquisti, sta cambiando proprietario e potrebbe cambiare destino. La frammentazione è massima nelle piccole e piccolissime aziende, nelle finte partite Iva (come nell’edilizia), nei call center, nell’assistenza a domicilio, nella vasta area grigia ai confini del volontariato. Già un quarto di secolo fa, quando la stuazione non era così grave, esistevano i volontari che speravano di diventare precari. Giovani che si offrivano per lavorare gratis nella speranza che qualcuno, prima o poi, gli offrisse una collaborazione come co.co.co. Ora, con tutto il rispetto per l’entusiasmo e la generosità di molti, distinguere tra necessità e scelta è diventato ancora più difficile.

Tendenze e possibili percorsi di resistenza
La tendenza è al peggioramento, all’assimilazione agli Stati Uniti, che non hanno né Sistema sanitario nazionale né Istituto nazionale della previdenza sociale. Un vantaggio degli italiani rispetto agli americani è che mentre gli americani hanno in media un alto debito privato, gli italiani, in media, hanno risparmi. Negli Usa il governo non dà borse di studio a chi non può pagare le alte rette universitarie ma concede prestiti d’onore, che portano a una condizone di schiavitù temporanea (la definizone è del padre del neoliberalismo, Milton Friedmann), che rischia di diventare permenente se i laureati guadagnano di meno e non ce la fanno a ripagare il debito. I debiti degli studenti, più di un migliaio di miliardi di dollari, sono una delle bolle che minano la stabilità finanziaria di quel paese. In Italia l’Università è peggiore delle Università americane di grido, ed è allineata alle peggiori mode culturali americane, per esempio in economia, ma le tasse sono assai più basse. La tendenza a prestare soldi a chi è in condizioni difficili anziché dargli assitenza sta arrivando anche qui: basti pensare all’anticipo pensionistico invece di una modifica della pessima riforma Fornero. In Italia la proprietà della casa in cui si abita è molto più diffusa che negli Stati Uniti, ma chi non è prprietario di casa propria non è messo bene, perché gli affitti e i prezzi delle case salgono in molte città e comprarsi la casa è diventato più difficile. Inoltre la disoccupazione di lungo periodo dei giovani rende impossibile imparare un mestiere, in tutti i sensi del termine, per qualunque lavoro, e le regole della collaborazione e della solidarietà sono regole che valgono, a maggior ragione, perché ci sono meno poteri di controllo istituzionale, anche nel volontariato, ma che vengono distrutte dalla precarietà, dalla instabilità, dall’isolamento, in cui può ridurti la volatilità dei progetti. “Cosa faccio adesso? La donna progetto!” – mi ha risposto una ex-volontaria, poi co.co.co, molto brava a intervistare persone in condizioni e zone difficili. Ed anche ad aiutarle a tirarsi fuori dai guai. In effetti è relativamente stabile, ha un compagno stabile, padre dei suoi due figli, ora adolescenti, usciti bene dalla frequentazione, con la madre, dei centri sociali e dei retrobottega di bar dove si fanno spesso le riunioni. Ha persino una sedia, un telefono e un computer, in una stanza di un ente pubblico, per cui, in realtà, lavora stabilmente da decenni. Ma non è dipendente e deve inventarsi in continuazione progetti per continuare a fare, utilmente per tutti, ciò che fa molto bene. E sperare che gli vengano approvati in tempo per la continuità della retribuzione, della sedia, del computer e della stanza. Come fa un giocoliere. Non ha, non può avere, interessi economici comuni con i vicini di stanza, che frequenta quotidianamente, che guadagnano più di lei, con gli scatti, i contributi per la pensione, le tasse trattenute all’origine. La tendenza è a precarizzare gli stabili, non a stabilizzare i precari; ad aumentare il numero e ad abbassare la retribuzione dei collaboratori esterni; a cambiare anche gli incarichi dei dipendenti, non solo dei dirigenti, pubblici al cambiare del colore politico del governo o della giunta. La prima risposta, ovvia, ma difficile per l’solamento, è quella sindacale. Organizzarsi sindacalmente in uno dei sindacati autonomi di base, che sono gli unici a occuparsi davvero dei precari, in attesa che si decidano a farlo anche le confederazioni maggiori, non è risolutivo ma serve. La competenza dei delegati di Cub e Cobas che ho conosciuto è cresciuta negli anni. Può essere necessaria però una risposta politica perché in un ambiente così frammentato la residenza, la cittadinanza, la casa pubblica, la scuola materna, l’asilo pubblico per i figli, i trasporti pubblici, la responsabilità sugli infortuni dell’azienda capofila, l’assistenza legale, il buon funzianamento della Sanità, le scuole per imparare l’italiano, le associazioni di mutuo aiuto, i gruppi di acquisto solidale, possono essere l’unico modo per non finire veramente sul lastrico. E la risposta politica richiede militanza e competenza. E non dipende solo da piccoli gruppi. Il campo meno condizionato dalle istituzioni e dalla situazione sociale generale è quello delle capacità, delle competenze manuali e non: i mestieri, le conoscenze, le lingue. Negli anni ho visto molti ragazzi lavorare con generosità ed entusiasmo per aiutare gli altri, per accogliere i migranti. Ho visto un marocchino – di origine – prendere in affidamento, insieme alla moglie, italiana e cattolica osservante un preadolescente italiano in continuo va e vieni dal Ferrante Aporti: i santi dell’Atlante esistono davvero. Non ho visto quasi nessuno imparare le lingue degli altri, le lingue non europee, la storia dei paesi dell’Africa e del Medio Oriente, la storia comparata delle religioni, di cui c’è estremo bisogno se vogliamo davvero una società aperta e non ci aspettiamo che la strada per incontrarci la percorrano sempre gli altri. Verso dove Non so se spingere ad occuparsi di diritti, dei propri e di quelli degli altri; a imparare gli strumenti del lavoro anche se non si trova lavoro retribuito; a studiare lingue e religioni abbia utilità nel breve periodo. Il mondo scuote molto; pericoli che sembravano allontanarsi, come la guerra nucleare, sembrano tornare vicini. Nulla ci garantisce che i profughi di domani non siamo noi, quelli di noi che saranno sopravvissuti. Ma penso che facciamo bene a comportarci come se la pace potesse vincere. In ogni caso i giovani che non vengono da famiglie poverissime godono per un po’ di un ammortizzatore sociale incorporato. Fanno bene ad esercitare la fantasia, la creatività, a godersi la loro libertà. Ma, anche se nel lungo periodo siamo tutti morti, alcuni, i giovani, in media hanno un po’ di tempo prima di morire. Non è male che imparino, per scelta se non per assoluta necessità, le competenze e la disciplina del lavoro, dei vari lavori possibili. Anche i doveri, non solo i diritti, tengono insieme il mondo.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 45 degli Asini: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

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Comments (2)

  • Sul lavoro – Meriggio in blues

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    […] Il lavoro sembra scomparso non solo dalle vite dei giovani (e talora meno giovani) italiani ma dalla cultura, dall’economia politica, oltre che dal mondo. L’economia, dopo aver assunto il lavoro come tema fondamentale, sembra averlo dimenticato; sembra diventata, negli scritti di molti economisti e giornalisti, la scienza della ricchezza dei ricchi, che si occupa di soldi e di modelli econometrici, […]

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  • Ennio Abate

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    Seguo dai tempi di Quaderni Piacentini con attenzione la prosa lucida di Francesco Ciafaloni. Posso solo diffondere più che posso quest scritto.Grazie

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